Home Interviste Ricordare per risvegliare le coscienze: la storia di Paparcuri

Ricordare per risvegliare le coscienze: la storia di Paparcuri

A pochi giorni dal 32esimo anniversario della strage in cui è morto Rocco Chinnici, incontriamo Giovanni Paparcuri, autista del magistrato e sopravvissuto alla strage. Ascoltiamo la sua storia che si fa a tratti silenzio e commozione.

«Oggi è difficile per me raccontare quel 29 luglio, l’anniversario della strage che mi ha visto coinvolto, ma penso che ricordare serva a risvegliare le coscienze delle persone.
Premetto inoltre che credo poco alla cosiddetta antimafia perché in Sicilia purtroppo è ancora troppo radicata la cultura mafiosa e fino a quando noi non riusciremo a sradicare un certo modo di pensare, la mafia continuerà ad avere il sopravvento».

Con gli occhi bassi ci chiede:

«Che valore ha la morte di chi ha servito il Paese nella lotta alla mafia se il presidente della Confcommenrcio è arrestato per estorsione, se Nello Montante, presidente di Confindustria, è indagato per mafia, se assistiamo agli arresti di politici per voto di scambio, se Lucia Borsellino, figlia del più noto Paolo, viene attaccata in questo modo?».

Ma il flusso di parole, risponde alle sue domande:

«Mi viene in mente la celebre frase del dott. Giovanni Falcone: “Tutti fenomeni umani hanno un inizio e una fine e la mafia essendo un fenomeno umano è destinata a finire”. Tuttavia la frase continua e molti non ricordano come essa conclude: “Spero che la fine della mafia non corrisponda alla fine dell’umanità”.

Però se è vero che la mafia è siciliana, è anche vero che buona parte dell’antimafia è condotta dai siciliani. Ed io sono una di quelle persone che nella vita ha deciso di percorrere la strada della legalità».

E la sua storia comincia così:

«Provengo da un quartiere malfamato di Palermo e posso dire di non avere mai scelto tra il bene e il male, ma ho continuato ad orientare i miei passi lungo l’unica via possibile: il bene. Molti dei miei amici di infanzia sono diventati mafiosi, alcuni dei quali sono stati condannati all’ergastolo, o sono stati uccisi, o sciolti nell’acido. Ho conosciuto i Vernello, Marino Mannoia Agostino, che è stato sciolto nell’acido, ed essi avevano già atteggiamenti mafiosi fin da piccoli.

Io invece, e non so se conosco bene il motivo, mi sentivo quasi in dovere di fare qualcosa per il mio rione e a causa dei tanti omicidi di mafia, degli anni ’70 e ’80, tra i quali gli omicidi dei magistrati Terranova, Scaglione, Costa, mi si è offerta l’opportunità di lavorare presso il Ministero di Grazia e Giustizia, che avendo bisogno di dotarsi di auto blindate e di annessi autisti, indisse un concorso, che io vinsi».

Giovanni però si interrompe e sbattendo le ciglia ripetutamente riprende fiato e ci introduce quasi didatticamente “quel 29 luglio”.

«La strage Chinnici è avvenuta il 29 luglio del 1983, ma in realtà già l’8 luglio i funzionari della Criminal Pool e il Procuratore Generale Ugo Viola, sapevano che da lì a poco sarebbe avvenuto qualcosa di grave a Palermo. Un personaggio molto ambiguo, un libanese, un narco trafficante, che ufficialmente lavorava nel settore automobilistico, e che era, di fatto, un confidente della Criminal Pool, aveva preannunciato che ci sarebbe stato un attentato a Palermo, ma non sapeva a chi sarebbe stato rivolto, se a Falcone, Chinnici o De Francesco, l’Alto Commissario alla lotta alla mafia che aveva preso il posto del Generale Dalla Chiesa.

