Questo mio articolo non sarà il racconto di chi ha osservato, ma quello di chi ha partecipato ad un momento di grande valore e da questo spirito di “partecipazione” non potrò prescindere, perché il coinvolgimento emotivo e mentale che ho vissuto è stato troppo intenso.

Volo dalla Sicilia alla Sardegna. Un cammino per aria che dura solo quaranta minuti che per me sono eterni, ma il vento che ci accoglie a Cagliari è respiro per i miei sensi. C’è un sole forte. Ci accolgono i sorrisi e l’affetto dei nostri amici sardi, Antonella, Roberta e Davide. Comincia un lungo viaggio in auto verso Macomer. Attraversiamo il cuore della Sardegna in una strada che non è poi così diversa dalle strade siciliane a cui sono abituata, qualche scossone ogni tanto dovuto ad un manto stradale non perfetto, ma niente di che. Mi colpisce lo spazio. Tanto spazio non costruito, vegetazione incolta, ulivi selvatici, molto verde. Potrebbe sembrare un vuoto da riempire ed invece è così pieno di senso.

Macomer è una graziosa cittadina, sembra che “tutto” disti ad almeno un’ora da qui. Molto spazio, appunto. Era una città ricca fino a qualche anno fa. Viveva grazie ad aziende tessili e casearie e poi c’erano le caserme per il CAR con un certo movimento dovuto ai numerosi ospiti che arrivavano per assistere al giuramento militare di qualche figlio o parente. Poi il nulla. La crisi ha fatto chiudere le aziende, non ci sono più le caserme. Almeno 1500 persone in cassa integrazione, un inceneritore che rischia di bloccare il mercato agroalimentare. La cittadina si è spopolata e questo si nota.

C’è un bel cuore antico a Macomer che ho visitato soprattutto di notte, quando in giro non c’era più nessuno. Piccole case del tipico color scuro della pietra basaltica che caratterizza la zona. Ricordano i nuraghi disseminati nel verde della campagna circostante. Una chiesetta, vicoli e angoli affascinanti,la casa di un poeta cieco, Melchiorre Murenu, l’Omero del Marghine, dal nome della catena montuosa che ci circonda.  Alcuni murales di Pina Monne con le tristi poesie del vate ed immagini campestri. Fuori dal piccolo centro tutto è un po’ più desolato, si sente l’abbandono e lo sconforto che si sta vivendo.

Arriviamo al Centro Studi Unla. Questo è un luogo dei sogni per me. E’ il luogo dove trascorrerò la gran parte della settimana. Era una caserma e adesso al suo interno ci sono libri, computer, una mediateca, un palco, spazi per laboratori per bambini, una sala registrazioni, c’è anche una stampante 3d che da sempre stuzzica la mia fantasia. Tutto è colorato, allegro, vivo, accogliente, come i ragazzi che vi lavorano.

Sarà in questo posto bellissimo che esporrò la mia mostra intitolata “Donne”.  Il Centro Studi è uno dei luoghi principali del  Festival “Conta e Cammina”. In un immenso spazio esterno è parcheggiato il camper di Radio Cento Passi “guidato” in tutti i sensi da Danilo Sulis, che curerà le  interviste in diretta dei ragazzi delle scuole.  All’ingresso i banchi con i libri della libreria EMMEPI animata da due fantastiche donne ed una piccola donnina di quattro anni sempre presente col suo sorriso.

Il centro Unla è solo uno dei luoghi del festival, c’è anche la Cooperativa H. Altro spazio immenso immerso in un parco verde. Altra mostra esposta qui, quella dell’associazione ASADIN intitolata  “Wonderland” e dedicata ai beni confiscati alla mafia, che ogni giorno verrà illustrata dall’artista cinisense Pino Manzella. Assistere al suo racconto è sempre un’emozione. I bambini ascoltano assorti la sua voce a volte rotta dalla commozione. Parole semplici e incisive le sue. Racconta come ad alcuni luoghi nati dalla criminalità sia stata data una giusta dignità, una nuova vita ed un ruolo positivo. I bambini delle scuole a volte sono timidi, altre hanno fame di conoscenza e curiosità, dipende anche da quanto alcuni insegnanti preziosi li hanno preparati a questi giorni. Vogliono conoscere la vita di Peppino Impastato, la domanda che ricorre è : “come era?”, “Era duro con la mafia, ma con i suoi amici come si comportava?”. Vogliono sapere se la mafia a loro, compagni di Peppino, faceva paura e come si vive adesso. C’è emozione nelle domande e nelle risposte.

