Cinisi, 9 maggio, in occasione del 37°anniversario dell’assassinio mafioso di Peppino Impastato, presso l’aula consiliare del Comune, è stato presentato il libro edito dalle Paoline nel 2014, “L’altra resistenza. Storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia.”

Una sala gremita ospita Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo di Monreale, il Prof.re Don Francesco Stabile, simbolo di una Chiesa impegnata contro la mafia e al fianco dei poveri, e il Prof.re Giuseppe Carlo Marino, storico dell’antimafia in Sicilia e autore del libro, che hanno presentato magistralmente il testo. A moderare gli interventi la giornalista Alessandra Turrisi, che ha saputo creare una cornice di sintesi fra tutte le sensibilità sociali e religiose in gioco: dal Sindaco di Cinisi, Gianni Palazzolo, alla presidente diocesana di Azione Cattolica, Giovanna Parrino, a Giovanni Impastato, fratello di Peppino. L’iniziativa si inserisce nel calendario delle organizzate da Casa Memoria, Felicia e Peppino Impastato, nel giorno del 37° Anniversario dall’omicidio mafioso di Peppino Impastato ed è promossa dall’Ufficio Comunicazioni Sociali di Monreale con l’Azione Cattolica Diocesana e delle parrocchie Santa Fara ed Ecce Homo di Cinisi. Tra i presenti anche Pietro Scaglione, autore del libro, il sindaco di Messina, Renato Accorinti, i parroci Padre D’Aleo e Padre Gaglio e rispettivi vicari parrochiali, Padre Chimenti e Padre Ortoleva e una scolaresca campana.

Ore 11:20 circa, l’incontro si apre con i saluti iniziali della Presidente di Azione Cattolica Diocesana, Giovanna Parrino, la quale descrive con emozione e soddisfazione la vocazione dell’ A.C. di stare tra “piazze e campanili”, di essere ponte tra le parrocchie e le comunità.

Segue l’intervento di Giovanni Impastato con il ricordo della madre Felicia, quale simbolo di resistenza alternativa alla mafia. E del Sindaco, Gianni Palazzolo, che sottolinea, con fervore, la sua volontà di “adempiere al dovere” di modificare l’intitolazione della strada “via Salvatore Badalamenti”, fratello del più conosciuto Tano Badalamenti, a Papa Giovanni Paolo II.

Si entra nel vivo dell’incontro, quando però prende parola l’ Arcivescovo Pennisi, il quale afferma a gran voce: “Con la mia presenza oggi voglio riaffermare la radicale incompatibilità tra mafia e vita cristiana e il conseguente rifiuto di ogni compromissione della comunità ecclesiale col fenomeno mafioso” e nel suo intervento focalizza la sua attenzione sul ruolo delle organizzazioni cattoliche nel corso degli anni e sulle figure ecclesiastiche che hanno contrastato la mafia.

Da qui il ricordo del contributo del Movimento cattolico, che si opponeva allo Stato liberal-massonico, di Piersanti Mattarella, Rosario Livatino e del beato don Pino Puglisi e di san Giovanni Paolo II, ma anche e soprattutto di don Luigi Sturzo del quale cita un articolo pubblicato il 21 gennaio 1900 sul periodico da lui diretto “La Croce di Costantino” intitolato “Mafia”, in occasione del caso Notarbartolo. Sturzo, infatti scrive: “Chi ha seguito con attenzione il processo, vedrà come quest’ultimo è un effetto della mafia, che stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; di quella mafia che oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini, creduti fior d’onestà, ad atti disonoranti e violenti. Oramai il dubbio, la diffidenza, la tristezza, l’abbandono invade l’animo dei buoni, e si conclude per disperare. Finchè vi era una magistratura da potervisi fidare, incorrotta, cosciente dei propri doveri, superiore a qualsiasi influenza politica, potevasi sperare, poco sì ma qualche cosa di buono. Ora nessuna speranza brilla nel cuore degli italiani”.

L’arcivescovo poi aggiunge: “Don Luigi Sturzo fu uno dei pochi politici che denunciarono senza timori l’esistenza di una mafia criminale e non come innocuo costume isolano e nelle vesti di sociologo comprese le cause più profonde del fenomeno e le sue tendenze all’urbanizzazione”, e continua: “Voglio aggiungere la testimonianza di don Giulio Virga un sacerdote impegnato nel sociale di San Giuseppe Jato che davanti al giudice Triolo il 12 aprile 1926 dichiarava: “Ho sempre combattuto apertamente la delinquenza ovvero la mafia che ho sempre considerato la rovina di questi paesi””

