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Fare la sindacalista ai tempi del precariato

Cinisi, settembre 2015, Fiori di Campo. All’indomani dell’inaugurazione dell’Eco-Villaggio incontriamo una volontaria, che da Ravenna ha voluto dedicare una parte del suo tempo al progetto sopracitato. La conosciamo in veste di responsabile della cucina dell’eco villaggio, ma scopriamo che Ada Assirelli, in realtà, a Ravenna, è una sindacalista e così ci facciamo raccontare la sua storia.

“Sono sindacalista con l’incarico di segretario generale del NIDIL CIGL di Ravenna”.

Cos’è il NIDIL?

“È l’ultima delle categorie che nasce in CGIL e sta per Nuove Identità del Lavoro. Il NIDIL quindi segue tutte quelle categorie professionali precarie, tutti quei contratti di lavoro atipici, ad esempio i lavoratori in somministrazione, quelli assunti dall’Agenzia per il Lavoro, i Co.Co.Pro, che tra l’altro il Jobs Act ha eliminato, i Co.Co.Co, i collaboratori occasionali”.

Alla luce di questi contratti atipici cosa pensi del Jobs Act?

“Beh, noi ci aspettavamo una riduzione delle forme contrattuali atipiche e invece è stato eliminato solo il Co.Co.Pro. Tuttavia non è stato proprio eliminato ma piuttosto il lavoratore è stato privato di lavorare con la possibilità di avere un progetto a supporto. Di fatto restano i voucher, e ancora quelle che io definisco le false partite iva”.

False partite iva? Di cosa si tratta?

“Molti lavoratori che prima erano dipendenti, specialmente nel settore dell’edilizia, sono stati espulsi dalle aziende e per continuare a lavorare hanno dovuto aprirsi una partita iva. Ma esse di fatto non sono vere, perché i lavoratori in questione non sono liberi professionisti ma continuano a lavorare per le vecchie aziende”.

E cosa vuol dire che il NIDIL si occupa di questi contratti atipici? Cosa si fa per i lavoratori?

“È difficile rispondere a questa domanda – ci dice sospirando – poiché il caso dei contratti atipici è, appunto, atipico.

Le categorie sindacali, come la FIOM, dei metalmeccanici, o la FINLEA, degli edili, si relazionano con i lavoratori delle aziende in modo diretto. Noi invece seguiamo un iter diverso, perché se non è il lavoratore a venirci a trovare, noi non sappiamo nemmeno che esiste! Faccio un esempio: un notaio potrebbe avere anche 10 segretarie, assunte con partita iva o con un contratto di collaborazione, quindi contratti atipici, e in quel caso il NIDIL non avrebbe accesso allo studio notarile, perché non esiste nessuna relazione industriale, per cui non ha possibilità di avere contatti con le lavoratrici o i lavoratori. E poi c’è il caso dei contratti di somministrazione, per i quali i lavoratori dipendono dalle Agenzie per il Lavoro e non direttamente dalle aziende, alle quali, pertanto la categoria sindacale non ha accesso. Quindi il nostro lavoro è molto complesso”.

E nel caso dei dipendenti dalle Agenzie per il Lavoro, il sindacato come procede per la tutela dei lavoratori?

“Attualmente le Agenzie “prestano manodopera”. La filosofia di base non è l’orientamento al lavoro, come dovrebbe essere, ma al contrario, il lavoratore viene considerato a tutti gli effetti una merce. L’Agenzia, infatti conclude un contratto commerciale con un’azienda a fronte della fornitura di un prodotto, che è una persona, la merce oggetto di scambio è la forza lavoro, il lavoratore. L’azienda dal suo canto, finanzia l’agenzia, a seconda della quantità di forza lavoro concessa, e poi l’Agenzia paga i lavoratori”.

Quindi il datore di lavoro è l’Agenzia per il Lavoro?

“Sì. E se il NIDIL deve indire una vertenza per il lavoratore somministrato il suo destinatario è l’Agenzia per il Lavoro, e non l’azienda nella quale il lavoratore presta il suo servizio e nella quale magari vengono meno i suoi diritti”.

Si può immaginare come questo duplice passaggio, Agenzia, prima e azienda, dopo, provochi tempi di attesa lunghi…

“Esatto. Succede, infatti, che il lavoratore, essendo alle direttive dell’agenzia, nel giro di un mese cambi due o tre aziende e quando il NIDIL riesce a far arrivare la vertenza per discriminazione all’azienda incriminata, il lavoratore non ci lavora più già da 6 mesi”.

Allora esistono lavoratori di seria A e di serie Z? Come hanno potuto permettere i sindacati la strutturazione di questa impalcatura sociale?