Chinnici in quel periodo stava indagando sui cugini Salvo, due esattori, che a differenza degli altri funzionari di Italia guadagnavano una percentuale, sulle tasse riscosse, di gran lunga superiore. In seguito la magistratura, grazie ai collaboratori di giustizia, scoprì che i Salvo erano uomini di onore, ed erano gli intermediari di Salvo Lima e Giulio Andreotti. Tra l’altro in Italia avevano il monopolio del mercato delle auto blindate, molte delle quali venivano acquistate o noleggiate dallo Stato. Ma indagare sui Salvo si rivelò fatale».

A questo punto in una scansione cronologica descrive i dettagli di una strage annunciata.

«26 luglio: il libanese si trova a Palermo perché sta conducendo un affare con due palermitani, per una transazione di armi, e in quell’occasione viene a sapere che l’attentato sarà eseguito nel cosiddetto “metodo libanese”, con una autobomba, ma Vittorino de Luca, responsabile della Criminal Pool e il Capitano Gagliardo sottovalutano queste informazioni.

27 luglio: è un pomeriggio, Chinnici convoca me e la sua scorta, nelle persone dell’appuntato Bartolotta e del maresciallo Trapassi e mi colpisce il suo abbigliamento. Era solito, infatti, vestire con giacca e cravatta, anche in estate, ma quel pomeriggio il consigliere indossa soltanto la camicia e noi capiamo subito che è fortemente preoccupato. Ci disse che è venuto a conoscenza che a Palermo ci sarà un attentato a un magistrato o un politico, forse. Ci chiede di stare in guardia, e di porre maggiore attenzione alle auto di grande cilindrata, ai furgoni, o alle moto. E infine ci dice che avremmo potuto abbandonare l’incarico immediatamente, seduta stante, che avremmo potuto fare richiesta di trasferimento. Io, Bartolotta e Trapassi non esitiamo a scegliere di restare al suo fianco. Non ho paura, ma non perché io sia un super eroe, semplicemente perché non so cosa sia effettivamente la paura. Si ha paura di qualcosa di conosciuto, ma di fronte all’ignoto si agisce quasi di istinto. La paura di un autista al massimo può essere provocata dal rischio di un incidente stradale.

29 luglio: mi sveglio di buon mattino, guardo fuori dalla finestra, è una tipica giornata afosa di luglio e decido di non portare con me la pistola, scendo da casa, mi reco al carcere Ucciardone, prelevo l’auto blindata e mi sposto in direzione di via Pipitone Federico, dove risiede Chinnici. Arrivo tra le 7:50 e le 8:00. Parcheggio accanto ad una 126. Per me, allora, un’auto normalissima, che però contiene tanto, tanto tritolo. Sul posto c’è la radio mobile appostata, l’auto della scorta, un’Alfa Sud, e sul marciapiede, davanti al portone del palazzo del consigliere, ci sono il maresciallo Trapassi, il povero portiere, Stefano Lisacchi, che tiene la scopa tra le mani e con mia sorpresa trovo anche l’appuntato Bartolotta, che avrebbe dovuto essere libero quel giorno, ma è lì a supplire un collega. L’appuntato, è alla tutela del consigliere ed è suo compito posizionare la ricetrasmittente all’interno dell’auto blindata. Quel giorno però Bartolotta, abbastanza infastidito dal fatto che è in servizio al posto di un collega in malattia, chiede a me di andare a recuperare la ricetrasmittente dall’Alfa Sud e di posizionarla nella blindata. Lo faccio. A circa 500 metri, alcuni muratori sopra il cassone di un “Leoncino” rosso. Tra questi, poi si scoprì, c’è Brusca, travestito, appunto, da muratore, esecutore materiale dell’attentato, mandato dai Salvo. Io torno in auto blindata e guardando dallo specchietto retrovisore, aspetto il solito segnale, che mi avvisa che il consigliere sta arrivando.
Il segnale, dopo qualche secondo, arriva».

Giovanni si ferma, pare che dai suoi occhi ritornino immagini, figure, si sta in silenzio nel rispetto della memoria che emerge.

