Home Interviste “Ho lavorato per anni al fianco di Falcone e Borsellino”

“Ho lavorato per anni al fianco di Falcone e Borsellino”

A pochi giorni dall 32esimo anniversario della strage in cui è morto Rocco Chinnici, incontriamo Giovanni Paparcuri, autista del magistrato e sopravvissuto alla strage. Ci racconta la sua storia e la sua lotta alla legalità che dopo la strage si sostanzia nella collaborazione con Falcone e Borsellino.

Descrive una quotidianità che umanizza i fin troppo idealizzati magistrati e ci rileva gli aspetti caratteriali che i più sconoscono.

«Ero un appassionato di informatica, da autodidatta ho imparato ad utilizzare i primi computer, come il Commodore 64. In quegli anni, ’84, ’85, era stato da poco depositato “Il rapporto dei 162”, da cui nacque il maxi processo. C’erano tanti dati e documenti e diventò necessaria una informatizzazione del sistema, così il Ministero di Giustizia dotò l’Ufficio Istruzioni, nel quale venivano appunto istruiti i processi, di apparecchiature informatiche. Il dott. Borsellino, dunque, conoscendo la mia passione per l’informatica, ad aprile dell’85, mi propose di occuparmi dell’informatizzazione del primo maxi processo. Informatizzai anche il secondo e il maxi processo ter, di cui nessuno parla, ma che era il fiore all’occhiello di Falcone, nel quale il giudice descrive minuziosamente il “Teorema Buscetta”, e il quater. Lavorammo insieme all’interno del bunkerino e i ritmi erano stressanti, ricordo che bevevamo tanto caffè. Ho conosciuto i giudici Falcone e Borsellino molto da vicino. Falcone era tenace, un uomo decisamente determinato. Erano tempi difficili e veniva spesso ostacolato, ma nonostante le limitazioni, spesso imposte, egli continuava a lavorare. E sorrideva. Sosteneva che alle provocazioni si dovesse reagire con l’ironia».

E Giovanni con un pizzico di malinconia ammette:

«Aveva un’ironia molto particolare, gli piaceva raccontare barzellette, ma non facevano ridere nessuno. E poi aveva il carattere più irascibile del pool, il suo sguardo intimidiva chiunque. Gli piaceva il whisky e in ufficio teneva sempre una bottiglia di Chivas, che puntualmente Borsellino gli nascondeva. E quando ci capitava di sentire gridare a gran voce il dott. Falcone: “Paolo!!” noi capivamo  che si trattava del Chivas. Assistevamo a queste scene molto comiche che aiutavano a smorzare il clima di tensione che spesso ci avvolgeva. Un’altra cosa che piaceva al giudice Falcone era appallottolare le molliche di pane e tirarle in faccia ai commensali e a dispetto di quanto si possa pensare era veramente timido. Non ringraziava mai i colleghi ma piuttosto si limitare ad esclamare: “U’ signuri tu’ paja”. Per il mio matrimonio ho invitato i colleghi, ma non ho avuto il coraggio di invitare Falcone per paura che rifiutasse, poiché egli si spostava con 12 persone della scorta e un elicottero. Due giorni prima delle nozze, però decido di dargli la partecipazione e lui fintamente sorpreso mi sorride e non mi fa neanche gli auguri, si limita ad un “Va bene”. La mattina del matrimonio, arrivo in chiesa e trovo il giudice attorniato dai miei invitati, che stava intrattenendo con le sue solite barzellette. Era arrivato in chiesa prima di me e ciò mi emozionò profondamente. Nel frattempo da lontano vedevo la macchina della sposa in sosta, a circa cento metri di distanza, e non capivo perché non ci raggiungesse, dopo un po’ di tempo, arriva finalmente la sposa, che abbastanza nervosa mi dice che il suo autista pensava fosse accaduto qualche incidente, considerata la presenza delle numerose auto delle forze dell’ordine e dell’elicottero».

Sorride Giovanni, raccontandoci questi squarci di normalità e immaginare la scena fa sorridere anche noi. Poi riprende:

«Borsellino e Falcone erano molto amici, ma litigavano spesso e prima dell’attentato a Falcone, i due avevano litigato per un bicchiere di birra, quindi Borsellino non ebbe mai modo di fare pace con il suo amico. E anche se si potrebbe pensare che i giudici avessero ideologie politiche diverse, io posso dire di averli visti lavorare in coerenza assoluta».

E conclude:

«Il loro unico obiettivo era la verità».

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