Il Festival è stato anche  itinerante, si muoveva il camper e soprattutto ha girato il racconto di Giovanni Impastato, che da tanti anni si è assunto il ruolo di raccontare la vita del fratello Peppino in giro per le scuole e non solo. Ci sono stati incontri a Tempio Pausania, a Nuoro, a Bonorva dove il “sindaco combattente” ha subito delle minacce. Giovanni raccontava la vita di Peppino, di sua madre, il loro impegno per la giustizia e la libertà. Ha portato l’esperienza di Casa Memoria ed ha risposto alle domande di tanti ragazzi.

Ai ragazzi, durante le giornate, verrà presentato da Davide Vittori e Stefano Biagianti del GAP Pio la Torre di Rimini il documentario “Romagna Nostra” che descrive come la mafia sia penetrata nei territori apparentemente incontaminati dell’Emilia Romagna, una realtà in pericolosa crescita.

Parteciperanno anche al laboratorio guidato da Stefania Ziglio e Paolo Soraci dell’ “Osservatorio sulla ‘ndrangheta” per la sensibilizzazione sul gioco d’azzardo, un fenomeno che sta diventando sempre più diffuso, che si collega con la criminalità sia nella gestione del gioco, che nelle conseguenze dei suoi effetti. Molti giocatori sono costretti a trasformarsi in rapinatori per far fronte ai propri debiti. I ragazzi conoscono il fenomeno, rispondono con interesse, capiscono che il gioco crea una sorta di dipendenza come l’alcool.  Spesso infatti è proprio a loro che  si rivolge questo mercato molto pericoloso. Internet e sale giochi troppo vicine ai luoghi frequentati dai giovani. C’è molta partecipazione, in un gioco di ruolo interpretano alcuni la parte del giocatore, altri quella di chi è contrario al gioco e vuole dare aiuto, ma non è sempre facile aiutare e soprattutto farsi aiutare. Questo è chiaro.

Tra i momenti più entusiasmanti e vivaci, i laboratori sulla Costituzione tenuti da Roberta Balestrucci con l’aiuto delle collaboratrici e bravissime volontarie del centro. I ragazzi sono informati e preparati, conoscono i propri diritti. Tramite giochi si relazionano tra loro imparando l’importanza della parola, dell’esprimere il proprio pensiero, del partecipare e di quello che è il cuore centrale del Festival: camminare e contare. Dove contare significa valere, essere importanti, tutti, per sé e per gli altri . Si parla e si ascolta. Ci si conosce, si vota. I ragazzi compileranno un proprio “Passaporto Anomalo” dove decideranno un nome per la propria squadra, ma anche “cosa sono e cosa vorrebbero essere”. I nomi scelti parlano di libertà, di Peppino e della sua storia, di Padre Puglisi, di legalità. Alla “luce del sole” di Macomer, i ragazzi si esprimono e mi regalano una speranza nel futuro.