«Ho sempre pensato che quello del maresciallo Trapassi non fu il solito segnale, ma il suo saluto. Il suo ultimo saluto. Fu l’ultima volta che lo vidi. Da lì un boato e non ricordo più nulla. Non ho sentito nessun dolore, ma piuttosto ho ricordi nitidi di una piacevolissima sensazione. Mi sentivo fluttuare e cercavo di raggiungere un tunnel di una luce bianca molto intensa, avevo come il desiderio di toccare con la mano destra questa luce. Ad un certo punto il tunnel cambia colore, e la luce diventa di un rosso fuoco, e poi nero. Tutto nero e la sensazione di terrore, non di paura, ma di terrore. Ho cominciato ad aprire gli occhi e mi sono ritrovato con le gambe incastrate nella blindata e le spalle per terra. Mi terrorizzò notare che i ventri della blindata, spessi ben 4 cm, erano scheggiati. Avevo la testa spaccata, il sangue zampillava nell’occhio destro, sentivo puzza e vedevo fumo. L’udito c’era ma i suoni erano ovattati. Non riuscivo a muovermi. Vidi che mi si erano spezzate due dita nella mano destra. Ero circondato da un lago di sangue».

E la commozione prende il sopravvento, nel misurato e controllato atteggiamento di Giovanni, che aggiunge quasi a giustificare il suo stato d’animo: “Avevo 27 anni e provare la sensazione di morire è la vera paura”.

E va a continuare: «Dopo l’esplosione arriva una signora, che mi tampona le ferite e poi un poliziotto che mi solleva dalla cintura dei pantaloni, mi carica in macchina e mi porta in ospedale. Al pronto soccorso comincio a vomitare una sostanza verde. Ma da lì i medici provvedono subito ad aiutarmi e la paura piano piano svanisce. Ce l’avevo fatta. Scopro che invece ai miei colleghi e al dott. Chinnici era andata diversamente quando un infermiere mi chiede come sto e poi aggiunge, senza nessuna delicatezza: “Lei è stato fortunato, tutti gli altri sono morti”. Rimasi pietrificato. Durante il ricovero presso il reparto di neurochirurgia venne a trovarmi il dott. Paolo Borsellino, e con un gesto di conforto mi appoggiò la mano sul petto. Ma io sentì un dolore lancinante, il suo tocco rivelò un problema polmonare che ancora non era stato diagnosticato. Lo spostamento d’aria derivante dall’esplosione mi aveva provocato un rigonfiamento dei polmoni».

Una storia emotivamente forte, dolorosa anche da ascoltare che, però si conclude come una tipica beffa all’italiana.

«Dopo la strage il Ministero di Grazia e Giustizia, nella persona di Martinazzoli, il giorno dopo del mio compleanno, mi manda un decreto di declassamento e divento “un messo”. Dallo Stato non ho mai ricevuto nessun riconoscimento, non sono mai stato invitato, in forma ufficiale, ad una commemorazione, e quando di mia spontanea volontà sono andato alle commemorazioni della strage ho sempre provato un forte senso di colpa, specie nei confronti degli 11 orfani che essa ha provocato, per essere sopravvissuto. In seguito il Ministero dell’Interno mi ha conferito la medaglia d’argento al valor civile, ma il sottosegretario non ebbe neanche la decenza di alzarsi dalla scrivania per consegnarmela. Aggiungo che nel sito del Quirinale esiste una parte dedicata alle onorificenze, e accanto ad ogni nome vi è il motivo per il quale l’onorificenza è stata conferita, ma due anni fa mi accorgo che accanto al mio non compare nessuna motivazione. A me non è stata garantita l’assistenza dell’avvocatura dello Stato durante i processi, 8, nei quali mi sono costituito come parte civile».

Ma Giovanni sgrana gli occhi e con fervore esclama: «Nonostante tutto ho continuato a lavorare per lo Stato, ho dedicato altri 30 anni al servizio della giustizia, e ho lavorato al fianco di Falcone e Borsellino. Ho servito il mio paese perchè credo nella legalità e se vivessi un’altra vita rifarei tutto esattamente come ho fatto».

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Isabella

Immenso Giovanni

Luigi

Giovanni, ti ho conosciuto stasera e già posso dire che sei grande.