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Dacia Maraini a Terrasini “Tra i libri”

La scrittrice italiana incontra i ragazzi del liceo di Partinico e di Carini e non solo loro, nella splendida cornice del Palazzo D’Aumale, in un percorso mediato dalla direttrice Maria Emanuela Palmisano, nell’ambito della II edizione museale dell’invito alla lettura: “Tra i libri”. Assenti Cinisi e Terrasini.

Inizia a raccontarsi e a raccontarci così:

“Viviamo in un Paese abbastanza curioso perché soffre di una specie di schizofrenia, perché ha teoricamente una grandissima ammirazione e considerazione per la scrittura però una pratica molto pigra nei riguardi della lettura.

Per quale ragione un Paese così colto con una Storia così importante, legge poco? Io credo che sia dovuto alla questione della lingua, perché noi abbiamo cominciato per primi in Europa, prima ancora di essere Paese unito ad avere una lingua italiana; però questo cammino verso il “volgare” che doveva essere di unificazione del nostro Paese è stato poi interrotto dalla “Controriforma”. Dopo i primi grandi scrittori italiani, e non è poi un caso che la letteratura italiana cominci qui in Sicilia, e la Sicilia mantiene una grandissima passione e un talento per la scrittura, perché tantissimi sono gli scrittori siciliani di grande valore entrati in pieno diritto nella letteratura italiana, però l’interruzione di questo cammino è stato deleterio da un certo punto di vista; a noi è mancato il “grande romanzo dell’Ottocento”.

Con la Controriforma si è tornati, infatti, al latino considerata lingua colta, lingua delle istituzioni e delle accademie. Si è creata una specie di separazione tra la lingua colta, dotta, e quella comune, dialettale, regionale. Già nel Seicento, Galileo Galilei col saggio: “Le cose che galleggiano sull’acqua” è stato accusato dalla società scientifica, non dalla Chiesa, che la conoscenza nobile doveva essere in latino; lui voleva invece comunicare con tutti e tornare a quel “volgare” che era stato all’inizio un importantissimo modo di diffondere la lingua italiana nel Paese. Questo ha creato delle discrasie, certamente non solo quella della mancanza di un “grande romanzo dell’Ottocento”, ma anche di quella moltiplicazione dei romanzi che abbiamo in tutta Europa, nel momento più fervido del “romanzo”. E poi il teatro. Noi abbiamo tantissimo teatro dialettale e pochissimo in lingua italiana dell’inizio della unificazione dell’Italia.

La platea
La platea

E’ importante conoscere le nostre radici e capire perché un Paese così avanzato ad un certo punto ha questa difficoltà con la lettura. Evidentemente ci portiamo ancora dietro, nonostante l’Unità d’Italia, nonostante la diffusione, a sentir i linguisti, della lingua italiana tramite la radio, vero strumento di propagazione negli anni 50, questa separazione che noi paghiamo in un certo senso, con questa forma di analfabetismo, o difficoltà del pubblico medio di accedere alla lingua scritta italiana.

Questa separazione ancora esiste ed è stata peggiorata dal mito della tecnologia, come se questa avesse la capacità di risolvere i problemi. La tecnologia, pur portando avanti favolosi strumenti alla fine deve fare i conti col fatto che le parole sono quelle, il linguaggio è quello, la scrittura, alcune regole della grammatica si devono pur imparare anche se si scrive sul telefonino.

Come si può risolvere questa dicotomia? Secondo me nelle scuole. Se non si comincia lì ad insegnare a leggere come un piacere, che è la cosa più difficile, si fa capire che quando si legge un libro lo si riscrive, si mette in moto l’immaginazione, lo strumento più potente del nostro corpo. L’immaginazione che altri chiamano “anima”, ci fa capire il dolore altrui e da lì viene il sentimento politico, l’etica. L’etica nasce e cresce se c’è la capacità di immaginare il dolore altrui, le sofferenze altrui, la solidarietà, la democrazia. Senza immaginazione siamo chiusi in un egocentrismo che porta al nulla, che non ci insegna a vivere insieme.

La Sicilia è particolarmente dotata di scrittori, ce ne sono di straordinari. Parliamo di autori dell’Ottocento però probabilmente le radici sono lontane, non a caso la Sicilia è stato il luogo dove è cresciuta e si è sviluppata parte della filosofia greca; non è un caso, la capacità di impostare le idee secondo logica, credo che venga dalla presenza della filosofia greca proprio qui, in questa Regione”.

L’autrice mescola poi note autobiografiche e produzioni sulla Sicilia: i suoi “La lunga vita di Marianna Ucrìa” e “Bagheria” raccontano di spaccati storici, tradizioni e paesaggi ormai lontani, nati dal suo ritorno in Sicilia in un periodo successivo alla sua permanenza durata otto anni nel capoluogo siciliano.