Dopo il seminario a volte c’è il momento in cui mi trovo a presentare la mia mostra “Donne”. E’ difficile descrivere la vertigine che può provare una persona emotiva che crede nel senso di responsabilità che ci vuole nel parlare con ragazzi così giovani. Si, la mia sensazione era una vertigine, quella che si prova quando si ha paura di cadere, ma si  vorrebbe volare . E chi mi ha sostenuta in questo volo sono stati quei duecento ragazzini e ragazzine dai visi limpidi. A volte sorridenti e scherzosi, altre assorti. Domande improvvise, la richiesta di aiuto per scrivere un proprio pensiero, la vitalità. Questa speranza protegge e aiuta. E’ il futuro. Ho raccontato il viaggio delle donne migranti presenti nei miei quadri, di quelle che come numeri vengono contate quando muoiono sotto i nostri mari e riscriverlo oggi che sono morte nel Mediterraneo tantissime persone fa ancora più male. Ho voluto presentare queste donne non come vittime, ma come eroine che cercano un futuro migliore, una speranza per trasformare un dolore in una possibilità. Abbiamo dato la dignità di un nome e di una identità  a queste donne in un cammino comune e in una ricerca per “contare” qualcosa.

Uno dei momenti più interessanti e coinvolgenti del festival,  il racconto di Monica Morini, attrice e autrice del Teatro dell’Orsa, che insieme alla pianista Claudia Catellani ha curato i laboratori di genere raccontando la storia di donne selvagge e spettinate. “Fuochi: da Antigone a Malala”, passando per Rosa Parks, Samia, Rita Atria e altre donne che hanno cercato di alzare la testa per essere libere di scegliere la propria vita. Un momento di grande emozione, coinvolgimento. Il mio cuore ha pulsato insieme a queste donne dei tempi passati e di quelli più recenti. Monica Morini è stata preziosa in questi giorni e la sua presenza ha contato moltissimo per l’autocoscienza di tutti, grandi e piccoli.

Importante anche la trasferta a Torre Pausania in cui Giovanni Impastato ha parlato davanti a 400 giovani delle scuole superiori che poi hanno incontrato anche Radio 100 passi. Il pomeriggio sempre a Torre Pausania, Giovanni Impastato e Pino Manzella hanno presentato il libro “La Memoria e l’arte”.

Un momento di grande intensità è stata la serata “Parole di legalità”  in cui, attraverso alcune parole chiave, abbiamo ascoltato le esperienze di Rosalba Cicalò (droghe), Patrizia De Sole (violenza), Giovanni Impastato (mafia), Pino Masciari (corruzione), Bachisio Porru (bullismo), Giammario Senes (istituzioni), Stefania Ziglio (azzardo), guidati dal giornalista della Rai, Paolo Mastino. Come ha sottolineato il sindaco di Bonorva durante il suo intervento, tutte queste erano parole di illegalità piuttosto che di legalità, tranne l’istituzione che a lui toccava raccontare, dove anche qui spesso purtroppo si annida l’illegalità.

Rosalba Cicalò, attualmente dirigente medico del SERT di Nuoro, ci ha descritto la situazione della  provincia di Nuoro e di Olbia dove ha lavorato. I SERT dagli anni ’90 in poi si sono trasformati,  oggi sono chiamati SERD  perché si occupano di tutti i tipi di dipendenze, non solo della droga. Gli operatori si sono dovuti formare perché adesso l’utenza è più variegata. Non ci sono più solo gli eroinomani a cui dare il metadone come nel passato. C’è l’utenza dei giocatori d’azzardo e delle loro famiglie. C’è il problema dell’alcool diffusissimo tra i minori. Il loro impegno si collega anche al lavoro con i tribunali perché le dipendenze creano microcriminalità. Importante è il ruolo delle famiglie che spesso hanno difficoltà a collaborare. Le famiglie a volte tollerano e sono incoerenti. La dottoressa ha concluso sull’importanza di non trascurare alcuni tipi di sostanze meno conosciute o sottovalutate come la cannabis, che oggi è diversa dal passato, più pericolosa perché geneticamente modificata. Si tratta di sostanze  che oggi i ragazzi acquistano anche online.

