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Santi Palazzolo racconta la sua vicenda a Casa Badalamenti

Cinisi 21 aprile, 2015. A Casa Badalamenti si sta svolgendo il corso di “Addetto all’Informazione” e ci si confronta con le esperienze di Giuseppe Lo Bianco e Leone Zingales.

Santi Palazzolo
Santi Palazzolo

Dopo un primo momento in cui Zingales ci racconta di un pezzo di storia del giornalismo fatto di: eventi, episodi, aneddoti, esperienze, intuizioni, ci raggiunge il pasticcere Santi Palazzolo e inizia a raccontarci la vicenda estorsiva subìta che lo ha visto coinvolto nelle ultime settimane:

“Una riflessione nasce da questa esperienza che mi ha visto protagonista, mio malgrado. E’ successo. Dovevamo, per forza di cose, essere preparati anche “idealmente” a come reagire quando accade qualcosa del genere.

Migliaia sono stati gli attestati di solidarietà e vicinanza, soprattutto da: giovani, ragazzi, clienti, amici e sconosciuti, dalle scuole che non mi hanno fatto sentire solo. Questo è stato importante.

Quello che penso è che fino a quando ciò che ho fatto viene considerato qualcosa di eccezionale e straordinario, allora vuol dire che c’è qualcosa che non funziona, che ancora c’è tanto da fare.

Per me, ciò che ho compiuto è equiparabile alla denunzia di chi prende il sacchetto della spazzatura e lo butta in mezzo ad una strada, è un atto di inciviltà e non c’è distinzione tra un atto di inciviltà e un altro atto incivile; avranno magari due pesi diversi, perché coinvolgeranno un diverso numero di persone, però alla fine, il concetto di inciviltà è quello: non rispettare le regole, non rispettare il prossimo.

Oggi c’è una presa di coscienza, soprattutto da parte dei giovani, e questo da fiducia, ci permette ancor più di assumerci delle responsabilità, quel senso di responsabilità che ho sentito sin dal principio e che ho condiviso con i miei figli, perché tutto quello che ho fatto, non è stata solo una scelta mia, è stata una scelta condivisa. Normalmente i genitori tendono a proteggere i figli, però io ritengo che sia giusto condividere tutto, devono essere anche loro preparati a capire che ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte, ci si deve sbracciare.

Vero è che ciò che è successo mi ha tolto il sonno per qualche settimana, però non mi ha tolto la forza di andare avanti, la speranza che queste cose possano mutare e, soprattutto, il fatto che il mio gesto possa essere di aiuto e stimolo a chi magari si trova in una situazione del genere e non ha quella forza e quella capacità di andare oltre. Siccome abbiamo degli obblighi morali, non possiamo fare finta di nulla, qualsiasi cosa possa migliorare la società va fatta. Punto e basta.

Quello che a me ha sconvolto, riascoltandomi la registrazione consegnata, è stato percepire dalla voce tremante, il mio stato d’animo. Quella che avevo davanti era una persona che conoscevo da quattordici anni e che reputavo amica; mi sconvolgeva la serenità che aveva nel parlare, nel chiedere, come fosse naturale, e pensavo che sicuramente non ero il primo a cui usava quel tono del tutto scontato.

Come se non pagassi molto per garantire il punto vendita e i posti di lavoro. Quando sono andato da questo signore per cercare di tutelare la mia azienda, cercavo di tutelare anche i miei lavoratori. Andarmene dall’aeroporto avrebbe significato altrimenti prendere dodici famiglie e “buttarle in mezzo ad una strada”. E siccome io penso che licenziare una persona per un imprenditore, sia una sconfitta, dal mio punto di vista volevo fare di tutto per evitare di arrivare a questo.

Non potevo credere che una persona, un paladino della legalità, che aveva promosso una serie di eventi, che si era fatto fotografare con le massime autorità e cariche dello Stato, che aveva premiato ragazzi, che, cosa paradossale e quasi pirandellesca, mi aveva fatto firmare, nell’ambito del contratto aeroportuale, il “Patto Etico” in cui mi impegnavo moralmente a denunciare qualsiasi forma di estorsione, potesse chiedermi ciò che stava facendo. Io ho rispettato il Patto.