Marianna Ucria è il racconto di Marianna Gravina, una scrittrice sordomuta vissuta nella prima metà del Settecento siciliano. In un periodo in cui i sordomuti venivano rinchiusi in manicomio perché ritenuti “incapaci d’intendere e di volere” e in cui la Chiesa non li accettava come suo “corpo” privandoli dei sacramenti, Marianna riesce a sfuggire al manicomio attraverso lo sviluppo della sua personalità e l’apprendimento della scrittura, funzione vitale per la sua autonomia, non concessa alle donne a quei tempi. Tempi in cui la donna era considerata, in quella società feudale, quasi una proprietà alla stregua delle cose.

“Ho ripercorso questa storia ed è stato per me un bellissimo viaggio nel mondo siciliano del Settecento, uno dei periodi più sfavillanti, più ricchi, più intensi, più avanzati della Sicilia. D’altronde lo dimostra l’architettura perché le ville settecentesche che ci sono in Sicilia sono una delle cose più belle e preziose che fanno capire quanto la Sicilia abbia dato alla cultura europea in tutti i sensi. Qualche anno dopo il mio ritorno in Sicilia, ho rivisto Bagheria e, devo dire, con molto dolore. Chi conosce Bagheria sa o può immaginare anche se non l’ha conosciuta prima del “sacco”, della rapina del territorio, quanto fosse bella e integra questa piccola città nata come luogo di villeggiatura delle famiglie aristocratiche siciliane. I parchi sono andati selvaggiamente distrutti, si è costruito così da trasformare Bagheria oggi in un luogo di poca bellezza. Basta pensare alla villa Palagonia; Goethe era venuto fin dalla Germania per vederla, poi magari ha avuto qualche dubbio (sorride) sulla presenza dei mostri ma comunque si conosceva in tutta Europa. La villa era contornata da un grande giardino, un parco enorme e sulla villa c’erano queste statue molto curiose chiamati “mostri”, statue in pietra. Quando li vidi da piccola, arrivata a Bagheria, le statue si stagliavano contro il cielo, questa era la loro bellezza. Adesso dietro alle statue ci sono i gabinetti delle case popolari tirati su secondo criteri abusivi, dei mostri anche quelli, che nascondono la bellezza di quelle statue che rappresentano il “Barocco siciliano” nella  sue grande originalità.

Dacia Maraini“Bagheria” nasce dal confronto tra ciò che ho conosciuto nella integrità di questo paesaggio meraviglioso. Io vi andavo al mare in bicicletta, percorrendo una strada bellissima tutta alberata, mi trovavo sulla costa che a picco scendeva sul mare, il massimo che si incontrava era qualche contadino che impagliava le sedie, non c’era nulla. Oggi quel mare non lo si vede più, completamente chiuso da delle villette private, per arrivare a mare si deve fare un giro lunghissimo”.

Bagheria come metafora di altre storie di “rapina”. Non le ho scoperte io queste cose, c’erano già le carte di alcuni siciliani bagheresi molto attenti e polemici che hanno seguito la rapina del territorio e l’hanno denunciata. Io le ho semplicemente messe in evidenza nel mio libro che ha avuto poi un effetto nella storia di Bagheria.

A volte la parola rende visibile ciò che in quel momento è invisibile. Con amore e con dolore questa denuncia del: “Perché abbiamo rovinato un territorio meraviglioso che poteva solo come concertazione di ville e parchi diventare un polo turistico che avrebbe dato molta ricchezza?”. Il turismo se guidato bene dà molta ricchezza. Lì probabilmente ci sono stati degli errori, pensando che la cosa più importante fosse costruire selvaggiamente senza regole e limite, sbagliando perché s’è distrutto quello che era la materia più preziosa del paese. Dopo gli anni Ottanta si è iniziato a capire che il rapporto col “territorio”, con l’architettura può essere guidato in modo diverso”.

La direttrice del Palazzo d’Aumale chiede alla scrittrice, in una domanda dal sapore “romantico” come mai gli intellettuali artisti siciliani siano destinati ad andare via da questo territorio, ricordando Guttuso, Tornatore, mentre altri rimangano, come il poeta Buttitta a cantare, con talenti diversi, il loro grido di dolore per una Sicilia che cambia in malo modo. E’ questo il destino di chi ha “un antenna in più”, di chi coglie con sofferenza alcune cose e vorrebbe ribellarsi ad un sistema che a volte è come se ci tornasse contro? Andare via? O forse rimanere e cercare anche nella propria attività di cambiare le cose potrebbe essere una soluzione?. La scrittrice risponde:

Credo sia anche bello, un atto di coraggio rimanere nel proprio territorio e parlarne. Siccome oggi il mondo moderno è fatto di grandi movimenti, la globalizzazione purtroppo richiede questo. A prescindere dalla crisi è anche bello che si vada fuori, si conosca il mondo, si parli della Sicilia. Io conosco migliaia di siciliani che stanno fuori, fanno delle cose straordinarie; perché spesso i siciliani in un ambiente più favorevole riescono a farlo. L’importante è non rompere le radici, l’importante è ritornare e ricordare di avere quelle radici. Consolo, un amico, abitava a Milano ma teneva radici forti con la Sicilia; lo stesso Camilleri sta a Roma da quarant’anni però mi pare che la sua immaginazione sia molto legata alla sua “terra” tanto che usa il dialetto siciliano come strumento estetico e di comunicazione importante. Non ne farei una questione di logistica, quasi tutti gli scrittori sono andati via, cominciando da Sciascia; ma andare, venire, tornare, sapere però che esiste una radice, quello è importante. Non tagliare le radici perché quelle sono essenziali, in qualche modo c’ispirano, ci danno nutrimento.  

Penso a De Roberto, frequentato pochissimo nelle scuole perché considerato un “mangiapreti”, estromesso a favore di Verga, grandissimo anche lui, ma insomma… si conosce meno. De Roberto, Verga, Sciascia, Maria Messina; la vorrei ricordare perché si dimenticano spesso le donne. La cosa straordinaria è che la nipote di Maria Messina, Annie Messina ha scritto anche lei dei libri belli, stranissimi che ci raccontano di un “eros” legato alla storia addirittura dei Persiani… che uno dice: “Che c’entra la Sicilia?”, invece poi si trova che dentro c’è tutta una immaginazione dell’epoca caloringia che ritorna oggi come memoria storica rivisitata. E poi Buttitta, Goliarda Sapienza, scrittrice scoperta dai francesi.

L’intellettuale ha un po’ il compito di scendere nelle acque profonde dell’inconscio collettivo e di tirar fuori cose che ci sono là ma che non sono state visibili. Siccome l’inconscio si rinnova in continuazione e si deve confrontare con la realtà che cambia, ecco che lo scrittore in qualche modo fa da tramite tra l’inconscio collettivo e la consapevolezza. L’inconscio viene fuori, a volte, attraverso la visionarietà, non è un fatto puramente logico, razionale. Lo scrittore fa “vedere” e racconta tramite la narrazione qualcosa che prima non era visibile. C’era, perché lo scrittore non inventa nulla, però rende visibile una realtà nascosta, a volte; in questo senso ha una grande responsabilità. E poi un’altra responsabilità dello scrittore è quella di rinnovare il linguaggio. Il linguaggio non è quello che sta nel vocabolario, ma muta, si trasforma in continuazione, a volte prende delle malattie come ad esempio l’uso che fanno i tecnocrati dell’inglese, un servilismo linguistico insopportabile.

Acquisire una parola straniera è sempre stato fatto, è giusto che sia così ma dev’essere un lavoro, un’acquisizione sofferta, composta, un po’ come la perla dentro una conchiglia. La perla si forma quando vien dentro alla conchiglia un granellino che non le appartiene e la conchiglia per riuscire ad accettare questo estraneo lo avvolge con la saliva, ne fa questa cosa meravigliosa e lucente che è la perla. Secondo me le parole straniere, e così è stato nel passato, entrano in questa conchiglia del linguaggio italiano e la parola viene assunta rendendola perla. Se in una conchiglia ci si butta dentro una valanga di sabbia, se entra più di un granello, non si fa più niente, la perla si perde, non c’è più la perla ma solo sabbia e basta.

Ogni lingua deve mantenere la sua integrità, la sua forma. Noi ci chiamiamo italiani perché parliamo la stessa lingua, la nostra identità, una identità che ha radici meravigliose, di grande letteratura, di grande pensiero filosofico, di grande scienza; dobbiamo essere orgogliosi, ma se la imbastardiamo continuamente con l’ingresso di parole tecnologiche perché “le macchine parlano inglese” sembra di essere all’avanguardia, ma rimane un’apparenza. Io non sono contro l’apprendimento delle lingue, poi non si può prescindere dall’inglese che è la lingua internazionale dello scambio, ma separatamente, non facendo una specie di pasticcio che non si capisce niente. L’Italiano è la quarta lingua parlata al mondo, e nel mondo si parlano migliaia di lingue. Ci dovrebbe dare un senso di orgoglio sapere che il mondo è pieno di scuole di italiano. Io sono stata l’anno scorso nel Vietnam che è un Paese dove non c’è una grande emigrazione italiana. Per un mio libro tradotto, sono andata all’università e mi sono stupita al vedere una grande facoltà di italiano e allora ho chiesto come mai volessero imparare l’italiano, mi stupiva perché non ci sono “discendenti” da italiani. Una ragazza mi ha risposto: “Perché l’Italia è la prima potenza culturale del mondo“. C’è nei Paesi stranieri, soprattutto orientali, questo grande interesse per il nostro Paese; dovremmo allora essere un po’ più orgogliosi e difendere un po’ di più la nostra lingua, imparando a parte le altre”.

