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“Senza il sapere la vita non ha sapore”: Libera Palermo e la sua bottega

Palermo, luglio 2015. In una calda giornata ci rechiamo presso la “Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità” sita presso Piazza Castelnuovo, incuriositi dalla sua storia e dal suo legame con l’associazione “Libera associazioni, nomi e numeri contro le mafie”.

Entrando, ci si offre alla vista una miscela di pacchetti e confezioni, libri e gadget tutti accomunati dal tema della giustizia e della legalità. In loco incontriamo Gaetano Cascino, uno degli attivisti di Libera Palermo, circondato da studenti, provenienti da tutta Italia, che come noi si trovano lì per conoscere la storia di quel luogo, e così assistiamo alla presentazione che egli ne fa, in un turbinio di gesti e parole.

«La bottega nasce all’interno di un bene confiscato, ed è, allo stesso tempo, la sede di Libera Palermo. Fino a 25 anni fa, il luogo in cui ci troviamo era un negozio di abiti di proprietà di Giovanni Ienna, della famiglia mafiosa dei Graviano, i fratelli che avevano il controllo del quartiere Brancaccio, particolarmente violenti, e abili ad esercitare il loro controllo nel quartiere. Essi sono i mandanti dell’omicidio del Beato Don Pino Puglisi, e sono stati condannati anche per le cosiddette stragi eccellenti. I Graviano esercitavano un pizzo intelligente, perché avevano il controllo totale di tutti i bar di Palermo, avendo acquisito una fabbrica di caffè, la Iti, e imponendo a tutti i bar della città l’acquisto del loro caffè.

Nel 2008 l’associazione Libera ne ottiene l’affidamento diretto e, dopo alcuni mesi, impiegati per la ristrutturazione, viene inaugurata la “Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità”. Abbiamo pensato al nome bottega per differenziarlo dal concetto di “negozio”. Il negozio infatti è immediatamente associato alla merce che vi sta dentro, la bottega invece è associata agli artigiani che la popolano, ma soprattutto all’originalità e qualità del prodotto che offrono nel mercato. I prodotti della bottega provengono dal circuito “Libera Terra”, vale a dire dall’insieme di cooperative che sono nate per gestire e coltivare le terre confiscate alle mafie. La realtà delle cooperative, infatti, ha assunto negli anni una dimensione imprenditoriale forte, sana, onesta e fondata sulla legalità. E in più abbiamo una sezione dedicata al biologico made in Italy, perché per noi è fondamentale l’attenzione alla salute e alla salvaguardia della natura, ed una sezione del commercio equo e solidale, fatto da prodotti che provengono da alcune realtà del terzo mondo, in cui le cooperative riescono a lavorare in modo giusto, evitando i rischi di schiavizzazione tipici di quei territori. Altra merce proviene dall’associazione “Libero Futuro” nata dall’iniziativa di Addio Pizzo e composta da imprenditori che hanno dichiarato pubblicamente di non pagare il pizzo. In ultimo, nella nostra bottega è possibile trovare le eccellenze siciliane dei prodotti slow food. Ad accompagnare i prodotti culinari ci sono i libri, ciò che ci permette di trasmettere l’idea che la cultura è il fondamento della legalità. Cosi la nostra è anche una bottega dei saperi, e al piano inferiore promuoviamo incontri di formazione, testimonianze di storie di mafia e antimafia, presentazione di libri, progettazione e implementazione del lavoro sul territorio, specie dei laboratori condotti presso le scuole. La bottega dei saperi in questo modo ha anche l’obbiettivo di produrre cultura, perché senza il sapere la nostra vita non ha sapore».

Quella che, però, sembra essere semplicemente una viva realtà di promozione di legalità affonda le sue radici in una storia lontana, che Gaetano ci racconta con enfasi e precisione allo stesso tempo:

«Oggi diamo per scontato che i beni posseduti dai mafiosi, ricavati da profitti illeciti, possano essere confiscati e restituiti simbolicamente alla collettività attraverso il loro riuso sociale, ma il processo che ha portato a questa idea è stato lungo e tortuoso. Circa 35 anni fa la confisca non esisteva e fu Pio La Torre ad intuire che le mafie andassero combattute attraverso un’aggressione del loro patrimonio, perché il loro potere sociale e politico derivava dal loro potere economico, ma soprattutto egli capì che era necessario attribuire una precisa definizione al fenomeno mafioso, e quindi alla parola mafia. Infatti fino al 1982 non esisteva il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso che si concretizzava, in realtà, nell’utilizzo di condotte intimidatorie e violente come strumento di controllo e di sottomissione. Per questo motivo il 30 aprile 1982 Pio La Torre venne assassinato, ma il Parlamento proseguì la sua attività e, nel giro di pochi mesi, approvò la legge “Rognoni- La Torre”, che introdusse il reato di mafia e la confisca dell’intero patrimonio del committente reato, a meno che non si fosse riuscito a provarne la sua provenienza lecita.

