Estate è sinonimo di tante cose: caldo, mare, sole, abbronzatura, prova costume, dieta ma anche relax e ferie (finalmente!).

Questo è, infatti, il periodo dell’anno in cui la maggior parte dei lavoratori, in base alle  proprie possibilità, prende una pausa dal lavoro, sfruttando le tanto agognate ferie per dedicare del tempo alla famiglia, rilassarsi e ricaricare le pile quasi esaurite dallo stress quotidiano accumulato nei mesi precedenti.

“Soffro lo stress, io soffro lo stress, sono stanco e fuori forma…”.

Con questo simpatico ritornello, i Velvet nel 2001 lanciavano la canzone “Boy band”, che spesso inizio a canticchiare tra me e me quando penso al termine stress.

Il termine stress si è molto diffuso nel linguaggio comune ed è utilizzato correntemente per riferirsi a esperienze che causano sentimenti di ansia e frustrazione perché ci spingono oltre le nostre capacità di farvi fronte con successo.

Difatti, tendiamo a definire tali esperienze o periodi della nostra vita stressanti e noi stessi stressati.

Nonostante vi sia la tendenza ad attribuire al vocabolo un significato negativo, identificandolo come qualcosa di dannoso, che ci logora, ci distrugge, quest’idea è solo parzialmente corretta, perché in realtà, esso rappresenta di per sé un processo di adattamento che può assumere valenza tanto negativa quanto positiva, a seconda delle sue conseguenze.

Lo stress altro non è che la risposta dell’organismo alle continue stimolazioni che provengono dall’ambiente e che minano l’equilibrio interno inducendo una situazione di crisi, qualora non si riesca a far fronte ai cambiamenti e alle pressioni cui si è sottoposti.

Il medico austriaco Selye, che può essere considerato il “papà” della ricerca sullo stress, lo ha descritto come una reazione fisiologica aspecifica comune a tutti gli animali, inclusi gli esseri umani, messa in atto per rispondere a un agente stressante, allo scopo di ristabilire lo stato di omeostasi[1].

Selye la definì una sindrome generale di adattamento, e ne individuò tre fasi: di allarme, della resistenza e dell’esaurimento. Inizialmente l’individuo, in seguito alla comparsa di un agente stressante, inizia a mobilitare le proprie risorse fisiologiche per difendersi da esso e ristabilire la condizione precedente. Si tratta di una prima risposta fisiologica, in cui sono attivati vari sistemi dell’organismo (simpatico, surrenale ecc.), adattiva nelle situazioni di emergenza che, talora, consente di risolvere il problema rapidamente. Nel caso in cui l’esposizione allo stimolo stressogeno perduri, quindi anche la sua azione nociva, il soggetto dovrà attingere a tutte le sue risorse per difendersi dalla minaccia. In questa seconda fase del modello (resistenza), ha luogo l’organizzazione funzionale delle attività volte allo stabilizzarsi delle difese. Tale mobilitazione accresce il grado di resistenza dell’organismo, ma se questa condizione si prolunga troppo il rischio è che le difese si indeboliscano, le energie si consumino e il soggetto entri nell’ultima fase, quella dell’esaurimento, in cui non si hanno più risorse sfruttabili, e di conseguenza aumenta la vulnerabilità del soggetto alle malattie.

Per quanto quest’ interpretazione del processo dello stress sia datata e per certi versi anche superata (risale infatti al 1956, anno di pubblicazione di “The stress of life”) da più recenti ed esaustive chiavi di lettura, è importante recuperarla perché chiarisce quanto possa essere pericoloso sottovalutare le ripercussioni che una qualunque situazione stressogena possa avere sul benessere individuale nel momento in cui dovesse diventare cronica e duratura (si pensi ad una situazione lavorativa o familiare, parti integranti e non trascurabili della nostra quotidianità). Per questo motivo è importante riconoscere cosa rende la nostra vita un po’ più  difficile e meno serena, prendere il toro per le corna e provare a percorrere la strada verso una quotidianità priva di stress.

Il limite più grande del modello teorico di Selye consiste nell’aver descritto lo stress come una risposta aspecifica, indipendente tanto dalle caratteristiche dell’agente stressogeno, quanto dalla singolarità del soggetto, mettendo da parte, quindi, il ruolo dei fattori cognitivi, psicologici ed emotivi implicati nell’interpretazione di una determinata situazione e nell’individuazione delle strategie più efficaci per affrontarla.

