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La rivoluzione della caponata senza dado

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“Se non c’è dado non c’è caponata e se non c’è caponata non c’è… Famigghia!!!”

E se ai siciliani viene toccata la cucina tradizionale e la famiglia non c’è via di scampo. Si può sopportare di tutto e di più, ma per questi due capisaldi della nostra cultura in tanti sono pronti a scatenare una vera rivoluzione, la “rivoluzione della caponata senza dado”, al grido, anzi come si dice adesso all’hastag di #savecaponata, o #jesuiscaponata (tristemente di moda in questo periodo).

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Ma partiamo dalle origini. Un grosso marchio dell’industria alimentare, forse seguendo come principio l’idea dell’“importante che se ne parli”, lancia una pubblicità che si apre con una bellissima immagine del Teatro Politeama, che farebbe scendere una lacrimuccia di commozione ad ogni palermitano inevitabilmente innamorato della propria città. Questo è quello che potremmo definire il primo grave errore, perché se a noi palermitani ci metti in uno stato d’animo di sentimentalismo verso la nostra amata Conca d’Oro, già dovresti immaginare quello che potrai scatenare.

Subito dopo appare una bella cucina simile a quella delle trasmissioni televisive che parlano di cibo e che vanno tanto di moda oggi. Compaiono due signore, una è più nota al pubblico nazionale perché è la vincitrice della seconda edizione di Masterchef, un’avvocata che ai tribunali ha preferito padelle e fornelli, come darle torto del resto. La signora meno conosciuta è ciò che il cliché televisivo vuole rappresentare come la tipica donna di casa siciliana, che cucina indossando una bella camicetta bianca con piccoli fiorellini, i capelli sciolti sulle spalle e ben pettinati (certo, tanto lei le melanzane non le frigge). Ma lasciamo perdere questo elemento, perché è ovvio che pubblicità e realismo non possono andare di pari passo.

E’ qui però che avviene il primo grosso scivolone: la signora presentata come palermitana comincia a descrivere il piatto. Il suo accento è quello tipico dei telefilm in cui si fa parlare in siciliano un attore “continentale” (che il più delle volte interpreta un boss mafioso) con un accento che in Sicilia non si è mai sentito, tanto meno a Palermo. Ora immaginiamoci il tipico palermitano che sprofondato nel divano vede comparire il teatro Politeama e già si commuove, poi vede una bella cucina e comincia a sognare le sue sarde a beccafico, le panelle e si risveglia sentendo una signora che parla in un finto palermitano. Noi al nostro accento ci teniamo tantissimo, cosa vogliono… che ci rimanga secco?

Perché c’è da dire che i siciliani possono accettare da un solo attore italiano-non siciliano l’imitazione della nostra “fantastica cadenza”,  che è Luca Zingaretti, il mitico commissario Montalbano che tutti apprezziamo anche quando dice: “Montalbano sunu”, ma solo lui può farlo, nessun altro. A lui i palermitani perdonano persino di aver diffuso il termine “arancini” al maschile, piuttosto che arancine al femminile, questione di feeling.

Ma la storia non finisce qui. La signora sta cucinando una “cosa” incomprensibile, un mix di verdure crude in una padella e, udite udite, la chiama “Caponata”. Ma non sanno che i palermitani sono ultraortodossi in quanto a cucina? Non sanno che se qualcuno fa la pasta con le sarde con lo spaghetto al posto del maccheroncino potremmo sentirci male? Non sanno che  per un piatto di pasta con i tenerumi malfatta potremmo toglierti il saluto per sempre?

E tu dadostar che fai? Ci proponi una caponata senza i “milinciani fritti”, con le olive in salamoia e senza pomodoro? Ed è qui che arriva il colpo di grazia capace di far scatenare ogni palermitano ed a questo punto anche ogni siciliano: la signora unisce in padella il suo tocco speciale, il dado tagliato a “pizzuddicchi”.

“Perché se non c’è dado non c’è caponata”, e dopo questa frase mi si è veramente  ac…CAPONATA la pelle!

E tanto per concludere ti appelli anche alla famiglia, manca solo Santa Rosalia, ma nemmeno lei potrà fare il miracolo stavolta…

Millenni di filosofia siciliana fondata sull’equilibrio tra l’agro e il dolce, anni e anni di tradizione con tanto di nonne che ci hanno insegnato come assaggiare una cucchiaiata di caponata per cogliere il giusto sapore, cancellati in un solo tiro di dado che al massimo potremmo tollerare in una minestrina?

Dopo questa pubblicità il web è impazzito, tutti si sono scatenati in un mix di indignazione ed ironia, così streetpalermo ha lanciato un video dove un famoso meusaro palermitano prepara il panino ca meusa fingendo di aggiungere un dado (guarda il video), è nata la pagina intitolata La caponata non va profanata dove tutti gli amanti della caponata vera si stanno scatenando con commenti  che vanno dall’arrabbiato allo scherzoso, in cui qualcuno ha scritto di temere che si possa mettere il dado anche nella cassata. In questa pagina stanno spuntando delle belle immagini di caponate senza dado e fatte in casa.

Decine gli hastag che vanno dal #savecaponata, #nonuccidetelacaponata, #giù lemanidallacaponata etc, tanti gli articoli in molti siti palermitani a cominciare dalla Repubblica Palermo , a Dipalermo a Crocchè.it. C’è chi come la foodblogger siciliana Enza Accardi ha contattato personalmente il servizio consumatori della Star per esprimere il proprio disaccordo o altri che hanno scritto alla vincitrice di Masterchef chiedendo spiegazioni e soprattutto con la speranza che questa pubblicità venga cancellata perché dà una immagine sbagliata di uno dei nostri piatti più complessi e conosciuti nel mondo, che ha tantissime varianti secondo ogni città siciliana di provenienza, con l’unica certezza che il dado non c’è.

L’occasione di questa indignazione di massa non sarà sprecata se sarà fatta vivere senza insulti ed eccessivo astio (purtroppo tipici di un momento di crisi in cui tutto è occasione per sfogarsi), non solo come critica (al marchio più che alle persone), ma soprattutto come la possibilità di far conoscere la nostra cucina tradizionale, che nasce dalla fusione di tanti mondi lontani e che ci insegna proprio l’equilibrio, l’armonia ed il rispetto dell’altro.

Qui la vera ricetta della caponata palermitana.

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1 Commento su "La rivoluzione della caponata senza dado"

Solaria M.

Da napoletana adottata dalla cultura siciliana, ormai diventata per me strettamente familiare, non posso che essere in pieno accordo su ogni tua singola parola. Certe tradizioni non vanno occultate ma soprattutto una cultura dialettale così antica non può essere ridicolizzata con un accento che di palermitano non ha proprio nulla!

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