“Le leggi le emana il Parlamento, non il sindacato, quindi ad ognuno le proprie responsabilità, ciò non toglie che gli stessi sindacati né abbiano condiviso di importanti.  I sindacati hanno condiviso grosse responsabilità, a mio parere, determinate da vent’anni di berlusconismo. È come se tra i lavoratori si fosse radicato un individualismo esasperato. Spiego questo concetto con un altro esempio: poniamo il caso che una azienda, di 100 operai, promuova un premio di produttività, che fa parte di un salario accessorio, non il salario stabilito dal contratto collettivo nazionale, escludendo i 20 operai con contratto atipico, cioè di somministrazione o di collaborazione. Ecco, in questo caso sia gli operai sia i sindacati, a cui quegli operai hanno aderito, difficilmente si opporrebbero alla possibilità che i somministrati o i collaboratori restino esclusi dal premio, perché è crollato il concetto di coesione aziendale, di solidarietà operaia. È in casi come questi che il sindacato fallisce, perché non è in grado di attuare quella rivoluzione culturale che pone il diritto e le pari opportunità al di sopra di tutto il resto”.

Dunque quali tutele per i lavoratori precari? 

A questa domanda Ada risponde con amarezza, allarga la fronte e ammette:

“Poche. Poche tutele. Ogni settimana apro una vertenza con un’azienda a tutela di un Co.Co.Pro. o Co.Co.Co. o un lavoratore a voucher, ma la legge impone in primis di esperire un tentativo di riconciliazione tra datore di lavoro e lavoratore ed in secundis di trasferire la pratica alla Direzione Territoriale del Lavoro. Poi spetta agli ispettori del lavoro accertarsi che siano stati rispettati i diritti del lavoratore, ma spesso i tempi sono biblici. Ho delle vertenze aperte l’anno scorso e la direzione provinciale del lavoro ancora non ha provveduto ad esaminare quelle pratiche”.

Parlaci un po’ di te… Come sei diventata sindacalista?

“Quando sono stata assunta dalle poste italiane, nell’80, andai in CGIL, chiesi qual’era il sindacato che tutelava i lavoratori delle poste e mi tesserai. Avevo il sindacato nel DNA, in realtà. Pensa che il mio quartiere veniva chiamato Stalingrado, era un quartiere popolare di braccianti, di muratori, di operai del settore chimico. In quel quartiere era davvero diffusa la cultura della solidarietà e dell’impegno politico e sindacale. Così quando ho inziato a lavorare tesserarmi al sindacato mi è sembrato un passo normale da compiere. Inoltre, ricordo che mi conquistò l’espressione del segretario della mia categoria, che riconosco essere il mio padre sindacale, il quale mi disse chiaramente che la tessera sindacale non avrebbe mai dovuto rappresentare per me un privilegio. E l’assenza di privilegi di sorta è stato il fulcro di tutta la mia attività sindacale. Da lì iniziai a fare la delegata sindacale e poi attraverso la legge 300/70 art.32 sono stata distaccata al sindacato”.

Sindacati e politica: quali rapporti esistono oggi secondo te?

“Politica o partitica? In questa fase credo che ci sia la distanza maggiore fra i partiti e il sindacato che l’Italia abbia mai avuto. Altro è invece se parliamo di politica nel senso nobile della parola. Fare sindacato è fare politica e fare politica è avere anche opinioni diverse, basti pensare ai contrasti tra la FIOM di Landini e la CGIL generale della Camusso ma già dal ’90 si strutturò un’area di sinistra all’interno della CGIL, alla quale io ho sempre appartenuto. Tuttavia la differenza tra il vecchio sistema sindacalista e quello odierno è netta, poiché prima i sindacati rispecchiavano gli equilibri dei partiti, oggi invece non stanno in equilibrio neanche i partiti…”.

Allora pensi che i sindacati abbiano ancora il potere di influenzare le politiche del lavoro e le politiche sociali e previdenziali, anche in sede legislativa?  

“Fino ai governi Berlusconi esisteva un minimo di concertazione, con CISL e UIL, la CGIL non era mai stata consultata. Ma con il governo Monti l’era della consultazione sindacale si conclude definitivamente. Non è una scelta casuale perché si vuole indebolire la forza del sindacato, se non altro perché al momento l’Italia è una realtà in cui non c’è più nessuna vera rappresentanza politica. La CGIL invece è ancora di fatto, una realtà pluralista che riesce ad aggregare la gente”.

A questo punto gli occhi di Ada sembrano illuminarsi e con forza, con la forza di chi crede davvero che il sindacato possa ancora essere un valido portatore di interessi sociali, esclama: “Siamo noi che incontriamo la gente per strada, che richiamiamo i lavoratori e li aggiorniamo sui cambiamenti legislativi e sociali!”.

Concludendo… I sindacati sul fronte legislativo sono ai margini, sul fronte operativo incontrano difficoltà di burocrazia gerarchizzata e dunque, cosa senti di consigliare ai giovani lavoratori di oggi?

“Consiglio di non considerare i sindacati né i protettori massimi della loro carriera, né al contrario enti inutili alla collettività, perché tutte le volte che i lavoratori si sono mossi compatti abbiamo vinto le nostre battaglie. Io credo che se il sindacato si vuole rinnovare deve iniziare a comunicare con le persone in modo più incisivo, convocarle fuori dall’orario di lavoro per diffondere la cultura dei diritti. Parecchi lavoratori non sono a conoscenza dei diritti di cui godono e allora io sono convinta che si debba dare una svolta a questo sistema, partendo dalle origini, partendo dal diritto”.