Per una comprensione più completa e corretta non si può certamente prescindere dalla considerazione della soggettività delle persone. Ognuno di noi interpreta le varie situazioni e i problemi che incontra sulla base delle esperienze passate, della fiducia nelle sue capacità, del momento di vita che sta attraversando, delle sue relazioni; e questa valutazione (altamente personale) influenzerà tanto lo stato d’animo individuale quanto la risposta che si sceglierà di mettere in atto per farvi fronte.

E’ bello e positivo pensare che per ogni problema esista una soluzione, ma nel caso in cui questa non dovesse essere a portata di mano, anziché dannarsi la vita è sicuramente più proficuo avere pazienza, stringere i denti e provare a tamponare lo stress percepito tramite alcune strategie efficaci.

Sigaretta, junk-food e alcol ?!

Non saprei quantificare le volte in cui ho ricevuto la risposta “fumo (mangio o bevo) perché sono stresssato!”.

Bè, se questi sono talvolta i “rimedi” più in voga (specie tra i giovani), semplici e piacevoli per molti, ce ne sono altri che sicuramente vanno a braccetto con uno stile di vita più salutare e che varrebbe almeno la pena di provare a mettere in atto (trasformandole in abitudini), anche solo per beneficio del dubbio J

  • Praticare attività fisica: la mole di ricerche scientifiche a sostegno dei benefici psicofisici legati ad un esercizio fisico regolare è sempre più grande, e chiunque metta in atto questa bellissima abitudine, nelle forme più sfaccettate, potrà testimoniare che, oltre a far stare bene fisicamente, consente di mettere da parte le preoccupazioni per i problemi che appesantiscono le giornate, se non definitivamente, almeno durante il lasso di tempo che si deciderà di dedicarvi. E no, il caldo non è una buona scusa per mettere da parte questa strategia, ci si può muovere in una fascia oraria meno calda o magari nuotare al mare o in piscina. Volere è potere!
  • Staccare la spina: diciamocelo, il progresso tecnologico è figo, ci agevola di tanto le vite, il lavoro, la coltivazione delle relazioni, ma se esaminiamo anche l’altra faccia della medaglia possiamo renderci conto di quanto l’introduzione di internet, social network e compagnia bella abbia comportato un dirottamento della concentrazione e del tempo da attività dinamiche ad altre più sedentarie, dalla dimensione fisica e reale a quella virtuale e fittizia. Mai provato a staccare la “spina virtuale”? Un po’ di sano isolamento mediatico a volte può aiutare molto a tenere lontano il mondo circostante con i suoi problemi. State certi che togliere del tempo allo “zapping tra un sito internet o l’altro”, non sbirciare sul profilo Facebook dell’ ”amico” di turno per vedere dov’è stato la sera prima, spegnere il wi-fi dal telefono e non essere raggiungibili da whatsapp per qualche ora, o addirittura decidere deliberatamente di fare a meno della tv per una giornata intera, non cambierà in modo irreparabile le nostre giornate, anzi..
  • Concentrarsi sulle cose realmente importanti: “l’essenziale è invisibile agli occhi” scriveva

Antoine De Saint Exupery nel suo celebre libreccino “Il piccolo principe” . Ma quanto è vera questa frase?

Dinanzi a problemi apparentemente insormontabili e alla scarsa fiducia nelle nostre possibilità di vedere la luce in fondo al tunnel, imparare a tralasciare il superfluo, concentrandosi sulle cose che realmente contano nella vita, non potrà che fare del bene a noi e alle nostre relazioni.

Certamente esistono altre tecniche efficaci per tenere a bada lo stress e alleviare le nostre giornate particolarmente pesanti, queste sono soltanto alcune utilizzate dalla sottoscritta.

Buona estate senza stress a tutti 😉

[1] L’omeostasi (dal greco ομέο-στάσις, stessa fissità), è la tendenza naturale al raggiungimento di una relativa stabilità interna delle proprietà chimico-fisiche che accomuna tutti gli organismi viventi, per i quali tale stato di equilibrio deve mantenersi nel tempo, anche al variare delle condizioni esterne, attraverso dei precisi meccanismi autoregolatori (Fonte Wikipedia).

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