Non solo. Mia figlia mi ha portato stamani una lettera dalla Confcommercio – da cui mi sono dimesso due anni fa – a firma di Roberto Helg, in cui presenta il nuovo anno associativo e in cui ribadisce il valore etico delle condotte”.

Rimaniamo a bocca mezza aperta, occhi mezzi sgranati, fronte corrucciata, narici aperte, faccia sconvolta in pratica.

“Ho rilasciato solo due interviste nazionali, in cui ho raccontato di questa vicenda, una delle quali alla televisione olandese, per dare un segnale diverso rispetto a ciò che “fuori” gli altri pensano che l’Italia sia. Mi sembrava infatti giusto e doveroso, per il rispetto di tutte le persone oneste, mostrare un volto diverso della Sicilia e, negli altri casi, parlarne mi ha permesso di esser vicino a chi vive una situazione del genere e spronarlo a continuare. Principalmente, il motivo che mi spingeva a non espormi era la paura che farlo avrebbe significato procurare un tornaconto economico.

Interviene Leone Zingales :

Io farei una distinzione tra ciò che è avvenuto per Helg e ciò che accade quando ti si presenta un mafioso. Helg non è don Tano. Bisogna vedere se al posto di Helg veniva don Tano a chiedere il pizzo come reagiva l’imprenditore o il commerciante che ce l’aveva davanti.

Don Tano significa: “T’ammazzu a tò mugghieri, t’abbruciu u negozio”. Ricordiamoci che oggi ci sono ben dodici estorsioni al giorno non denunciate a Palermo e provincia.

Ci sono due tavoli su cui dobbiamo giocare. Il “tavolo Helg”, persona civile, educata. Il “tavolo Don Tano”; don Tano mi uccide, mi brucia l’azienda, un domani me la farà pagare fino alla dodicesima generazione.

Allora, a quel punto, bisogna vedere se l’imprenditore fa quel passo. Oggi il 95% tra imprenditori e commercianti non fa questo passo. Helg è l’iceberg di un sistema di clientelismo, di falsa denuncia e di falsi paladini che governano la società civile da vent’anni e sui quali finalmente si sta facendo luce. Dall’altro lato voglio vedere l’imprenditore, taglieggiato da Cosa Nostra che va a denunciare e lì comincio ad applaudire.

E’ li che va fatta la scrematura, dove non arriva lo Stato; lì sono lasciati soli e isolati. Non è che non denunciano per paura di qualche cosa, lo fanno per il bene che hanno nei confronti dei familiari, non perché non lo vogliano fare. E’ li che oggi noi dobbiamo incentivare”.

Santi Palazzolo risponde:

“Capisco perfettamente e condivido, anche se in parte. Non perché voglia giustificare chi non denuncia, ma per un semplice fatto. Anche se nel mio caso non si è trattato di un mafioso, quando ho fatto sentire agli inquirenti la registrazione, mi impensierivano, visti gli interessi economici presenti all’interno dell’aeroporto “Falcone e Borsellino”, le conseguenze dell’aver fatto un atto di rottura di un sistema. Avrebbe potuto questo riversarsi su altri ambienti facendo materializzare altro? L’ufficiale dei Carabinieri dal quale ho avuto un assistenza professionale e umana incredibile, mi ha tranquillizzato.

Denunciare è una scelta purtroppo ancora molto difficile e soggettiva. Può sembrarle una cosa strana ma per me è stato più difficile denunciare una persona alla quale doversi rivolgere, che ad un mafioso. Nel senso che, per mio pensiero, la cosa l’avrei fatta comunque. Perché si deve sentire dentro, il dovere; non cresce da un giorno all’altro, ma matura attraverso l’educazione, attraverso un sistema culturale”.

