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Non è un bel gioco?

Io non dovrei essere qua. Non ancora. Ma ancora non viene nessuno e nessuno va via dopo di me. Dopo che mi lasciano, non lo so cosa fanno. Io faccio tante cose e mi diverto.

In classe mi diverto anche se devo stare seduto. Quando sono seduto sulla poltrona invece non mi diverto. Quando sono seduto sulla poltrona significa che li sto aspettando e quando li aspetto la poltrona diventa grande e io minuscolo. Minuscolo significa piccolo piccolo. Me l’ha spiegato Andrezì cosa significa minuscolo. Andrezì non è tanto alto anche se non è più piccolo. Io divento minuscolo solo quando sono seduto sulla poltrona, quando sono seduto sulla sedia del banco sono solo piccolo. So che sono piccolo perché sono molto più basso di Andrezì e perché non posso venire a scuola da solo. Da quando ho imparato a scrivere però sono meno piccolo. Mattia è la prima parole che ho scritto. La seconda mamma, la terza papà. Poi ne ho scritte molte altre. Tantissime parole ancora non le so scrivere, ma so scrivere tutte quelle che invento. Barbala è l’ultima che ho inventato. Significa Barbara è bella. Barbara è una mia compagna, ha i capelli lunghi come il suo nome. Quando l’ho raccontato ad Andrezì, lui mi ha chiesto di quale colore li ha. In quel momento non lo sapevo, così il giorno dopo ho controllato e ho visto che è uguale a quello della poltrona. Poi però Andrezì mi ha spiegato che sulla faccia si dice castano. Quindi ha occhi e capelli castani. Barbara è gentile con tutti, ma penso che con me lo è di più perché anche io lo sono con lei. Tra le femmine è la mia preferita. Tra i maschi, Diego. Diego è biondo e magro ed è il primo della classe. Una volta abbiamo fatto una gara a chi era il più bravo. La gara è durata tre giorni. Abbiamo fatto le sfide a eliminazione, come le squadre di calcio. Chi vinceva diventava il compagno preferito di tutti. Io non sono tanto bravo, tranne in matematica. In quei giorni però mi sono impegnato, ascoltavo quello che diceva la maestra e cercavo di rispondere prima del mio avversario. Non se l’aspettava nessuno che potevo vincere sempre. E invece ho vinto sempre fino alla finale. Alla finale però eravamo io e Diego e ha vinto lui. Ma non ha vinto tanto facilmente. All’inizio ero avanti 2-0. La matematica è il mio forte ma anche lui è bravo, così ha pareggiato, poi però io ho risposto per primo altre due volte e lui solo una. Purtroppo dopo somme e moltiplicazioni, pere e mele, la maestra ha fatto domande su città montagne e antichi romani, ma anche se i nomi dei capoluoghi delle regioni non me li ricordo quasi mai né dove finiscono le Alpi e iniziano gli Appennini, ho combattuto fino alla fine, anche quando stavamo 9-6 per lui non mi sono arreso. Avevo le orecchie belle pronte e l’ho fregato. Su come è morto Giulio Cesare infatti ho risposto io, ma purtroppo su cosa faceva Nerone mentre Roma bruciava è stato più veloce di me. Giulio Cesare è il mio imperatore preferito, Nerone invece l’ultimo. Non me l’aspettavo che potevi diventare imperatore anche se eri pazzo e cattivo. Volevo vincere e invece ho perso, ma almeno non sono stato costretto a cambiare compagno preferito. Ora Diego è diventato il preferito di tutti. Tutti gli altri bambini vanno via ad ora di pranzo oppure alle Quattro, quando finisce il doposcuola. Qualcuno resta un po’ di più e aspetta con me nella stanza con le poltrone di pelle. Finchè ci sono loro io sono un po’ più piccolo del solito ma non molto piccolo. Quando vanno via invece divento minuscolo. Più tempo passa e più divento minuscolo. Solo solo, non sono mai. Per fortuna ci sono le bidelle. Certe volte sulla poltrona faccio anche i compiuti che non sono riuscito a finire in classe, ma a me fare i compiti mi fa venire sonno, quindi di solito invento parole che ancora non esistono – Andrezì, significa zio Andrea e l’ho inventata quella volta che è venuto a prendermi lui, anche se quella volta lui non è venuto tardi – oppure invento che c’è qualcuno che mi ascolta e io gli parlo. Gli racconto delle cose di