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Patrizia De Sole, che ha fondato un Centro Antiviolenza e una Casa Rifugio per donne vittime di violenza,  ci ha parlato dei pericoli creati dalla normalizzazione della violenza. La violenza sulle donne è spesso “giustificata” dalle istituzioni. Lo Stato deve parlare di regole non violente perché la violenza genera altra violenza,  affrontando quindi  il problema  non solo tramite pacchetti di sicurezza, ma anche dando il giusto valore alle donne. Riprendendo le parole di Gramsci ha sollecitato sull’importanza di non essere indifferenti. Coloro che compiono omicidi efferati, come scriveva Hanna Arendt riferendosi al nazismo, non sono necessariamente mostri, ma spesso si tratta persone normali. Come è stato possibile nella storia dei genocidi che le persone non si siano ribellate alle regole di sterminio dello Stato? Perché “non hanno pensato”, la violenza uccide il pensiero. Bisogna sovrapporre il pensiero alla violenza. Quelli che invece si sono ribellati erano anche loro persone normali, ma hanno dialogato con se stessi, hanno dato sfogo alla riflessione. Non è la violenza ad avere radici profonde nell’animo umano, ma l’aggressività, che non è necessariamente negativa. La violenza è in superficie, è l’estremo, ma non è profonda. Se si riflette in profondità ci può esser una speranza.

Giovanni Impastato ha parlato della fase in cui stiamo entrando, quella della rassegnazione che è forse peggiore dell’indifferenza. La lotta alla mafia è nata nel secolo precedente, sono state lotte contadine dal basso, come quelle in Sicilia successive alla costruzione della prima repubblica. A Portella della Ginestra sono stati uccisi sindacalisti e persone che lottavano anche per la legalità, volevano l’applicazione della riforma agraria che doveva sconfiggere la mafia. La legalità, dice Giovanni,  più che rispetto delle leggi deve essere il rispetto della dignità umana. La parola legalità oggi è sovrautilizzata,  bisognerebbe parlare piuttosto di legalità democratica e costituzionale. Legalità non significa abbassare la testa,  piegarsi e accettare le sopraffazioni. Dobbiamo riconoscere l’importanza della disobbedienza civile per sconfiggere la mafia, da Martin Luter King, Gandi, Rosa Parcks, Danilo Dolci, Peppino Impastato.

Pino Masciari, che il giorno successivo parlerà anche davanti alla platea di ragazzi, è un imprenditore calabrese diventato testimone di giustizia. Ci ha raccontato la sua amara vicenda cominciata nel ’90 che lo ha reso vittima di una angosciante spirale di attentati. La ‘ndrangheta, quando lui l’ha denunciata, era ignorata dalle istituzioni, anzi era ben  accetta perchè “aiutava” le istituzioni a regolare la vita sociale: non c’erano furti e disordini. Anche gli imprenditori pagavano il prezzo del “servizio” dato dalla ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta ci dice, non fa rumore, opera nel silenzio per trovare consenso, ma non si accontenta e penetra ovunque. Pino Masciari nasce da una famiglia di imprenditori, ha dovuto sostituire il padre dopo la morte. Di fronte alle richieste della ‘ndrangheta ha chiesto aiuto allo Stato. Inizialmente  gli è stato consigliato di trattare, come facevano tutti gli altri. Lui ha denunciato i boss delle quattro provincie ed anche parte delle istituzioni. La sua vita è cambiata, ha dovuto chiudere le aziende. Dopo aver subito una serie di attentati, nel ’97 è entrato in un programma di protezione coinvolgendo la moglie, che lo ha sempre appoggiato, ed i loro bambini. Hanno perso tutti gli affetti vivendo lontani dalla propria terra e chiusi dentro “quattro mura” . La situazione che ci racconta con tono disperato è molto complessa. C’erano falle nel sistema, ad esempio ai suoi  figli facevano usare il nome vero. Non si sentiva del tutto sicuro. Dopo quasi dodici anni di questa vita, decide di rientrare nel suo paese e riprendere la propria esistenza e le proprie aziende. Perde il programma di protezione nel 2004. Tra le motivazioni quella secondo cui “i processi erano terminati”. Fa una lunga battaglia per il diritto alla sicurezza. Nel 2009 nel davanzale della sua ex azienda viene trovato un ordigno  inesploso ed anche la sua casa viene violata. Ottiene una sentenza a suo favore e lotta perché venga applicata. Dal 2010 fuoriesce definitivamente dal programma di protezione rimanendo sotto scorta, ma solo in Calabria. Si batte anche per gli altri testimoni di giustizia che non riescono a riprendere la propria vita.  Lotta per difendere lo Stato, distinguendo quello colluso da quello delle persone per bene. Nel suo percorso ha visto molta corruzione anche in vari luoghi dello Stato, ma ha trovato la vicinanza di molte persone. Gira per le scuole per portare un esempio positivo. Ci dice che col dilagare della disoccupazione, lo Stato si deve fare carico del sociale, ma le mafie e la corruzione si alimentano con la falsa politica e anche con l’indifferenza. Afferma che bisogna “organizzare il coraggio” per riprendersi questa terra. La cosa che più colpisce del suo intervento è l’angoscia per aver pagato un prezzo troppo caro, solo per essere stato onesto e dentro la legalità.

