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Chi è Santa Fara?

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I festeggiamenti in onore della santa patrona di Cinisi sono alle porte, ma chi è Santa Fara? Scopriamolo insieme attraverso un estratto degli scritti del 1960 ad opera di un padre cappuccino.

Dallo scritto del padre cappuccino Antonio da Stigliano

Al devoto lettore,
Il M. Rev. P. Arcangelo da Barletta, mio
amatissimo Padre Provinciale, mi incaricò di
raccogliere i cenni biografici di S. Fara. Mi
accinsi all’opera ed ora il lavoretto vede la
luce, seguito da alcune preghiere in onore della
Santa. Mi auguro che la devozione alla Santa
Abbadessa si diffonda sempre più.

Biografia e miracoli

Dovendo descrivere i cenni della vita di S. Fara, abbadessa e fondatrice del monastero detto da lei Faremoutiers, noi abbiamo la gioia d’incontrare, sin dall’ inizio della sua infanzia, un grande santo, l’irlandese Colombano, il quale influì in maniera decisiva sull’anima della santa. Colombano, accompagnato dal monaco Cagnoaldo, fu ricevuto con larga e devota ospitalità dal leudo Agnerio (o Cagnerico) nella sua villa di Pipimisium (Campigny), a cinque chilometri da Meaux; il leudo, o conte, intimo di Teodoberto II, re d’Austrasia, ottenne al santo abate larga protezione, dopo l’esilio imposto dal re Thierry.

Un giorno la piccola Fara, figlia si Agnerio, si presentò al santo abate con una “spiga in mano che pareva raccolta di recente, sebbene non ne fosse la stagione”. Colombano la fissò con compiacenza e, leggendo nel futuro, le rivolse queste parole: “ Mia cara bambina, tu hai scelto la miglior parte”. Poi soggiunse: “ Il frumento rappresenta il nostro Signore Gesù Cristo, che è stato gettato nel mondo come chicco di grano, e che, dopo essere stato triturato e macinato dai dolori della passione, ha reso per nostra salvezza, dei frutti ammirabili ”. Indi benedì la fanciulla, la consacrò allo Sposo divino e le raccomandò di meditare spesso la passione del Signore. La fanciulla confermò nel suo cuore la promessa che si sarebbe consacrata tutta al Signore. Giunto il tempo della separazione, il santo abate benedì tutta la famiglia di Agnerio e s’incamminò verso l’Italia, terra benedetta che esercitava nel suo animo un’attrattiva e un incanto irresistibili. Si addormentò nel Signore nel novembre del 615, lasciando ricca eredità di affetti, e di consigli, la regola, breve ma ricca di sentimenti di amor di Dio e del prossimo e la sua stessa autorità al santo monaco Eustasio, che da Luxeuil era andato a trovarlo in Italia. Eustasio, dopo aver pianto la perdita di tanto padre, prese la via del ritorno. Giunto al monastero fu accolto con stima e venerazione e amato come se in lui rivivesse Colombano.

Tra i favori che Eustasio aveva ottenuti dal suo Padre spirituale, fu la grazia di guidare le anime per la via della perfezione; e fra le altre consegne che, come sacra eredità ebbe da lui, fu la direzione spirituale di Fara. La quale alla direzione di tanto padre, fece progressi notevoli nelle vie di Dio e confermò in cuor suo la promessa di donarsi totalmente al Signore. Il padre di Fara, volendo elevare sempre di più le sorti della famiglia, e avendo avuto un ottimo partito di matrimonio per la sua figliola, non esitò ad accettarlo. Fara era quattordicenne. La proposta però non solo non allettò la vanità della fanciulla, la quale, memore della fedeltà promessa a Cristo, rispose al padre che ella ormai era vincolata dall’ amore di Dio e che avrebbe preferito perdere la vista, anziché venir meno al giuramento fatto di consacrarsi a Dio. Agnerio, colpito nel suo orgoglio di padre, fece intendere alla figlia che era necessario sottomettersi alla sua autorità a tutti i costi. Fara però era decisa a tutto.

