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“Io non mi fermo qui”: una istantanea

Cinisi. Della lunaticità meteorologica di marzo eravamo già a conoscenza e a tal proposito ciò che ci premeva di più, a livello organizzativo, era la possibilità che gli artisti coinvolti per l’estemporanea d’arte, non potessero permettersi di lasciare andare la propria creatività, lasciarla fluire generosa, accarezzati dal sole e gasati dagli occhi curiosi.

Pino Manzella, Luigi Chirco, Marilena Manzella e Beny Vitale sono stati più caparbi, determinati e appassionati delle gocce di pioggia che inumidivano la tela e bagnavano i loro corpi. Per chi ha avuto la possibilità di osservare in corso d’opera la loro personalissima interpretazione dell’opera di Henri Matisse “La danse” ha compreso che ogni sensibilità ha un linguaggio differente e una poetica propri.

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Lavorare ad un progetto unico, su proposta di Pino Manzella, a otto mani, è stata per loro una dolce forzatura, una esperienza coinvolgente e significativa e in completo accordo con ciò che vederli all’opera assieme con tecniche diverse suggeriva.

Si partiva da un originale, una danza fatta di movimento continuo che suggerisce una tensione verso l’unione con gli altri. Ciò avviene non al centro ma al confine del mondo in uno spazio precario, vitale. Nell’opera originale, pochissimi colori, figure abbozzate appena si stagliano su fondo minimale, con l’intento di ridurre al minimo, sulla tela, ciò che immaginativamente suggerisce il massimo.

Nella interpretazione dei nostri, si perde un po’ l’archetipo della umanità e le figure vivono della peculiarità che condividono in una “danza della diversità” che li connette in maniera più profonda, ciascuno mediante la propria individualità, a suggerire la bellezza del dono e dell’agape.

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Nella sala da the interna al bar Palazzolo, la platea inizia ad ascoltare il convegno “Corpo e mente: l’equilibrio essenziale nella prevenzione”. C’è il dinamismo tipico da “convivenza professionale”: i relatori sembrano a tratti essere esplicativi, provocatori, didattici, evocativi. Dispensano “visioni”, raccontano di passioni ponendo al centro la prevenzione, l’educazione al benessere, le emozioni.

Non è stato certo facile moderare un incontro tra professionisti che abbracciano modi diversi di guardare all’uomo: i dottori Saverio Leone, Guido Musumeci, Maria Pia Pandolfo, Maria Angela Callari hanno mostrato nelle loro parole come percorsi di formazione, esperienze, incontri e consapevolezze possano differenziarsi notevolmente e caratterizzare una “differenza di vedute” che ha costituito il fulcro centrale dell’incontro.8_marzo_2015_covegno_labnovecento45_0011

L’intento di LABNovecento45 è stato quello di porre la platea nelle condizioni di ascoltare, annuire, approvare ma anche criticare e dissentire rispetto a ciò che ascoltava. Nessuna ricetta, nessuna catechesi, nessuna indicazione se non quella di porre le condizioni dinamiche perché un pensiero critico, nato dalle forte differenza delle posizioni, potesse venir fuori da parte di tutti.

A conclusione e a corredo, i fotografi di Asadin con i loro scatti di spose, contenevano, circondavano e impreziosivano l’incontro ad un ritmo assolutamente romantico dettato dagli arpeggi di Federico Stabile.

Caterina Blunda, Pino Manzella, Nicola Palazzolo, Pasquale Russo, Giovanna Biondo, Daniela Riedlova, Salvo Pecoraro, Antonio Costa, Vitalba Giostra, Daniele Lo Forte, Gaspare Palazzolo, Marcello Puglisi, Peppe Perna, Salvo Alongi, Pro Visionforme, Giuseppe Viviano, Fatima Li Cavoli, Marcello Impastato, Alessandro Badalamenti, Vincenzo Aluia, Giovanni Cavataio, Vincenzo Zangara e le loro modelle e muse ispiratrici hanno raccontato tante storie, personalità e sfide.

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Il loro lavoro devoto e assolutamente fulmineo è stata la dimostrazione che la passione e l’amore per la fotografia sa muovere le azioni oltre i tempi della realtà riflettendosi nel potere evocativo, artigianale, antico degli scatti: tutti assolutamente aderenti al tema dell’incontro: Io non mi fermo qui!.

Evelin Costa è stata capace di riassumere l’anima delle scene catturate regalandoci la chiave di lettura più poetica dell’evento:

Spose che dopo aver dismesso l’abito bianco della Festa, apoteosi della ricercatezza estetica, scelgono di indossarlo non più come simbolo di purezza ostentata e di apparenza, ma come “abito di lotta” per il superamento degli ostacoli che si presentano nel corso della vita.
Una serie di scatti mai statici in cui tolti tutti gli orpelli, il trucco perfetto, le acconciature e ogni velo di effimero, è stravolta l’idea convenzionale di bellezza. Un continuo divenire che è movimento anche interiore, una crescita verso l’autoaffermazione. Una donna che afferra la propria esistenza tra le mani scegliendo di non fermarsi dinanzi alle difficoltà, ai limiti imposti ed autoimposti, vivendo intensamente la vita, che nella metafora di una corsa ad ostacoli, non ha come obiettivo un podio, ma il percorso stesso, fatto di cadute, ferite, salti, rialzate.
Così la sposa coraggiosamente intraprende una scalata faticosa verso la meta, arrampicandosi su una parete rocciosa a picco sul mare. Si salva dalle fiamme che vorrebbero avvolgere i veli che la ricoprono, si libera da reti rosse come il sangue che cercano di imprigionare la sua essenza vitale. Sconfigge il filo spinato che trattiene il suo diafano velo ma non la sua anima. Varca un cancello lasciandosi volare dietro ogni pensiero triste. In un braccio di ferro con la morte vestita di nero riesce a vincere. Solleva la propria gonna ingombrante per una corsa libera oltre ogni metaforico “stop”, scavalca muri di asperità, spezza le catene che la opprimono, emerge tra le spine come per risorgere. Scaglia una sedia a un doloroso destino da cui vuole allontanarsi, e sormontando delle scale trova la forza per calpestare ogni possibile segnale di dolore. Esce dal tunnel con passo sicuro, scappa da una galleria verso la luce e la libertà, apre una porta lasciandosi alle spalle spaventose oscurità. Nella sua corsa ad ostacoli è aiutata solo dalle proprie gambe muscolose e da un paio di scarpe da ginnastica, è lanciata in un salto verso il futuro con la forza vibrante di un cavallo nero. Fugge dal male spinta dall’amore per i suoi cari che la tengono legata alla vita e grazie al sostegno degli altri intraprende la propria gara personale, in una sorta di staffetta fra donne e se è in difficoltà non rimane da sola su uno scoglio impervio ma trova una mano a cui aggrapparsi. Rompe la propria immagine sofferente riflessa nello specchio con l’aiuto di una mazza ma soprattutto con una fragorosa risata. Cosa c’è dentro e oltre quell’abito bianco? Uno sguardo che sembra distaccarsi da sé, ma che scava nella propria interiorità prova a svelare questo interrogativo profondo.
Un viaggio intimo ma anche collettivo, nel quale queste spose liberate da ogni paura e costrizione trovano forza in sé e fuori da sé, stringendosi le mani tra loro e guardando verso l’azzurro del cielo, in una corsa comune, sfrenata e sorridente, insieme”.

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