Home Cultura “Adua”, storia di una città, di una battaglia, di una donna

“Adua”, storia di una città, di una battaglia, di una donna

Adua. Il nome di una battaglia, il nome di una città, il nome di una donna. Proprio “Adua” è il titolo scelto dalla scrittrice Igiaba Scego per il suo ultimo libro.

Igiaba Scego è una scrittrice di origine somala, nata a Roma nel 1974 , laureata in Letterature Straniere presso la Sapienza di Roma. Esordisce come scrittrice nel 2003 con il racconto “Salsicce”, ottiene poi il Premio Mondello con “La mia casa è dove sono”. Collabora con testate giornalistiche come Carta, Internazionale, L’Unità, la Repubblica. Partecipa fervidamente al dibattito culturale italiano e internazionale affrontando temi quali il post-colonialismo e la migrazione. Di una grande vivacità intellettuale, Igiaba Scego riesce ad affrontare questioni spinose tramite la narrativa e la scrittura giornalistica analizzando l’incontro/scontro di culture diverse, grazie soprattutto al suo esser contemporaneamente somala e italiana.

Venerdì 4 marzo alle ore 18,30 l’ambiente raccolto e intimo della libreria “Modusvivendi” di Palermo ha fatto da sfondo alla presentazione del nuovo lavoro della Scego. Alla voce della scrittrice si sono alternate quelle di Paola Caridi, giornalista e scrittrice italiana, Alessandra Di Maio, docente presso l’università degli Studi di Palermo e Davide Camarrone, scrittore e giornalista italiano che con domande e riflessioni hanno proposto una personale lettura del romanzo. Alessandra Di Maio osserva che il titolo, quasi sempre metafora del libro, già anticipa il tema centrale ovvero la rimozione storica. La città di Adua è nota per la famosa battaglia che si svolse proprio lì, nel 1896  fra etiopi e italiani e che terminò con la vittoria degli africani che rivendicarono la loro autonomia. Questo è anche uno dei motivi per cui la protagonista viene chiamata Adua, nel ricordo di una battaglia che fece onore al suo popolo. Il romanzo affronta, sfiorandoli quasi di lato, il colonialismo e il post-colonialismo italiani, un pezzo di storia che certamente si tende spesso a dimenticare o, come dice l’autrice, a rimuovere.

Inevitabili nel libro molti rimandi autobiografici alla esperienza della scrittrice somala che presta ai lettori gli occhi della sua mente per vedere da vicino le varie generazioni di uno stesso popolo coinvolte nelle migrazioni. Ciò che sottolinea è l’aver voluto raccontare le conseguenze culturali del colonialismo in Africa come le influenze musicali o la presenza di documenti scritti rigorosamente in italiano. Durante un’intervista di Giulia Ciarapica la scrittrice ha dichiarato:  «Il libro nasce da questo mio sguardo “post-coloniale”. Uno sguardo che cerca nel suo piccolo di combattere contro le ingiustizie e le disuguaglianze. Adua nasce da questo. E c’era in me l’esigenza di far capire ai lettori che il presente è legato al passato. Se oggi arrivano i migranti in fuga da guerre alimentate anche dall’Occidente con la vendita delle armi e lo sfruttamento del suolo (penso, per esempio, al mio Paese d’origine usato dalle multinazionali come pattumiera per i rifiuti tossici) significa semplicemente che il colonialismo del passato ha posto le basi per il disastro odierno».  Il fine principale è raccontare la storia nella sua interezza, senza omettere i soprusi che sono stati perpetuati a danno delle popolazioni africane tramite la narrazione di vicende quotidiane, intime, individuali che inevitabilmente sono condizionate dal contesto culturale e storico circostante.

Anche il realatore Davide Camarrone si sofferma a puntualizzare l’importanza storica del libro e il suo ruolo nel mettere in luce le azioni del governo italiano all’interno dello scacchiere internazionale. Camarrone evidenzia infatti che il nostro Stato nasce colonialista e continua a mantenere un ruolo e una sorta di “rapina” nei confronti di alcuni luoghi d’Africa. La presentazione ha messo in luce tematiche drammaticamente attuali che mostrano come effettivamente la storia si ripeta. Non si può non pensare alle ondate migratorie degli ultimi anni che ancora si verificano e agli scontri militari dovuti a motivazioni politico-economiche il cui maggiore teatro è ancora oggi proprio l’Africa.