Venne appartata da tutta la famiglia e contrariata nelle sue più pure aspirazioni, per cui non le restavano che il pianto e la preghiera. Le vessazioni del violento e severo genitore giunsero a tanto che, secondo la testimonianza di un biografo, Fara chiusa nel carcere domestico, “fu colpita da un male agli occhi e divorata dal fuoco di una febbre ardente, tanto che appena si poteva sperare di vederla resa alla vita”. Il Signore ebbe compassione della sua serva fedelissima e andò a consolarla in un sogno rivelatore. Fara vide avvicinarsi al suo letto un religioso che le rendeva la vista. Poi scorse un grande stuolo di suore, preceduto da Cristo, che le ordinò di presiedere su quelle sante vergini e di andare in un monastero costruito dallo stesso suo padre. Sta il fatto però che Agnerio, con cuore di macigno, non solo non s’intenerì alle lacrime e ai gemiti della figlia, diventata quasi cieca, ma era deciso piuttosto a vederla morire che rinunziare al suo proposito e al suo orgoglio ferito.

La Provvidenza che non aveva abbandonata Fara, dispose che Eustasio passasse dalla sua casa e venisse subito avvertito delle violenze che si usavano contro la santa giovanetta. Il santo abate s’interpose subito per salvare la vergine. Giunto alla presenza dell’ammalata, le fece la proposta di dispensarla dal voto fatto di sposa di Cristo, per andare incontro ai desideri paterni. Ella ebbe un sussulto e con tutta la forza che le restava, fece intendere che mai nessuna violenza l’avrebbe piegata a “ cambiare i beni del cielo con quelli della terra ”. Eustasio si prostrò per terra, pregò, alzò gli occhi al cielo, quindi levandosi  “traccia sopra gli occhi di Fara il segno di croce, li tocca con la mano implorando l’aiuto del Signore”. Miracolo! Gli occhi della fanciulla acquistarono il loro primitivo splendore; ella vide perfettamente; la febbre era sparita per incanto! La gioia invase tutti gli astanti; Fara diventerà la sposa di Cristo. Agnerio, da parte sua, promise ad Eustasio che ben volentieri avrebbe lasciata libera la figlia di seguire la sua vocazione. Partito l’abate Eustasio, il quale doveva raggiungere la reggia di Clotario, Agnerio dimenticò le promesse fatte e riprese i propositi di obbligare Fara a sposarsi.

Compiuti i preparativi per il matrimonio, egli decise di mandare nascostamente la figlia alla casa del fidanzato. Essendo però la figlia venuta a conoscenza del piano del padre e forte della protezione del Cielo, di notte tempo, lasciò la casa paterna e, in compagnia di una fida dama, fuggì verso il fiume di Triport e andò a nascondersi in una chiesa consacrata a S. Pietro apostolo. Agnerio, cieco d’ira e di orgoglio, armò alcuni soldati e li inviò con il preciso mandato di raggiungere la figliola e di riportarla a casa viva o morta. I messi trovarono la fanciulla in devota preghiera ai piedi dell’altare. Minacciata e costretta a seguirli, rispose intrepida: “ Voi credete ch’io tema la morte? Fatene la prova su questo pavimento. Io con gioia riceverò la morte, in onore di una tal causa, per Colui che non ha disdegnato di morire per me! ”.

Di fronte a questa intrepida e decisa risposta, i soldati desistettero e non osarono metterle le mani addosso, né la obbligarono a seguirli. Agnerio però non si dette per vinto; inviò altri servi più crudeli, i quali raggiunsero Fara, la presero e, a viva forza, la rinchiusero in un duro carcere. L’abate Eustasio, dopo essersi incontrato col re Clotario, si affrettò a rimettersi in cammino per il ritorno. Erano passati sei mesi. Giunto alla presenza di Agnerio, e colpito dal dolore per le sofferenze inflitte a Fara, con santa libertà e con l’autorità di un apostolo, investì il conte. Gli rimproverò aspramente la sua condotta nei rapporti della sua figliola e gli minacciò l’ira di Dio, che sa prendere le difese degl’ innocenti oppressi. Agnerio comprese finalmente il suo errore e decise di cancellarlo totalmente, acconsentendo alla vocazione della figliola. Eustasio intendeva d’infondere serenità definitiva nell’animo della fanciulla, per cui decise la sua consacrazione totale e perenne alla vita religiosa. Il conte Agnerio che desiderava ardentemente di manifestare al Signore tutto il pentimento per le violenze usate alla figliola, offrì parte del suo feudo, perché sorgesse un gran monastero.