Con commozione, in seguito ricorda il beato don Pino Puglisi: “Questo cammino storico è stato suggellato dalla splendida testimonianza del martirio del beato don Pino Puglisi, ucciso dalla mafia solo perché fedele al suo ministero. La memoria di questo martirio come quella di altri sacerdoti uccisi dalla mafia nel primo ventennio del secolo scorso (don Filippo Forti ucciso a San Cataldo nel 1910, don Giorgio Gennaro ucciso nel 1916 a Ciaculli, don Costantino Stella parroco di Resuttana ucciso nel 1919, don Stefano Caronia arciprete di Gibellina ucciso nel 1920 e don Gaetano Millunzi di Monreale ucciso il 13 settembre 1920), è impegnativa per la Chiesa siciliana e per la Chiesa tutta. Il loro martirio non va disgiunto e isolato da quello di numerosi altri uomini rappresentanti delle istituzioni tra cui magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, giornalisti, persone comuni che sono state definiti “martiri della giustizia”, da Pio la Torre a Rocco Chinnici, da Alberto Dalla Chiesa a Boris Giuliano, da Piersanti Mattarella a Mario Francese, da Cesare Terranova a Pietro Scaglione, da Giovanni Falcone a Paolo Borsellino, da Placido Rizzotto a Peppino Impastato”. 

Segue l’intervento del Prof.re Don Francesco Stabile, che con maestria compie un excursus storico sull’evoluzione dell’atteggiamento del mondo cattolico nei confronti del fenomeno mafioso. La sua storia parte dalla fine dell’ottocento e approda ai giorni nostri. Afferma che già nel 1865 in occasione di un’inchiesta parlamentare, in cui la classe dirigente siciliana si difendeva contro leggi speciali che la destra storica avrebbe voluto imporre alla Sicilia, i preti interrogati parlarono chiaramente di mafia, e che, in quegli anni, c’era l’idea di un’”alta mafia”, quella dei politici che si appoggiavano ai mafiosi, quella dei funzionari pubblici, di pubblica sicurezza che si servivano dei mafiosi per lottare altri mafiosi. “Questo è quello che qualificherà la mafia, che senza l’appoggio politico e delle istituzioni non avrebbe molta possibilità di sopravvivere”, afferma.

Padre Stabile racconta di una Chiesa che negli anni ‘30 e ‘40 difende i contadini dai latifondisti ma a partire dal ’45, abbandona la lotta dei contadini poiché emerge l’esigenza di contrastare l’ideologia comunista e permette che la destra latifondista, la mafia latifondista faccia il suo corso nella questione dei latifondi. “Ed è qui che avviene quella che io chiamo la transumanza dei mafiosi, che prima erano separatisti, alla democrazia cristiana. Sono tempi in cui la Sicilia è governata dalle destre e dalle loro clientele e il mondo cattolico sottovalutala pericolosità di questa transumanza”, e continua: “Fino agli anni ‘70 circa vi è una vera e propria rimozione, tranne per alcune figure isolate come questi preti, descritti dal libro, l’impegno dei quali però non viene considerato come un impegno religioso, e il vescovo, alla morte del padre di Resuttana che viene ucciso a pugnalate, dirà che la questione è partitica”. Non scadendo mai in un atteggiamento etnocentrico dichiara che “Gran parte dei preti non si rendeva conto che viveva a contatto con i mafiosi, a Cinisi come a Bagheria il mafioso era un notabile che passeggiava col candidato politico, ma questo era normale e nessuno si meravigliava”, e ammette che “A volte l’eccesso di ideologia ci fa dimenticare la realtà. Nell’82 feci un’intervista dopo la morte del generale Dalla Chiesa in cui accennai alla figura di Peppino Impastato e mi arrivò un lettera in cui mi si rimproverava il fatto di avere citato il giovane Impastato, poiché egli era considerato un terrorista”.

Conclude con la sua testimonianza diretta che riportiamo interamente: “Noi preti giovani a partire dagli anni ’70 prendemmo le distanze dalla Democrazia Cristiana affinché la Chiesa non fosse accusata di essere schierata politicamente. Un giovane, una volta, mi disse che non poteva essere cattolico perché non votava per la DC e questo mi mise in crisi. Nasce una coscienza di collaborazione e la Chiesa si mette al fianco di tutti, comunisti, socialisti, laici ecc… perché il problema mafioso non era più soltanto di un gruppo sociale o di un partito, ma un problema della società civile e subito dopo la morte del generale Dalla Chiesa, nel gennaio ’84 organizzammo una marcia da Bagheria a Casteldaccia per dimostrare che la società civile non accettava più la mafia. Oggi la Chiesa deve fare la sua parte e noi dobbiamo stare insieme perchè il nemico è più grande, andiamo oltre le lotte ideologiche e guardiamo all’essenziale che è il rispetto della dignità degli uomini”.

A chiudere l’incontro è l’autore del libro, Giuseppe Marino, che definisce il suo testo “il primo libro sulla storia dell’antimafia, sulle tradizioni e l’impegno antimafia di molte persone” e conclude ricordando alla platea che per sconfiggere la mafia non è sufficiente l’appello alla legalità ma occorre una autentica “antimafia sociale” proveniente dal basso, alimentata dalle denunzie, dalle proteste e dall’autonomo bisogno di civiltà e di liberazione dei cittadini.

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