“Mediterraneo, fossa comune”, svoltosi lo scorso 27 Giugno, è stato un Recital di poesie, pensato e realizzato dalla professoressa, scrittrice e drammaturga Emilia Ricotti, organizzato grazie all’ associazione Simposium di Terrasini.

Eravamo ospitati nel meraviglioso scenario offerto da Torre Alba. Di fronte a noi solo la torre ed uno di quei suggestivi tramonti che soltanto a Terrasini si possono vedere.

Tante persone hanno partecipato a questo momento di riflessione collettiva ed in un sabato sera non era certo una cosa scontata, anche per questo il risultato assume un senso ancora più forte. Emilia Ricotti inizia a leggere i suoi versi che raccontano il dramma di Lampedusa, dei morti in mare. Ogni parola è come una lama che incide e fa sentire il dolore di tante persone su ognuno di noi, sono però parole di cura, fanno male, ma ci ricongiungono col nostro senso di essere/i umani. Raccontano lo sfruttamento del popolo africano e la tragedia di chi sceglie di fuggire da questi luoghi depredati.

Il recital di poesie si è avvalso anche del contributo della professoressa Gabriella Criscione e dei poeti e poetesse che fanno parte dell’associazione Simposium, che  in questo caso sono stati invitati a leggere le poesie di Emilia Ricotti, a partire da Veronica Giuseppina Billone che ha anche introdotto la serata, iniziata con i ritmi e le percussioni del gruppo di musica etnica della scuola Latidou.  All’interno della Torre era presente la mostra fotografica di Emilia Ricotti, frutto della sua esperienza diretta a Lampedusa ed una mostra di pittura di “Donne migranti”, la mia. Le fotografie venivano anche proiettate durante la lettura dei brani.

Nel corso della serata abbiamo potuto ascoltare l’intervento dell’Assessore Rosa Maria Viviano che ha raccontato l’esperienza del padre emigrato in America ed il ricordo dei tanti emigranti siciliani, non tanto distante da quello che vivono oggi gli immigrati in Europa e ha dato un messaggio di solidarietà. Abbiamo avuto anche due testimonianze dirette, quella della pedagogista Rosa Nobile che lavora presso una comunità per minori stranieri non accompagnati, che ha raccontato le difficoltà, ma anche le speranze di alcuni giovani che sbarcano e trovano accoglienza presso strutture che cercano di inserire i ragazzi e dare loro un futuro dignitoso, e quella del Dott. Gaetano Roccuzzu che da alcuni anni, all’interno delle forze dell’ordine, si occupa di immigrazione ed ha parlato del dramma di chi intraprende questi viaggi della speranza e della necessità  di scelte politiche che possano, da un lato dare un sostegno ai paesi da cui parte quest’esodo di disperati e dall’altro la possibilità di regolarizzare la situazione dei profughi prima che si imbrachino verso l’Europa, affinchè possano viaggiare in situazioni di sicurezza e non nei barconi dove spesso sono costretti a salire per poi trovare la morte in mare.

Poi sono ricominciati i versi toccanti, ed infine i ritmi coinvolgenti dei tamburi.

A fine serata una intensa chiacchierata con Emilia Ricotti.

Come nasce il tuo interesse per il tema dell’immigrazione e per l’Africa in particolare? Hai avuto un contatto diretto con questo mondo, con i popoli africani? Sei mai stata in Africa?

Si, parecchie volte. Sono stata in  Kenia tre volte. In questi viaggi ho cercato di vivere fuori dai “Resort”, dove si dormiva solamente. Mi piaceva conoscere il resto. Ormai è diventato un po’ pericoloso e mi dispiace non poter più vivere quelle esperienze. Stando tra la gente ti accorgi di quanto la realtà non corrisponda con quello che hai visto alla tv. Andando in Africa non mi sarei mai aspettata di trovare l’80-90%  della gente che vive nelle capanne. In Kenia, a due passi dai Resort a 4 o 5 stelle, appena ti allontani trovi tutt’altro e questa è una situazione generale. E’ un colpo. Parliamo di paesi che vivono di turismo. Lo stesso succede al Cairo. Questa esperienza diretta  è stata il motivo dominante per cui si è rafforzata la mia curiosità verso gli sbarchi. In televisione ti fanno vedere solo un flash

Quindi hai deciso di andare a Lampedusa?