Come si è detto, la costruzione del monastero si protrasse per due anni. Fara venne a prendervi possesso come abbadessa, seguita da un folto gruppo di consorelle, proprio come aveva previsto nella visione avuta. Peccato che i biografi della Santa siano stati tanto avari di notizie sugli ultimi anni della vita intima. Solamente per riflesso e dai cenni laconici espressi nell’ epitaffio posto sulla sua tomba, risulta che Fara fu generosa verso gli affamati della carestia; vien proclamata “soccorso degli infelici e madre dei poveri”. La sua generosità seppe moltiplicarsi e donarsi a tutti. Prima della morte ella avrebbe designato colei che doveva succederle nella qualità di abbadessa, e cioè Sedride, principessa straniera. Si addormentò poi nel Signore, venerata e benedetta dalle sue consorelle verso l’anno 655. Il fratello Farone ne curò le esequie, che riuscirono veramente solenni. Vi intervenne il vescovo di Parigi e numeroso clero. Venne sepolta in una tomba di pietra fatta preparare da lei stessa.

Quarant’anni dopo fu fatta la ricognizione del suo corpo alla presenza di molti fedeli e di vari vescovi. In questa occasione le reliquie della Santa furono deposte in un ricco reliquiario. La devozione verso la Santa andò diffondendosi sempre più e molti miracoli furono operati per sua intercessione. La protezione di S. Fara non si esaurì mai verso i suoi devoti. I suoi biografi narrano molti miracoli avvenuti per sua intercessione. Per la glorificazione della Santa ne riporteremo solamente alcuni. Suor Carlotta Le Bret, figlia del tesoriere di Francia, per una infezione agli occhi era diventata cieca. Avvicinò al reliquiario della Santa le sue palpebre, completamente spente, e si riaprirono; quindi la suora incominciò a percepire la luce e le ombre; finalmente, premendo con forza e con fede le reliquie sugli occhi, mentre le consorelle assistevano attonite, ella cominciò a gridare: “Io vedo! Io vedo!”. S. Fara le aveva ottenuto il dono della vista e la guarigione di tutto il corpo sino allora malandato e malaticcio. Suor Claudia Aleaume, cinquantenne, aveva perduta totalmente la voce e soffriva moltissimo perché non poteva più cantare le lodi del Signore con le altre suore. Bevve dell’acqua in cui aveva fatto sciogliere un po’ di polvere presa dal sepolcro di S. Fara, e si sentì completamente ed istantaneamente guarita. In segno di gratitudine cantò le orazioni con tono elevato per ringraziamento.

 Santa Fara in Sicilia

È veramente consolante che il culto di S. Fara s’incontra in Sicilia sin dal secolo decimosettimo. L’occasione che dette origine a questa devozione ha quasi del prodigioso. Si narra che il P. Giovanni da Sciacca, cappuccino, aveva elevato fervorose preghiere per un suo affare importante; ma sempre inutilmente. Ebbe una felice idea e propose che si sarebbe ricolto all’ultimo santo che nel mattino seguente avrebbe letto nel martirologio. Era il 7 dicembre e l’ultima santa nominata fu proprio S. Fara. si rivolse alla Santa con tutto il fervore e il Signore lo consolò. Qualche giorno dopo un sacerdote venne a raccomandarsi alle preghiere del P.Giovanni, il quale consigliò di rivolgersi a S. Fara con la promessa che, se avesse ottenuta la grazia, le avrebbe fatto dipingere un quadro. Dopo fervorose preghiere, al quarto giorno, la grazia gli venne accordata, per cui si accinse a mantenere la promessa. Ma come far dipingere la Santa, se egli non conosceva nulla della sua vita?

chiesa santa fara
La Chiesa “Santa Fara” a Cinisi

A toglierlo dall’imbarazzo sopraggiunse un misterioso fanciullo che si presentò alla porta di casa con un’immagine di S. Fara. Chiamato subito un pittore, fu delineata subito la figura della Santa.

La devozione della Santa da Sciacca, passò a Palermo, a Messina, a Cinisi e in altre città della Sicilia, specialmente per i continui prodigi che venivano operati per sua intercessione.

I monaci benedettini di San Martino delle Scale di Monreale (Pa), favorirono il culto della santa a Cinisi, dove nell’anno 1622 gli abitanti, non sapendo a quale santo dedicare la nuova chiesa erigenda, misero dei nomi in un’urna e tirarono a sorte il loro patrono: fu estratto il nome di Santa Fara.

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