Bachisio Porru , presidente dell’ Associazione Nazionale Presidi, sezione Sardegna, ci parla del bullismo tra i giovani. La vittima di bullismo spesso non trova comprensione, ma indifferenza. Prima il bullismo era l’angheria estrema fatta di presenza, adesso con gli strumenti informatici il bullismo è cambiato. Il cyber bullismo sta diventando ancora più pericoloso, ha una ripercussione più ampia sulla vittima perché si sviluppa non solo nella scuola, nelle piazze, nei luoghi di incontro dei giovani, ma anche, tramite lo smartphone o il tablet, nella sua cameretta. Ovunque e sempre,  giorno e notte. Spesso il persecutore nel cyber bullismo è anonimo e quindi più insidioso. La vittima solitamente è scelta per la sua diversità, per l’aspetto estetico, per la timidezza, per l’orientamento sessuale, perché è straniera, per l’abbigliamento non convenzionale, per la bellezza femminile, per l’essere disabile. L’antidemocraticità di certe derive razziste a cui assistiamo comincia in certi atteggiamenti che non devono esser fatti maturare perché la società diventerebbe un mostro. Da qui l’ importanza del linguaggio e del rispetto a partire della scuola. La scuola non può essere indifferente .Prima tutto era delegato alla buona volontà dei singoli, adesso però si stanno dando delle linee guida, perché la scuola è il luogo dove si forma il cittadino del domani, una missione quella formativa, che deve coinvolgere  tutta la comunità.

Il sindaco di Bonorva, Giammario Senes, ha parlato delle istituzioni che dovrebbero essere il simbolo della legalità, ma spesso non lo sono. C’è una forte percezione di negatività da parte dei cittadini a causa della scarsa trasparenza e della diffusione della corruzione che è una sorta di cancro. Ciò influisce nella fiducia da parte dei cittadini di poter vivere in una società dove sentirsi cittadini a pieno titolo. Il patrimonio più importante della collettività è dato da norme condivise e da un patrimonio sociale fatto di valori comuni. E’ importante il rapporto con le scuole, serve un radicale cambiamento tramite un processo culturale nelle nuove generazioni.  La legalità, ci spiega, non è solo il  rispetto delle norme, ma di chi ti sta accanto. E’ difficile affrontare la crisi finanziaria solo parlando di sacrifici, negli ultimi anni  il mondo non è più povero. La ricchezza è aumentata, ma sono cresciute le diseguaglianze nella distribuzione delle ricchezze, questo è illegale. Dentro le istituzione c’è però anche una parte che resiste e si schiera contro la corruzione, che non trucca i concorsi, che assiste anche al dissenso dei propri elettori che a volte sono portatori di una mentalità ed un approccio sbagliato e richiedono alcuni favori. Gli amministratori diventano bersaglio del disagio sociale e della disperazione. Lui stesso è stato bersaglio di azioni intimidatorie pesanti.  Alcuni allevatori volevano usare un bene in maniera illegale, il sindaco sta cercando di ripristinare la legalità e usare questo bene per fini collettivi. Molti cittadini gli hanno richiesto di farsi giustizia da soli per una forte sfiducia nello Stato. Si è rifiutato di seguire strade di violenza. Nel suo paese ci sono state nel passato diverse faide, ci ha detto che non vuole che la comunità ricada nel terrore. Vuole combattere perché lo Stato dia un messaggio ai giovani di coerenza con i valori della Costituzione.