Questo flash non mi bastava e ho prenotato il volo aereo. Alcune persone mi chiedevano: “Ma tu cosa vai a fare? Non sei un addetto ai lavori, non hai titolo”. Poi ho avuto l’opportunità di vedere quando erano in 5000 sulla famosa “Collina del disonore” nel 2011. Da una parte c’era questa sofferenza enorme, dall’altra la sofferenza dei lampedusani, schiacciati da tutto ciò. A  Milano, in questi giorni, hanno avuto problemi con 100, 200, 300 immigrati. A Lampedusa ho visto 5000 persone che non sapevano dove dormire, stavano così, all’addiaccio. L’esperienza ti porta a conoscere, ed anche la storia. Quando insegnavo, ho trentasette anni di servizio, davanti ad un’alunna di colore, mi è capitato di dover spiegare il “commercio triangolare” (il riferimento è allo scambio di “merci” cominciato nel XVI secolo fra l’America, l’Africa e l’Europa. L’Europa forniva all’Africa tessuti, armi e prodotti finiti, l’Africa forniva schiavi che poi venivano portati in America e quest’ultima forniva materie prime e prodotti coloniali all’Europa). Io mi vergognavo, il commercio triangolare parla dell’Africa, un continente spolpato e poi andiamo a cercare le motivazioni di questo esodo? Come descrivo nell’introduzione alla mostra fotografica, riguardo l’uranio in Niger, visto che si parla di libero mercato, avrebbero potuto venderlo al miglior prezzo, e invece no. Il Niger era una colonia francese e quindi c’è stato l’interesse preponderante di Areva, la multinazionale francese che opera nel campo dell’energia nucleare. Vi riporto un dato che è sull’Espresso di questa settimana. Il 95% dei nigeriani non ha accesso all’elettricità e il restante 5% ce l’ha in maniera non fluente. In Francia un’industria su tre, un ospedale su tre, una lampadina su tre si accende con l’energia dell’uranio che proviene dal Niger. Spolpiamo questi popoli e poi facciamo il discorso di “aiutarli lì”. Li vogliamo aiutare? Basta non spolparli.

Come è nata, all’interno di questa iniziativa che hai proposto, che consiste in letture di poesie e mostra fotografica, l’idea di coniugare l’immagine con la parola?

E’ nata perché soprattutto  i ragazzi vivono di immagini. Per rapportarti con loro. Ad esempio a scuola abbiamo realizzato una piccola mostra che faceva parte di un’idea, un progetto chiamato “Per un pugno di riso”, ognuno rinunciava a qualcosa per dare un contributo e poi adottare un bambino a distanza o un progetto di sviluppo.  L’idea di abbinare le foto nasce dal fatto che i ragazzi sono assuefatti all’immagine, allora contrapporre a immagini tante volte vane, un’immagine  più significativa, li può aiutare a crescere. Coniugare parole, immagine, musica per potere andare incontro ai ragazzi, per arrivare più in profondità.

Pino Manzella che ha assistito al Reading  di poesie ed è insieme a me, Emilia Ricotti e alla professoressa Gabriella Criscione (amica e collega di Emilia Ricotti che ha letto alcuni brani durante la serata), domanda: “in relazione alla scrittura, c’è qualche poeta in particolare a cui si ispira?”.

Insegnavo letteratura italiana. Pensavo che non avrei mai scritto un verso, era questa la mia convinzione ed invece non sono stata io a cercare la poesia, ma è stata la poesia a cercare me. Evidentemente quando si prova qualcosa, le parole  vengono da sé.

Le domando se la scelta di legare la poesia all’impegno, di dedicarsi ad una “poesia impegnata” come alcuni poeti hanno fatto, è stata per lei una decisione meditata o è nata dagli eventi che l’hanno coinvolta.