Tra le risposte alle domande:

“Secondo me non si può contrastare una novità tecnologica, perché c’è, fa parte della realtà, si tratta di guidarla. Non possiamo fermare i cambiamenti, fingere che non esistano, decidere di eliminarli è un errore. Dobbiamo imparare a guidarli. Come sapere che la contrazione linguistica che avviene nel linguaggio dei social  è uno strumento parziale, che non è quello il linguaggio, ma uno strumento per accorciare i tempi, come la stenografia, un po’. E importante quindi favorire i luoghi in cui il pensiero ha lo spazio per esprimersi ampiamente, per entrare in profondità, perché questa viene dall’agio. Se uno non ha un agio linguistico non può andare a fondo. Su Wathsapp non potrò scrivere una pagina di filosofia ma noi abbiamo bisogno della filosofia che poi è semplicemente ragionare sulla realtà.

Una cosa però mi indigna profondamente, soprattutto di Facebook, l’anonimato. Io mi ricordo che una volta, quando ancora non c’erano queste “diavolerie” arrivavano le lettere anonime. Le abbiamo ricevute anche io e i miei amici. La lettera anonima si stracciava. Non diventava uno strumento di comunicazione. Penso che questa immissione dell’anonimato nella comunicazione scritta è uno dei mali della comunicazione, perché dietro l’anonimato si scatena tutto ciò che c’è di peggio nell’essere umano senza un minimo di controllo. Non serve alla comunicazione l’insulto. Le idee bisogna discuterle, anche accanitamente ma discuterle. L’insulto è inutile perché nasconde i concetti. Uno può dire quello che vuole, io sono per la libertà di parola, ma bisogna metterci la faccia, perché altrimenti è facile, vile e vergognoso che tutto un sistema circolare mondiale sia basato sull’anonimato”.

“I delitti contro le donne, così tanto e spesso raccontati nella cronaca, ripetono spesso una struttura: una coppia che si è amata e ad un certo punto ha un disagio. Spesso l’uomo comincia ad avere una sorta di “gelosia da proprietà” che penso sia riconducibile ad un fatto culturale. Credo che gli esseri umani siano tutti capaci di fare il male e il bene, altrimenti ci sarebbero due razze. Invece no, siamo tutti uguali. Ci sono però differenze storiche. Le donne sono state costrette a sublimare più degli uomini e hanno imparato a controllarsi di più. Ma chi compie queste azioni non lo fa in sé, in quanto uomo, piuttosto in quello che si identifica con la “cultura del possesso”.

Penso che la cultura del possesso sia un forma arcaica di cultura che oggi ritroviamo nella cultura di mercato riproposta in termini nuovi ma è sempre quella, il concetto della “proprietà dell’altro”, diventa schiavizzare l’altro. E questo vale anche per i bambini. Le donne che hanno imparato a sublimare spesso questo senso di proprietà ce l’hanno verso i figli. Tant’è che pensano che i figli siano proprietà di cui posson fare ciò che vogliono.

Sono vere e proprie “tragedie culturali” che pongono un problema da risolvere alla base, insegnando ai bambini sin dell’asilo che la proprietà non esiste, che non si può possedere nessuno per nessuna ragione del mondo, che l’amore non è una giustificazione, non dà il diritto del possesso.

La crisi delle ideologie, delle utopie, l’assenza di una Chiesa capace di proporre dei valori sicuri, chiari, precisi crea una incertezza, un senso di vuoto per cui questi rigurgiti culturali legati al possesso sembrano l’unica possibilità”.

Angelo Di Liberto, scrittore siciliano, pone alla Maraini un interrogativo: “Una volta non si invitava Fabio Volo ad un simposio filosofico come adesso. Facendo questo si fa credere, soprattutto ai giovani, che non hanno i nostri punti di riferimento, che quella sia letteratura, dando importanza a produzione senza alcun valore letterario, la possibilità di assurgere non solo ad una notorietà, data già dalla televisione ma, soprattutto, una importanza letteraria che non ha. C’è questa grande confusione in Italia”…

“Non si può intervenire sul mercato. Dov’è che si distingue? Là dove si fa la critica, lì c’è confusione perché bisognerebbe essere più rigorosi”.

A ringraziare la scrittrice erano presenti l’assessore Censoplano in rappresentanza del comune di Terrasini e il consigliere Ruffino di Cinisi.

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