Stefania Giglio ha parlato del gioco d’azzardo, di cui il 40% delle vittime sono adolescenti. Anche in Sardegna i dati sono allarmanti. Il volume di affari di questo mercato è molto alto e fa gola alla criminalità organizzata, lo Stato non recupera e non ci guadagna così tanto e spende anche molto denaro per la cura di questi malati. Moltissime macchinette sono illegali,  il tasso di evasione è altissimo, cresce l’usura e si entra in un circolo vizioso. La dipendenza da gioco è grave e sottovalutata, molti non sanno che i SERD curano anche queste dipendenze. Il gioco d’azzardo patologico va visto oltre che come malattia anche collegato con tutti i reati che ci sono dietro. I giocatori non vincono mai perché chi trucca le macchine manda i propri uomini a ritirare le vincite delle macchinette taroccate. Gli enti locali devono prevenire e  limitare i danni. L’osservatorio ha svolto delle campagne di sensibilizzazione nelle scuole grazie anche al  supporto di Luigi Pelazza delle Iene. Hanno fatto una ricerca nella città di Reggio Calabria mandando un operatore a verificare chi sono questi giocatori. Hanno consegnato la ricerca alla stampa ed il Comune grazie anche a questi dati ha limitato l’orario di apertura delle macchinette, per questo sono stato citati dall’esercente, ma il ricorso è stato respinto. “La dignità umana e la salute” per il Tar  sono un interesse predominante rispetto alla liberalizzazione degli orari di apertura dei locali. Però non c’è sempre univocità nel parere dei Tar. Ancora non si tutelano le fasce vulnerabili, molte sale gioco sono vicinissime alle scuole. Si sta intervenendo su questo e sulle misure fiscali premiando gli esercenti che tolgono le macchinette con sconti e dando sanzioni a quelli che le tengono. Una scelta morale da incentivare.

Altro importante evento serale la proiezione del film “La nostra terra” presentata da Vincenzo Linarello, che ha fondato in Calabria la Comunità di Liberazione e nel 2008 il Consorzio Sociale del GOEL che si propone di ostacolare il dilagare della ‘ndrangheta in Calabria e nel nord Italia.

La giornata conclusiva vede l’interessante presentazione del libro “Ama il tuo sogno-Vita e rivolta nella terra dell’oro rosso” scritto da Yvan Sagnet, tenutasi all’interno della libreria Emmepi di Macomer. L’incontro è introdotto da Giovanni Cocco.

Yvan Sagnet ci racconta il suo cammino che dal Camerun lo porterà in Italia. Una scelta, quella di raggiungere il nostro paese, che nasce  in lui quando era ancora un bambino, durante i Mondiali di Italia ’90, quando si innamora della nazionale di calcio italiana  e dei suoi giocatori tra cui Roberto Baggio. Questa passione lo porta a studiare ed informarsi  su tutta la cultura italiana. Così quando deve frequentare l’Università, la scelta è immediata, Torino. Dentro il suo cuore sente una forte appartenenza all’Italia, in Camerun si sente profondamente italiano. Poco dopo il suo arrivo capirà la differenza tra il sogno e la realtà, saprà cosa vuol dire sentirsi “straniero”.

