La sera dell’8 Maggio 2015, proprio quando trentasette anni prima moriva Peppino Impastato, al Cinema Alba di Cinisi, si è voluto parlare di un argomento scomodo.

Scomodo alle coscienze assopite, bombardate da slogan propagandistici e da consigli per gli acquisti. Scomodo per chi preferisce credere che la mafia non esiste più, perché non c’è più il “Far West” che si viveva fino a non moltissimi anni fa. Scomodo per chi ha già gettato la spugna dell’impegno civico e dell’amore per l’azione.

La proiezione a Cinisi de “La Trattativa” di Sabina Guzzanti, non è stata solo frutto del desiderio e dell’incontro di due associazioni: “Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato“, che ne ha permesso la realizzazione, e “LabNovecento45“, ma della convinzione che le libere idee, quando circolano con buoni propositi, possono creare qualcosa che è più della somma delle parti.

Molte delle vicende fissate nella pellicola sono già state diffuse, anche se da pochi organi di informazione. Il film ripercorre tutti i momenti salienti di quelle vicende che hanno riguardato la nostra Democrazia degli ultimi vent’anni, a partire da: testimonianze, racconti dei magistrati, documenti di quella che appare essere una vicenda che tutti dovrebbero conoscere, che va al di là della propaganda politica, delle appartenenze e delle simpatie partitiche, e che, i giornalisti Marco Travaglio e Peter Gomez, hanno contribuito a diffondere e condividere.

In entrambe le proiezioni, il pubblico ha posto domande alla regista, espresso emozioni, giudicato, condiviso speranze.

Alcune sono state:

D: “Volevo farti una domanda sulla regia. Rispetto a “Viva Zapatero!” e a “Draquila” è come se in questo lungometraggio tu abbia scelto un registro un po più “lirico”; ti devo confessare che a me è piaciuto molto. Perché hai scelto questo stile per affrontare questo tema?”

R: “C’è un altro film, “Le ragioni dell’aragosta” che è simile a questo per certi aspetti. Questo l’ho fatto così semplicemente perché dopo mesi di tentativi di scrittura del film tradizionale, di “finzione”, ho capito che non era possibile raccontarlo in quel modo là perché è un argomento complessissimo, e poi chi ha nozioni di sceneggiatura sa che ci sono regole ferree: deve avere un protagonista e qua non c’è un protagonista. Era impossibile passare da una cosa all’altra. Questa soluzione, davvero permette di raccontare tutto quello che c’è di essenziale, metterci anche il repertorio, perché è assurdo pensare di mettere un attore coi baffi finti a fare Borsellino quando il repertorio ti racconta, per esempio, molto di più. Perché rinunciare ad avere quella cosa e farne un’altra che funziona meno?”.

D: “Io voglio dire grazie a Sabina. Perché con questo lavoro hai dato voce a quelli che sono i pensieri di alcuni di noi, magari isolati, che facciamo all’interno delle nostre case, all’interno del nostro impegno politico e magari pensiamo di essere un po “fuori di testa”. In realtà non la penso così, la vedo esattamente come tu hai raccontato. Tant’è che io sono un insegnante di lettere, ho la fortuna di insegnare alla “Peppino Impastato”, quest’anno per la seconda volta. E’ una scuola secondaria di primo grado di Palermo, e ho l’abitudine di commemorare, quest’anno per il secondo anno consecutivo, l’uccisione di Peppino Impastato con l’altro evento che è l’uccisione di Aldo Moro che, forse, non sono così lontani, ma sono spiegabili da una logica che va ancora prima della “Seconda Repubblica”, ma che forse affonda le radici proprio all’indomani dell’8 settembre, quando ci si è arresi, quando abbiamo “venduto” il nostro Paese ad una certa parte dell’area geografica che ci governa e che si è appropriata dell’Italia e che doveva avere determinate condizioni e che non poteva essere assolutamente governata da quello che era un centrosinistra che Moro presagì, voleva, e che invece poi si è realizzato in un finto centrosinistra che ci ha portati dove abbiamo visto.