Così cominciarono gli arresti, i processi, le condanne e le confische che divennero sempre più frequenti, con un conseguente aumento esponenziale del trasferimento di proprietà allo Stato dei patrimoni che divennero, pertanto, indisponibili, alla stregua dei beni demaniali».

Gaetano, a questo punto, fa spallucce e ammette:

«Tuttavia a seguito della confisca i beni venivano gestiti dallo Stato, attraverso le amministrazioni giudiziarie, ed essi decadevano o, se erano attività produttive o commerciali, fallivano. Così molta gente cominciò a pensare che lo Stato, di fronte al grande potere economico delle mafie, fosse perdente e inaffidabile».

Ma sospirando e con evidente trasporto emotivo ed orgoglio va a continuare:

«Da qui parte la storia di don Luigi Ciotti che raccoglie tutte quelle organizzazioni e associazioni che già si muovevano nel sociale per la costruzione del bene comune, come Legambiente, Arci, Azione Cattolica ecc… e insieme ad esse fonda una macro organizzazione che si sarebbe occupata di coordinare le attività antimafia delle associazioni affiliate. Promuovono insieme una proposta di legge di “iniziativa popolare” e attraverso una raccolta di firme, la più grande fino a ora d’Italia, che ha visto circa un milione di firmatari, viene presentata in Parlamento la proposta di legge sul riuso sociale dei beni confiscati alle mafie. La legge venne approvata all’unanimità, ed è nota come legge 109/96».

Ci si chiede perché il riuso sociale sia così importante in Italia, e non si può non constatare che il nostro è uno dei pochi Stati a vantare nel proprio ordinamento una norma simile.

«Il principio sotteso a tale norma – ci dice Gaetano – consiste nella consapevolezza che tutte le volte che la mafia si arricchisce, con metodi e condotte criminali, i cittadini onesti perdono una parte della loro libertà. Una mafia ricca è una mafia più potente ed è perciò maggiormente in grado di controllare le dinamiche socio-economiche e anche politiche dello Stato».

E aggiunge: «Sono passati 20 anni e ad oggi esistono centinaia di beni confiscati che sono affidati ad enti del terzo settore, quali associazioni e cooperative, o fondazioni. Altri beni sono stati destinati alla costruzione di caserme, scuole, uffici pubblici. E sebbene Libera non gestisca direttamente i beni ne promuove il loro uso e la loro valorizzazione nei territori di appartenenza. Ma le attività dell’associazione Libera non si esauriscono nella promozione del riuso dei beni perché un altro dei pilastri portanti delle attività è l’attenzione alla memoria».

Così comincia a raccontarci un’altra storia…

«All’indomani delle stragi la vedova del capo scorta di Giovanni Falcone, Vito Schifani, descrisse a don Luigi Ciotti il dolore provato durante tutte quelle commemorazioni in cui il nome del marito confluiva nel temine più generale “ragazzi della scorta”. Essi esattamente come il giudice Falcone sono morti per servire lo Stato e per combattere le mafie, e pur avendo un ruolo diverso, avevano la stessa dignità del magistrato e come tale dovevano essere ricordati con il loro nome e il loro cognome. Da questo è derivata “La giornata nazionale in memoria delle vittime delle mafie”, che si celebra ogni anno il 21 marzo, e nella quale viene ricordata ogni singola vittima. Quest’anno la giornata è stata celebrata a Bologna e abbiamo impiegato ben 40 minuti per leggere tutti i nomi delle vittime. Si tratta di un migliaio di nomi circa».

Sgrana gli occhi e schiarisce la voce, il giovane attivista, e afferma con decisione:

«Noi abbiamo il dovere della memoria. Secondo le metodologie mafiose uccidere equivale a cancellare una persona che in qualche modo è stata di ostacolo agli obiettivi criminali a cui l’organizzazione mira e allora riportare in superficie la memoria delle vittime significa anche far ricordare alla gente cosa sono le mafie».

Dopo averci descritto la realtà della bottega e averci spiegato il valore di Libera, quale associazione di associazioni, di nomi e memoria, conclude con la valorizzazione dei cosiddetti numeri:

«I numeri siete voi! – esclama guardando intensamente i suoi interlocutori e sorridente – La parola numeri, all’interno della denominazione completa dell’associazione Libera, sta ad indicare il valore che hanno tutte quelle persone che desiderano una società più giusta, civile e, appunto, “libera” dalle mafie.

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