Nel 2011 per un esame mancato perderà la borsa di studio, così andrà a lavorare in Puglia. Conosce una realtà completamente diversa sia dall’Africa che da Torino. Arriverà a Nardò in una masseria per la raccolta di pomodori. Trova quasi 700 persone, molti costretti a dormire per terra. Per tutti loro sono a disposizione cinque,  sei bagni. L’impatto è tremendo. Ogni notte verso le due, i caporali con un furgone cominciano il reclutamento. I lavoratori sono costretti a pagare una tassa  di trasporto. Vengono pagati a cottimo, devono riempire cassoni di 3-4 quintali di pomodori, ne riempiranno al massimo sei al giorno. La loro condizione è di totale dipendenza dal caporale e sono costretti ad acquistare un panino e l’acqua da questo. Lavorano quasi 15 ore al giorno, per guadagnare 20/25 €. Molti si ammalano sui campi a causa del troppo caldo e di sostanze chimiche con cui entrano in contatto. Per essere trasportati in ospedale devono pagare una tassa. Yvan, dopo alcuni giorni, decide di organizzare una protesta. E’ difficile perché molti di loro parlano lingue diverse, non è semplice ragionare di diritti. Fino ad allora tutti conoscevano la situazione, ma chiudevano gli occhi. Il loro sciopero costringe a guardare. I “ribelli” percepiscono la loro forza. Arrivano i sindacati, la CGIL. Il lavoro nero si riduce dall’80% fino al 10%, viene introdotto il reato di caporalato che fino ad allora non esisteva. Il caporalato, ci spiega Yvan, esiste da un secolo in Italia, prima era rivolto soprattutto alle donne.

La loro battaglia porterà ad un processo nel quale verranno condannati alcuni imprenditori e caporali. Sembra difficile da comprendere e da accettare, ma in Italia esiste una forma di schiavismo, una transumanza umana da un luogo all’altro secondo le stagioni. Molti stranieri dormono in casolari abbandonati, bruciano gomme per scaldarsi, sono ghettizzati in luoghi distanti dai centri abitati e questo li rende dipendenti e quindi ricattabili. In Sicilia si chiudono gli occhi davanti alle donne che vengono abusate dai proprietari, in Lazio molti lavoratori si drogano per reggere ai ritmi del lavoro, nel casertano c’è l’infiltrazione della camorra.  Molti lavoratori non conoscono i propri diritti, non sanno che esiste un contratto di lavoro. La colpa di queste situazioni è anche delle grandi multinazionali che abbassano i costi dei prodotti. I prodotti non hanno una tracciabilità che certifichi da dove arrivano. Gli incentivi alle imprese non sono vincolati alla qualità del lavoro. E’ difficile combattere contro le multinazionali. Anche i consumatori possono portare avanti la lotta tramite il boicottaggio. Anche il sindacato ha dei limiti, bisogna uscire dagli uffici perché i lavoratori non vanno dai sindacalisti perché non conoscono i propri diritti. Adesso Yvan con la CGIL gira in camper per avvicinare direttamente i lavoratori. Ci dice che per combattere tutta questa illegalità bisogna mettere al centro la persona, partire dal basso per far cambiare le leggi, aggregarsi, lavoratori italiani e stranieri, creare una rete, anche di memoria delle lotte passate. Unirsi ai consumatori.  Stanno creando i GAS, gruppi di acquisto solidale che favoriscono le imprese che rispettano i lavoratori.  Finito il suo racconto è cominciato il dibattito, per capire la situazione di oggi, gli sbarchi, la situazione in Sardegna. Tante domande per un dialogo e un cammino comune.

La settimana si è conclusa con un evento finale nel grande spazio esterno del Centro Studi Unla, dove è stato allestito un grande palco. La serata si è aperta con i saluti di Antonella Simula e Roberta Balestrucci, due giovani donne che sono state la mente ed il cuore di queste giornate. Un saluto finale rivolto a tutti noi anche da parte di Giovanni Impastato.

Poi è cominciato il bel concerto di Cisco sotto il cielo limpido e stellato della Sardegna. Per sentirci tutti più vicini, per ballare abbracciati in amicizia. Da Macomer a Cinisi, dall’Emilia Romagna alla Calabria, dall’Africa al mondo. Insieme, uniti per contare di più.

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