Penso che la poesia non possa non essere legata all’impegno. La poesia non può essere solo di evasione, di solipsismo, solo per guardarsi dentro e raccontare il proprio . La poesia è anche “spostarsi”, è un po’ come quando fotografi. I ragazzi scattano 500 fotografie tutte su di sé. Si dovrebbe cominciare a guardare quello che è l’altro, che poi non necessariamente è l’immigrato, ma l’altro da sé. Io non sono un fotografo, ma i grandi fotografi hanno guardato gli altri.

Pino:  “in quali scuole ha insegnato letteratura italiana?”.

Ho insegnato letteratura e storia. Per una decina di anni ho insegnato in Friuli, poi avevo nostalgia della Sicilia e mi sono trasferita. Per certi versi è stato quello che volevo, però tornando in Sicilia ho trovato tante problematicità, quella comparazione mi danneggiava sotto certi aspetti. Poi ho insegnato alcuni anni al Libero grassi, al Marco Polo, al Settimo  Itc. etc. Gabriella Criscione, che ho voluto accanto a me questa sera, insieme agli altri poeti del Simposium, che sono stati veramente straordinari, è una collega del Marco Polo.

Mi sembra molto importante questo voler coinvolgere gli  amici, gli altri poeti a questa iniziativa. Il desiderio di far partecipare, che si lega al discorso appena fatto sul bisogno di guardare all’altro da sè, non solo a se stessi ed al bisogno di condividere. Approfitto della presenza di Gabriella Criscione che ha direttamente partecipato al Reading, leggendo diversi brani scritti da Emilia Ricotti, e le domando come sia stato per lei, che ha letto con grandissima intensità,  partecipare a questa esperienza.

Gabriella Criscione: “ ho partecipato con tanta intensità perché il problema mi coinvolge, perché ho pianto quando ho sentito quello che è successo a Lampedusa. Ho pianto per i bambini e le persone che sono finite in mare.  Ancora tutto ciò mi coinvolge, quindi e impossibile non partecipare a questo dramma a questa tragedia che continua, ma nello stesso tempo mi ha fatto piacere la traduzione in poesia, che in qualche modo cerca quasi di cautelare, come se questa ferita piano piano venisse in qualche modo appunto cautelata, accarezzata, nella speranza che si ponga fine definitivamente a questo scempio.

Pino rivolgendosi nuovamente ad Emilia Ricotti: “La poesia che rema contro quello che c’è in Italia per adesso. Ogni giorno accendo la tv e vedo Salvini, leader della Lega, che dalla mattina alla sera ripete slogan razzisti. Si può dire che questo tipo di poesia fa quasi controinformazione?

Io non vorrei entrare nella polemica, che comunque c’è, ma vorrei evitare di farlo.  Il mio punto di vista è che ognuno di noi debba  tirar fuori la pietà. Questa deve vincere su  tutto il resto, la pietà significa “sentire l’altro come noi stessi, sentire il dolore dell’altro come se fosse il nostro”. D’altra parte la storia ci insegna che quando  la “Pietas” dei latini si estinse, crollò tutto il resto.

Le domando: “Questo concetto di pietà nasce da  una visione cattolica o si può riconoscere anche in una concezione laica dell’esistente?”.

E’ una visione anche laica. Perché dovrebbe essere necessariamente  cattolica? Questa visione significa che “io mi metto nei panni degli altri, che capisco”.

Una scelta di empatia.

Si, di empatia. A turno chissà, forse nasceremo una volta in Africa e forse nasceremo una volta qua.

Si spengono le luci e ci salutiamo, è un abbraccio tra noi, ma col cuore rivolto a tutta l’Umanità, soprattutto quella più sofferente, vicina o lontana che sia, vittima, derubata, schiavizzata, impoverita, emarginata, guardata solitamente con paura e diffidenza. Perché se nel mondo c’è un solo essere umano, uomo o donna che sia, povero, schiavo, violentato, oppresso, nessuno di noi sarà mai veramente libero e dignitosamente umano.

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