Zingales continua:

“Lei ha fatto il suo dovere civico. Io li ho visti gli eroi che hanno rischiato. Ho parlato con Libero Grassi, Giordano di Gela, i cui colleghi si sono ritirati, e mi brucia da giornalista che si occupa di cronaca mafiosa da oltre trent’anni, parlare ancora di queste cose, laddove oggi dovrebbe essere per tutti questi imprenditori più semplice di un tempo fare spirito di corpo e denunciare, con uno Stato più vicino. Si ricordi che Libero Grassi fu lasciato solo dai suoi amici imprenditori”.

Prende la parola Giuseppe Lo Bianco:

“Dalle telefonate che lei ha avuto di solidarietà, che quadro sincero viene fuori? Di persone che le hanno manifestato solidarietà consapevole oppure di persone che nel loro complesso non si sono rese conto del valore del gesto? Che piccolo quadro di società viene fuori?”

“Ho avuto una conferma di ciò che ho sempre pensato negli ultimi anni. La nostra società vive e si differenzia su due livelli completamente diversi: c’è la realtà fatta dalle persone di tutti i giorni, che si alzano la mattina per andare a lavorare, studiano, cercano di crearsi un futuro, lottano contro mille ingiustizie e peripezie e poi, c’è la realtà di coloro che dovrebbero rappresentarci, presenti solo durante il momento elettorale, cordiali e disponibili solo in quel periodo, che vivono in un mondo completamente diverso e parallelo. Questa situazione non si riuscirà a modificare in poco tempo, ci vuole una rivoluzione delle coscienze perché a fronte di attestati di affetto sincero ricevute, di contro, hai un silenzio delle istituzioni. Mi hanno chiamato due persone”.

Tra le domande del pubblico, quella di un altro giornalista:

In seguito alla sua denuncia all’interno dell’aeroporto, dai commercianti lì presenti, ha avuto indifferenza o solidarietà? Qual è stata la molla psicologica che le ha fatto scattare la denuncia: l’atto di imposizione oppure il mero taglieggiamento economico, la cifra elevata richiesta? E quanto tempo è passato, ci ha riflettuto tanto o l’atto di denuncia le è venuto di getto?

“Ho avuto solidarietà dai dipendenti aeroportuali, non tanto dalle imprese. Per quanto riguarda la seconda domanda, io ho registrato la conversazione il 26 Febbraio, Helg è stato arrestato il 2 marzo. La sera stessa del 26 ne avevo parlato coi miei figli e l’indomani ho cercato un funzionario dei carabinieri. Il mio problema era non sapere con chi dovevo parlare di ciò che era accaduto, a chi dovevo dire cosa mi stava succedendo. Helg si era fatto fotografare con le più alte cariche statali: pubblici, funzionari, carabinieri, finanza.

Io sarei stato disponibile anche a chiudere il negozio dell’aeroporto se non ci fossero state le possibilità e a trovare una sistemazione a questi dipendenti ma nessuna cessione e nessun compromesso con gente del genere. Non è solo un discorso economico, perché se fosse solo questo, sai che farei? il locale dove vi è il bar è di proprietà, lo affitterei e non mi alzerei la mattina alle 4, me la prenderei comoda senza le responsabilità di gestire una azienda con 48 dipendenti. Siccome il lavoro, per me, non è solo una questione economica, ma tradizione, rispetto per chi ci ha preceduti, possibilità di tramandare qualcosa di positivo. Perché si deve subire? Sai cosa dobbiamo fare? Non abbassare la guardia. Se molliamo gliela diamo vinta.

Spesso ci culliamo su quello che è il nostro ambiente. Facciamo crescere i nostri bambini in un ambiente sporco dove la gente è abituata a buttare la spazzatura per terra. Non è accettabile abituare i piccoli a crescere con l’idea che vivere in mezzo a tutto quello che ci circonda sia una cosa normale. Noi tutti abbiamo una grande responsabilità: evitare che questi fatti e queste, come altre, abitudini insane, possano diventare la normalità”.

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