Naturalmente Adua è anche il racconto della vita di una donna emigrata dall’Africa negli anni ’70 e arrivata a Roma sognando per sé un futuro da attrice famosa, hollywoodiana e che invece, facendo i conti con la dura realtà, si ritrova a recitare in un porno.  La sua bellezza calda e sensuale, così come quella di molte altre ragazze africane, viene mostrata dal mercato cinematografico come una bellezza volgare che viola e deturpa la reale sensualità femminile africana. Si intravede in Igiaba Scego la scelta forte e per niente scontata di rappresentare entrambe le facce della storia, anche quella che per gli italiani appare scomoda e l’intenzione di farlo attraverso la donna che da millenni è spesso stata erroneamente considerata come “altra”, “diversa’.  Potremmo immaginare questo libro come una grande tela di ragno, all’interno della quale in armonia si affrontano argomenti spesso duri. Grazie alla scrittura fluida, il romanzo non risulta mai pesante ma riesce comunque a porre il lettore davanti a temi quali la mutilazione genitale femminile o le difficoltà dei rapporti fra padre e figlia, la migrazione e lo sradicamento.

Durante la presentazione la Scego, sollecitata dai relatori, si sofferma a raccontare del lavorìo che l’ha portata alla realizzazione del romanzo e in particolare alla attenzione che ha riservato al linguaggio somalo. Un posto a sè merita anche la religione descritta in tutti i suoi cambiamenti, nei suoi dettagli affascinanti. Si racconta di un “Islam dei nonni, un Islam dei padri, un Islam dei figli”, un sentimento religioso originario che cambia nel tempo e che spesso, a causa dell’ambiente culturale, comincia a perdere le sue sfumature più preziose e rare. Non manca anche l’amore, chiave di lettura fondamentale perché mette in luce i meccanismi sociali e le relazioni che si intrecciano fra una generazione di migranti ed un’altra. Significativa è la relazione fra la protagonista, definita “Vecchia Lira” perché appartiene alla generazione dei migranti degli anni ’70 e il marito “Titanic”, chiamato così perché sopravvissuto al viaggio in mare e sbarcato a Lampedusa invece negli anni successivi. Non soltanto fra popoli diversi ma anche all’interno di uno stesso gruppo, nelle relazioni personali, si nota un rapporto di amore-odio, fatto di contrasti, di domini, sottomissioni ma allo stesso tempo di sentimento fraterno.

Al termine dell’incontro la Scego si è mostrata disponibile ad una intervista che è stata più un confronto di idee dal quale è emerso che un’opinione che sembrava assolutamente personale in realtà si è rivelata una delle colonne portanti della sua scrittura. Esiste infatti un filo rosso che collega Adua con i precedenti romanzi “Oltre Babilonia” e “La mia casa è dove sono”. Anche in questi scritti si affronta infatti la Storia ufficiale tramite la vicenda individuale di una donna che si ritrova a dover fronteggiare il passato personale, del proprio popolo e a dover realizzare o almeno immaginare un futuro capace di rispettare le radici culturali originarie e quelle della cultura d’arrivo. Una vicenda che serva ad avviare un processo di analisi e una sorta di esame di coscienza, capace di mettere a fuoco le responsabilità e il ruolo coloniale che anche l’Italia ha assunto altrettanto duramente come le altre nazioni. La letteratura e l’arte in generale hanno proprio l’obiettivo di trascinare l’uomo un attimino fuori dalla Storia ufficiale per guardare gli eventi da un’ altra prospettiva, capace di restituire una verità troppo comodamente celata e omessa. La stessa scrittrice sostiene infatti che in un mondo in cui siamo bombardati da immagini veloci e istantanee sono le storie, i racconti, che ci fermano a farci riflettere sulla nostra identità e su chi realmente siamo stati. Questa fiducia nel racconto e nel valore della parola le viene certamente dalle radici della propria famiglia, dalla cultura estremamente orale del suo popolo ma anche dalla formazione culturale, dagli autori europei. Per Igiaba ha infatti un ruolo predominante nell’influenzare la sua scrittura l’intramontabile  Miguel de Cervantes che nel suo capolavoro Don Chisciotte affronta il tema dell’“altro”, del conflitto fra culture diverse che non può non essere attuale in un’epoca di migrazioni, movimenti, incontri di popolazioni e scambi culturali che dovrebbero essere considerati una ricchezza aggiuntiva piuttosto che una minaccia.

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