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La Palermo dolceamara di Carlo Loforti

Primo appuntamento della rassegna “Un mare di libri” promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Terrasini. Carlo Loforti presenta il suo “Appalermo, Appalermo!” conversando con Vanessa Leone in Piazza Titì Consiglio, angolo della cittadina turistica che per qualche ora si trasforma in un vero e proprio salotto culturale.

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Loforti con Vanessa Leone

Propositività, impegno e investire sulla cultura: questi i capisaldi su cui l’Assessore alla Cultura di Terrasini, Maria Grazia Bommarito, ha concentrato il proprio discorso ad apertura di tale rassegna di incontri dal 4 agosto al 15 settembre. Un appuntamento che si auspica possa diventare una costante dell’estate terrasinese, offrendo in tal senso un più ampio ventaglio di attrattive.

Si dà avvio alla presentazione dell’opera prima di Carlo Loforti, dall’eloquente titolo “Appalermo, Appalermo!”, edito da Baldini & Castoldi. Titolo a forte impatto comunicativo, dal momento che fornisce due caratteristiche emblematiche del testo: la localizzazione geografica e l’attitudine ad un linguaggio parlato fortemente espressivo. Una commedia dal gusto frizzante e ironico, che a dispetto delle sue trecento pagine tiene il lettore incollato al testo, tra ilarità e al contempo amare riflessioni. Loforti propone un ritratto ineccepibile e per nulla banale del palermitano medio che emerge dalla narrazione in prima persona come simbolo dell’antropologia isolana, colto nelle sue migliori e peggiori manifestazioni.

Mimmo Calò è un quarantenne palermitano, giornalista sportivo abbastanza noto in città, che ad un certo punto della sua vita perde il lavoro e si trova costretto a fare i conti con una serie di disavventure bizzarre e talvolta rocambolesche. Ma riesce a venirne fuori in qualche modo, come solo un palermitano riesce a fare, dominato da una buona dose di presunzione.

Egli è un palermitano filosofo, come lo ha definito lo stesso autore. La sua è una filosofia di vita molto poco borghese, costruita non sui libri ma sulla strada. Ed è proprio dalla strada, dalla Kalsa, dalla brezza marina proveniente dalla Cala e dal pungente e dionisiaco odore dello sfincione che Mimmo Calò vuole rimettere in moto la sua esistenza.

Da un punto di vista strettamente testuale, il romanzo mantiene costante un ritmo incalzante tanto da far pensare che si tratti di una sceneggiatura cinematografica. Ed inoltre risulta interessante la commistione di dialetto siciliano e italiano regionale. La leggerezza e la fluidità del discorso dipendono, oltre che dai contenuti, dall’adozione di un linguaggio quanto più vicino a quello parlato, in cui confluiscono tutte le sonorità melodiche dell’italiano sporcato di sicilianità.

Un nuovo realismo postmoderno, quello di Loforti, in cui l’aderenza al reale è totale sia nel ritrarre determinate dinamiche sociali, sia a livello linguistico fonetico.

Al termine dell’incontro l’autore ci offre la possibilità di intervistarlo per approfondire alcuni punti che gli hanno garantito presso il pubblico un ottimo successo.

Fino ad ora abbiamo parlato di Mimmo Calò e della sua Palermo, ma questo successo ha avuto inizio grazie alla partecipazione al Premio Calvino. Come è stata questa esperienza?

“L’esperienza del Calvino è stata stupenda, perché è stata risolutiva. Nel senso che senza il Calvino, oggettivamente e probabilmente sarei ancora alla ricerca di un editore. O comunque non avrei avuto accesso alla serie A dell’editoria, perché purtroppo da esordienti, anche se ho una pubblicazione alle spalle, è dura, è eccessivamente difficile riuscire a farsi notare. Il Calvino è stato l’unico strumento per sbloccare l’ingranaggio. Per fortuna è andata bene. Il premio Calvino è il punto di riferimento per quegli editori che non hanno la forza di dedicare troppo tempo allo scouting, quindi diventa per loro un modo per scremare la domanda di pubblicazione”.

Si è detto diverse volte che uno degli aspetti lampanti ed evidenti del romanzo è il taglio cinematografico della scrittura da te adottata. La tua è una predispozione dal momento che hai anche collaborato alla stesura della sceneggiatura del film “Fuori dal coro” del terrasinese Sergio Misuraca. Altre esperienze in ambito cinematografico?

“Allora, questa parte attiene al mio lavoro che svolgo quotidianamente. Ho lavorato su contenuti video per il web. Quando ho iniziato a lavorare sui video ho dato vita ad una webseries dal titolo “Senza contratto”, sempre di genere commedia e da lì ho poi costruito tutto il mio percorso professionale, intorno al video e in generale attorno alla scrittura. Con queste parentesi cinematografiche e con dei progetti che sono aperti e in via di sviluppo che continuano ad avere una matrice di tipo cinematografico. E comunque il racconto video è di tipo narrativo e su questo percorso continuerò, mi auguro”.

Ritornando al romanzo, quanto c’è di Carlo Loforti nel personaggio di Mimmo Calò?

“C’è contemporaneamente tantissimo e pochissimo. Nel senso che siamo profondamente diversi su molti dei valori principali, come nel caso di un certo atteggiamento maschilista nei confronti della donna, o nella sua iperattitudine alla lamentela. Possibilmente su molti punti di vista non ci incontreremmo mai se ci trovassimo seduti a chiacchierare ad un bar. Però contemporaneamente siamo molto simili perchè abbiamo tanti difetti e presunzioni. Diversi ma in entrambi i casi molti, e questo me lo fa sentire vicino. Anche se poi Mimmo Calò in fin dei conti è profondamente un buono ed è sincero nel momento in cui è consapevole dei propri difetti e li manifesta liberamente”.

Alla fine del romanzo hai posto un glossario, un quid in più rispetto ai classici romanzi. Non ha solamente la funzione di spiegare il significato letterale dei termini siciliani, anche perchè il dialetto siciliano anche a livello nazionale è abbastanza conosciuto. Dunque, che valore ha, all’interno del progetto narrativo?

“Le parole che ho riunito nel glossario le vedo come una sorta di istantanee, di fotografie che aiutano a fissare meglio, a dare un’immagine più precisa della città vista da Mimmo Calò, e della città secondo me in generale, perché sono delle parole a cui tutti i siciliani sono particolarmente affezionati e quindi hanno un valore di conservazione del senso della sicilianità. Sono delle parole chiave che lui ha individuato per raccontare al meglio l’anima della città. Per me sono delle istantanee per fissare determinate atmosfere di Palermo viste dagli occhi del protagonista”.

Nonostante tu abbia detto che lo hai elaborato dopo la scrittura del romanzo, secondo me va a completare l’intero testo narrativo. Come se fosse una continuazione stessa del romanzo. Nel momento in cui è lui stesso, la voce di Mimmo Calò, che spiega il significato non tanto letterale quanto personale, offre al lettore uno scorcio dell’immaginario isolano.

“Esattamente, non è un vero e proprio glossario, è una prosecuzione della narrazione attraverso una rassegna di parole tratte dal lessico siciliano che non vengono meramente tradotte. Si tratta  più precisamente di un glossario puramente narrativo che contribuisce a continuare a raccontare il personaggio e a raccontare la sua vita”.

Progetti futuri, dopo questo successo?

“Ci sono due progetti in ballo. Uno è “Non morire di stress” e l’altro è continuare a scrivere. Mi sto concentrando soprattutto su due progetti: uno di narrativa e un altro riguarda una sceneggiatura”.

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