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I “babbaluci”, un ottimo passatempo

Tra i tanti ricordi d’infanzia è impossibile non ripensare a quelle giornate estive e assolate,  durante le quali si  andava in campagna a raccogliere i “babbaluci” che si raggruppavano all’apice delle piante secche e spinose creando delle strane sculture naturali.

I babbaluci in libertà
Un gruppo di lumache

Si rischiava un’insolazione e di graffiarsi le gambe con le spine dei cardi, però erano momenti in cui si stava insieme tra amici o  in famiglia  e il divertimento era assicurato. Dopo la raccolta cominciava un’operazione che coinvolgeva solitamente le mamme o le nonne: si facevano spurgare le lumache alimentandole con del pane raffermo e poi si mettevano  in ammollo, ricoprendo i bordi della pentola con del sale,  per evitare alle povere malcapitate l’evasione dalla  prigionia.

I palermitani apprezzano moltissimo “i babbaluci” e chi non può raccoglierli li acquista presso i  “babbaluciari”,  ambulanti che le vendono in grandi ceste di vimini,  un vecchio  mestiere ormai  in via di estinzione.

I “babbaluci” non rappresentano un vero e proprio alimento; il loro gusto è dato dal condimento con cui si accompagnano; mangiarle è più che altro un passatempo e quando si comincia è difficile smettere: diventa un movimento svolto meccanicamente che sembra  quasi un impulso compulsivo ed irrefrenabile.

Un periodo dell’anno in cui non si può rinunciare ai “babbaluci” è il festino di Santa Rosalia dedicato alla “Santuzza” protettrice di Palermo.  Il palermitano verace, soprattutto durante il momento finale dei giochi di fuoco, li acquista in piattini di plastica e li consuma  sedendosi davanti ai classici tavolini pieghevoli imbanditi in ogni luogo che possa garantire un’ ottima visione dei fuochi d’artificio: marciapiedi, moto ape, furgoncini, camion.  Per mangiare i “babbaluci”  serve una tecnica molto precisa: innanzitutto è bandito l’utilizzo delle posate; bisogna  creare con il proprio dente canino un piccolo foro nella parte posteriore della lumaca che favorisce la fuoriuscita del mollusco, solo alle “signore più raffinate” è consentito l’uso di uno stuzzicadenti (o anticamente di una spilla da balia) per aiutarsi in questa attività che produce comunque un risucchio molto rumoroso.  Il tutto è accompagnato  da litri e litri di vino che si dice facilitino la digestione dei “babbaluci”. Questa attività gastronomica non credo somigli molto a quello che fanno  i nostri cugini d’oltralpe quando, nei loro ristoranti raffinati, assaporano le note escargot, però ha  un fascino unico nel suo genere, così piacevole da essere  paragonata, in un antico detto, all’atto di baciare una donna, in un significato filosofico che rimanda  al  senso di costante insoddisfazione e di contemporaneo desiderio, tipico del  popolo siciliano, passionale ed edonista, ma mai contento: “Fimmini a vasari, babbaluci a sucari un ponnu mai saziari”.


Lumache in pentola
Una delle fasi della preparazione

Ricetta

Ingredienti: un chilo di lumache, abbondante prezzemolo, olio sale e pepe.

Preparazione: lavare le lumache e togliere l’eventuale velo bianco che si forma all’apertura della chiocciola, far spurgare per almeno due giorni le lumache mettendole in uno scolapasta con pangrattato o ancora meglio con crusca e di tanto in tanto rigirarle, coprendo con un coperchio pesante per non farle scappare. Prima di procedere alla cottura lavare bene le lumache e metterle in pentola coperte con dell’ acqua fredda (con tutto il giro della pentola coperto di sale umido) ed esporle sotto il sole per far uscire le lumache dal guscio, successivamente mettere la pentola sul fuoco bassissimo; appena l’acqua comincia il suo bollore, far bollire per due minuti. Spegnere quindi il fuoco, salare l’acqua e lasciare stare per circa mezz’ora, poi versarle in un colapasta e far raffreddare. Preparare il condimento facendo soffriggere leggermente l’aglio in abbondante olio, aggiungere le lumache, aggiustare di sale e aggiungere pepe e prezzemolo tritato. Lasciarle riposare nel condimento per fare insaporire meglio il tutto.

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