Guarda le immagini (foto di Federico Stabile):

Infatti con grande amarezza e delusione vediamo anche personaggi della sinistra, che noi abbiamo anche stimato, nei quali abbiamo creduto che, però, non hanno dimostrato quella spina dorsale e quel coraggio della verità che invece andava fatto, per evitare lo schianto. Adesso in questo schianto, ci siamo, e io penso che la storia che ci hai raccontato, sia qualcosa di molto prossimo alla verità che appartiene al popolo italiano. Sicuramente non appartiene alla classe politica che ci governa e che ci ha governato. Allora io mi auguro che dopo questo tuo lavoro, nasca una nuova coscienza, che da qui si parta e che si affrontino quelle battaglie per poter diffondere questa conoscenza nelle scuole, introducendo il seme della riflessione del pensiero divergente, in modo da non fare scordare ai ragazzi queste parole dotate di senso. Il mio vuole essere solo un grazie, capisco l’impegno e il fardello che ti porti addosso”.

Sabina mescola il suo umorismo alle risposte dense di significato e abbondanti.

D: “Come mai hai deciso di fermarti a un certo punto e non continuare fino ad oggi visto che la trattativa ancora ora continua?”

R: “Perché non è una serie tv, comunque. E’ un film di un’ora e mezza, ne farò altri. La Trattativa Continua è già il titolo per un sequel. La questione come si fa a passare da un registro comico a uno drammatico, non so. Io ho cominciato all’Accademia d’Arte Drammatica, ero bravissima a recitare Elettra, facevo piangere tutti quanti. A parte le mie corde, ho fatto umorismo in modo sempre un po’ serio, anche con delle cose belle pazze ma, insomma, sempre con un significato, una ricerca, è il mio stile anche quello. Per quanto riguarda “La Trattativa” siamo noi tutti, che stiamo riuscendo a reimporre questo argomento sia pure a livello popolare, nel senso “tra di noi”, in modo “carbonaro”, ecco; nessun giornale nazionale ha dato la notizia che sta succedendo questa cosa e, ogni tanto, proviamo a chiamare e a dire: “Non è che per caso, vi interessa?!

L’altra volta, per esempio, è capitato che è venuto Michael Moore in una proiezione a Fano; poteva anche essere una notizia. Ha visto il film, è stato là con 800 persone a discutere fino all’una di notte, volendo era pur questa una notizia, no?. Invece no! non è una notizia.

Giornali e televisione continuano a non voler parlare di questo tema. Noi però, attraverso i social network, internet e il fatto che ormai non mi sono messa più a contare gli spettatori perché già faccio fatica a contare le proiezioni, almeno cento mila persone l’avranno visto in questo modo; più del doppio di quelle che lo avevano visto con la distribuzione normale e niente fa pensare che si fermi la cosa, tranne quando morirò di stenti io, ma può continuare lo stesso. Sta continuando a girare per il passa parola, non è che c’è la volontà politica di qualcuno, tranne che dei “5 Stelle” che sono quelli che comunque sono stati più sensibili a questo tema, lo hanno sempre affrontato. Sono gli unici che sostengono Di Matteo, gli unici che ne parlano, ci hanno dato una grossa mano essendo molto organizzati e presenti sul territorio, a organizzare tantissime proiezioni.”

Dal canto suo, la Guzzanti ha espresso partecipazione, interesse vivo per i luoghi in cui è vissuto Peppino, tanto da farne un cortometraggio montato sul treno e una intervista in cui Giovanni Impastato contestualizza le azioni di alcuni personaggi della “Trattativa” all’interno di alcuni episodi cinisensi che hanno riguardato Peppino Impastato.

Appena finito il dibattito, abbiamo incontrato una emozionata Claudia Mannino, deputata 5 Stelle a cui abbiamo fatto alcune domande:

Cosa significa, per il MoVimento 5 Stelle stare a Cinisi, il giorno della commemorazione dell’uccisione di Peppino Impastato, a vedere “La Trattativa”?

“Significa speranza. Siamo veramente in uno Stato-Mafia. Stiamo perdendo tutti i diritti. E oggigiorno vogliono farci ingoiare una “porcata” come una cosa buona. Io mi auguro che queste proiezioni servano veramente a svegliare la gente, e a non fare passare mezze schifezze come cose buone. Mi auguro servano non solo per ricordare, ma per non far ripetere. Ci dobbiamo ricordare le facce, ci dobbiamo ricordare le parole che queste persone ci dicono o ci raccontano, soprattutto in campagna elettorale, come in questo momento.