me. Cosa ho fatto a scuola o cosa vorrei fare da grande. Io da grande non voglio fare il dottore, mi voglio divertire e non sentire le persone che si lamentano perchè stanno male. Non voglio fare nemmeno l’astronauta come molti miei compagni perché una volta ho visto una navicella spaziale esplodere in cielo, dentro c’era una maestra con la tuta d’astronauta e un sorriso contento ma purtroppo è esplosa pure lei. Io ho anche paura degli aerei, non capisco come fanno a non cadere, quindi voglio fare un lavoro dove puoi restare a terra. Mi piacerebbe vendere gelati, così posso mangiarne quanto voglio. La mamma dice che mi stancherei e che non ne vorrei più. Io non ci credo, la nocciola mi piace troppo. Prima prendevo la brioche nocciola e limone, le persone erano stupite anche se non capivo perché. Ora nocciola e cioccolato e nessuno dice niente. Nessuno ha parlato nemmeno quando ho detto che i bambini escono dalla pancia, io sono sicuro perché la mamma ha una cicatrice lunghissima, per questo quando va a mare si mette sempre il costume intero, però nessuno mi ha dato ragione, anzi Mario ha fatto un sorriso strano, come se ne sapesse più di me, ma Mario è tutto strano, non solo il sorriso, ha i capelli rossi ricci, le lentiggini, e non parla quasi mai, quindi forse ha sorriso solo perché non sapeva cosa dire. Vorfra, significa vorrei un fratellino. Così almeno quando finisco i compiti posso giocare con lui o se devo aspettare non aspetto solo. Una volta ho aspettato così tanto che mi sono spaventato. Le bidelle si sono tolte le divise, siamo usciti fuori dalla scuola, sono state ancora con me per qualche minuto ma poi hanno detto è tardi noi dobbiamo andare e mi hanno lasciato solo davanti al portone. Non lo so se c’è una parola più piccola di minuscolo, devo chiedere ad Andrezì, ma ho avuto paura perché il portone era molto più grande della poltrona e io sono diventato come quella parola più piccola di minuscolo che se non esiste la invento ora io, piccodiminu, più piccolo di minuscolo. Per fortuna la mamma è arrivata quasi subito, vedevo ancora le bidelle camminare verso la fermata dell’autobus quando l’ho vista arrivare, ho fatto una corsa, lei ha aperto lo sportello della macchina, la sua macchina è rossa e ha una forma strana che mi piace, e sono entrato. Dentro però sono stato zitto, è stata lei a parlare. Ha detto che era dispiaciuta, di solito non dice niente anche se sono sempre l’ultimo, ma oltre a essere dispiaciuta era anche arrabbiata con le bidelle. Le bidelle puliscono la scuola mentre aspetto, lavano il pavimento di tutte le stanze e passano una pezza bagnata sui banchi. Hanno la divisa dello stesso colore del mio grembiule, solo un po’ più chiara. Mi piace vedere l’arancione degli stivaletti di gomma sotto il blu del grembiule le mattine che piove, la mamma mi fa anche indossare un impermeabile giallo per proteggermi dalla pioggia. Mi piace sentire l’odore di pioggia sui vestiti appena entro in classe, e prima di arrivare a scuola mi piace che mi bagno un poco la faccia sotto l’ombrello. Entro a scuola allegro quando piove. Sono allegro anche quando vado via. Lascio la poltrona e corro da mamma o qualche volta da papà. Bama, bapa. Bacio alla mamma, bacio a papà. Sono contento e leggero quando li vedo. E’ strano perché ritorno grande, cioè resto sempre piccolo, ma non più minuscolo, però divento leggero leggero e così posso correre velocissimo. Poi bama o bapa. Mapanane? Significa ma perché ancora non arriva nessuno? Però a loro non lo dico mai, prima di tutto perché quando li vedo sono già arrivati, seconda cosa perché per loro è normale. Devono lavorare e non si divertono, io invece mi diverto prima di sedermi sulla poltrona. Mi dispiace però che dopo poco resto solo, allora invento subito parole sconosciute e che qualcuno le sta sentendo. Lo so che non è possibile, che dentro la mia testa non c’è nessuno, però quando gioco così aspetto più velocemente. Lo so che sono solo, che è solo fantasia e sto inventando tutto, ma non è un bel gioco?

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