Vengo da due giorni veramente pesanti sui “vitalizi”. Ci vogliono far passare per buona, l’idea della delibera per bloccare i vitalizi ai condannati per mafia. E ci fanno dei paragoni dicendo che: “Pure Totò Riina ha diritto alla pensione anche se è in carcere”, con una piccola differenza: Totò Riina è un mafioso che si è pagato i contributi, quelli sono rappresentanti della Repubblica che disonorano la Repubblica e che hanno approfittato del loro ruolo, salvando, dentro questa delibera, tutti i condannati di “Tangentopoli”. A me dispiace che “Libera” con le sue 500 mila firme, valuti positivamente questa delibera. “Libera” dovrebbe pretendere molto di più. Io sono sicura che, da domani, pretenderà di più quando si vedrà le solite facce continuare a prendere i nostri soldi”.

Abbiamo visto poco fa che Sabina cerca di concludere sempre in modo speranzoso, nonostante ci si continui a render conto dell’esistenza prepotente dei vari gruppi di interesse. Tu oggi ci racconti quest’altro spaccato e abbiamo visto in passato che solo quando hanno ucciso dei giudici, dei magistrati, solo quando ha riconosciuto che la situazione era davvero drammatica, l’opinione pubblica si è mossa a protestare per le strade. Più di ciò che sta accadendo, cosa deve accadere, secondo te, affinché si scenda in piazza a protestare?

“Devo dire che nell’ultimo anno si è scesi molto di più in piazza. Quando si voleva modificare la Costituzione, per il decreto sulla scuola, si è scesi in piazza quando non si sono voluti assumere i vincitori di concorso del corpo della polizia quindi, per fortuna, si iniziano a vedere movimenti. Il problema è che se questa cosa fosse successa due anni fa, allora i risultati sarebbero stati molto diversi.

Oggi credo di poter dire con sufficiente certezza che chi è al governo, ai vari livelli, inizia a dire: “Me ne frego. Voi protestate, io me ne frego“. E allora quello che dobbiamo fare è affraternarci, riconoscere quelli che sono i principi fondamentali, non fare il loro gioco delle ripicche, fare squadra insieme su quelle che sono le cose principali. Per fare questo basta poco, come leggere i primi dodici articoli della Costituzione, perché là dentro ci sono scritti i nostri diritti: scuola, salute, lavoro, famiglia, voto, e ricordarci di questo quando andiamo a votare”.

Artisti dello spettacolo, attori, smettono di voler far ridere e fanno riflettere. Può darsi, secondo te, che si crei l’effetto “a catena” e che anche il mondo culturale possa in qualche modo unirsi a denunciare in tal senso?

“La risposta credo sia: “A volte”. Oggi rispetto a dieci anni fa ci sono altri tipi di diseguaglianza sociale. Oggi per me, una è Expo. Mentre qualche anno fa si parlava di grandi opere, di interessi retrostanti riguardanti l’imprenditore protagonista de “La Trattativa”, oggi parliamo di un gruppo di persone che ha grossissimi interessi.

Io col caso Expo, che vendono come una cosa meravigliosa, rifletto sul fatto che con 17 miliardi di euro, avremmo potuto costruire le case ai terremotati, ristrutturare case ed ospedali, aumentare le pensioni minime. Queste sono le cose che ci devono unire: collegare le cose senza dimenticare ciò che accade e questo film “collega le cose”.

Quello della dimenticanza credo sia il più grosso problema italiano…

“Nel nostro quotidiano non possiamo permetterci, che posso dirti, eleggere a sindaco, a presidente della Regione, generalizzo, una persona e scordarci dopo due minuti quello che ci aveva detto, promesso. Non lo possiamo più fare perché ogni cosa che tu dici e poi non fai, sono soldi che perdiamo e quei soldi sono i soldi delle nostre tasse.

Proprio in questi giorni la Regione Siciliana si è ritirata dal cluster del cibo Mediterraneo, perché? Perché in quello che doveva essere l’argomento principale di Expo, il cibo, il padiglione sulla dieta mediterranea che è patrimonio dell’Unesco è vuoto. E allora, perché devo andare ad Expo, per andare a mangiare al McDonald?

Dobbiamo cominciare ad amare un po di più quello che è nostro, e poi sicuramente ciò che proviene dagli altri Paesi. Non dico che dobbiamo fare una “cortina di ferro” attorno all’Italia o alla Sicilia. Tanto vale che ce ne andiamo via se ci piace così tanto l’estero.

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