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Con i No Dump a Fiori di Campo… tutto si trasforma!

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Con i No Dump a Fiori di Campo… tutto si trasforma!

L’omino nella foto vi sembra intento a gettare rifiuti dentro il cestino oppure sembra che sia lì pronto a raccoglierli?!

Cinisi, 30 Agosto 2016. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”: questo è il motto preferito dei No Dump, che hanno preso alla lettera queste parole, facendone il loro stile di vita. Quella dei No Dump è un’associazione costituita da ragazzi laureati in Architettura e Design, provenienti da tutta Italia e particolarmente attivi nel fiorentino. Promuovono il c.d. “Social Guerrilla“, cercando un punto di contatto con la cittadinanza tutta, per trattare temi di rilevanza sociale in modo innovativo ed artistico, sorprendendo, utilizzando come strumento questa forma di comunicazione non convenzionale, cercando l’intuizione giusta attraverso l’utilizzo di materiali poveri, di scarto, da riciclo. Chi pensa, insomma, che l’arte sia solo mera estetica, sbaglia di grosso! Ed i No Dump ne sono la prova!

Inizialmente gruppo informale, poi realtà associativa, cui si aggiunge di recente l’avvio di uno studio di Architettura e Design. Per conoscerli meglio, ho scambiato quattro chiacchiere con Antonio Bagni, attualmente Presidente dell’associazione.

Raccontaci un poco: chi siete?

″Nasciamo come gruppo informale, eravamo parte del collettivo d’architettura di Firenze, da cui poi ci siamo distaccati, annoiati dallo studio teorico. Da allora abbiamo iniziato a curare istallazioni che affrontano temi vari, come quello della mercificazione dell’arte, o della “città vetrina“: a Firenze non c’è quasi più spazio per chi risiede in città, per i nativi, ma solo per i turisti, il costo della vita per i fiorentini è davvero alto; il centro si svuota; le scelte politiche tendono ad evitare assemblamenti e a far diventare ogni cosa giustificata o giustificabile. Nel 2010 nasce l’associazione vera e propria di cui fanno parte non solo ragazzi di Firenze (davvero pochi in realtà), ma anche di Modena, Trento, Perugia, Roma e non solo.”

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Il nome No Dump da cosa nasce?

“Cercavamo un nome che parlasse dei rifiuti. No Dump ci è venuto in mente guardando il film Scarface: “No Dumping“, cioè “Vietato scaricare rifiuti”, era scritto su una parete e noi cercavamo proprio questo! L’idea, poi, del logo è sempre stata quella dell’omino che mette le mani dentro l’immondizia, come quello che sta sui tetrapack.”

Cosa fate?

“Lavoriamo insieme da 9 anni e, nel corso del tempo, abbiamo tristemente sperimentato che, come dice il famoso detto, “Nessuno è profeta nella sua patria” – come d’altronde sto notando qui a Fiori di Campo, dove non ci sono quasi cinisensi. Allora abbiamo iniziato a girare. La gente ha iniziato a contattarci, chiedendoci di realizzare qualcosa, un bar o una zona bimbi. Noi studiamo il progetto e chiediamo al committente di raccogliere una certa quantità e un certo tipo di rifiuti e di materiale da riciclare. Le richieste sono in aumento. Ci hanno persino chiamato “i mostri“, quelli contro cui combattiamo ogni giorno, aziende come la Redbull o la Vallelata, che sfruttano l’arte per farsi un’immagine, riducendola a messaggio subliminale, asservendola alla logica di mercato…a quel punto ci siamo chiesti: che si fa? Decidiamo di sporcarci la coda bianca, morbida e soffice? No. Così nasce anche l’idea dello studio di architettura, l’idea di lavorare così, con quello che sappiamo fare meglio. Lo studio, in cui abbiamo riportato l’idea del materiale di recupero, di costruire dal riuso, dai materiali poveri, rappresenta la naturale evoluzione dell’idea da cui siamo partiti, con la differenza che, se si lavora in questo ambito, bisogna fornire pezzi certificati, utilizzando materiali con una certa provenienza. Invece di andare in discarica a reperire i materiali (come facciamo spesso  da associazione, per realizzare le istallazioni) siamo andati a studiare il processo produttivo, in una logica imprenditoriale: abbiamo studiato il mercato, trovando soluzioni alternative creando benessere e innescando un ciclo produttivo. Abbiamo ampliato la visuale, in qualche modo.”

Ci fai un esempio?

“Certo. Ad esempio, abbiamo realizzato un bar utilizzando degli epal appena prodotti. Abbiamo contattato una grossa ditta che costruisce bancali di epal. La ditta li deve tenere all’aperto per una stagione per farli essiccare prima di poter montare lo zoccolo per venderli, noi gli abbiam chiesto di prestarceli e ci abbiamo costruito un bar. La ditta ci ha concesso “l’affitto” dei bancali – che gli abbiamo reso a fine stagione – trovando un altro modo di fare del business. Noi abbiamo utilizzato materiale da riutilizzare e abbiamo potuto sperimentare. Il nostro committente non ha speso un patrimonio per avviare la sua attività. Questo è il ciclo del business che porta alla creazione di un benessere collettivo, senza sopportare costi esosi.”

Le vostre performance lanciano messaggi forti…

“Inizialmente parti che sei un ragazzo che vuoi cambiare il mondo, parli di cose che non puoi vendere. Una delle nostre opere è stata “CRISI”: abbiamo raccolto nei vari bar, per quattro mesi, Gratta e Vinci perdenti per un valore di 40 mila Euro e abbiamo realizzato la scritta “CRISI” con lettere in cartone grandi 2m X 2 e profonde 1 metro, e le abbiamo fatte girare per il centro di Firenze. Volevamo far riflettere: con la vita non si gioca. Molta gente oggi pensa di svoltare così, giocando. Invece la vita va costruita giorno per giorno. Purtroppo in quell’occasione, io, nella qualità di Presidente, sono stato denunciato, fra le altre cose, per istigazione al gioco d’azzardo.”

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E non ti sei fermato?

“Non ci siamo fermati. Fossi stato solo probabilmente lo avrei fatto.”

Avete mai pensato di andare via dall’Italia?

“Certo. Se resti qui, lo fai per scelta: sei consapevoli di lavorare con l’amaro in bocca. In Toscana lavori il giusto. Ma il sistema italiano ti fa sentire solo, ti mette sempre in competizione con l’altro, quando invece è proprio con l’altro che dovresti costruire. Poi però c’è la “restituzione”. Per noi la restituzione può essere un festival, che organizziamo insieme ad altre realtà locali, che si chiama “Icchè ci vah ci vole!” – che in toscano significa “Quello che serve, ci vuole” – siamo già alla VI edizione, malgrado le varie difficoltà burocratiche. L’idea è anche quella di riappropriarsi insieme degli spazi pubblici e di curarli, collaborando, coordinandosi, partecipando. E poi giriamo l’Italia per ricaricare le batterie! Siamo rimasti qui perchè è qui che vogliamo cambiare le cose. Ma inizieremo a partecipare agli eventi esteri a cui ci invitano, a Berlino ad esempio.”

Per questo nasce l’idea del tour?

“Partiamo da Firenze ogni anno, scegliendo fra le richieste dei vari progetti quelle che ci permettono di sperimentare di più. Riceviamo tantissime richieste, ma adesso scegliamo noi dove andare, quali occasioni valgono il nostro tempo, quali ci permettono di sperimentare. Decidiamo di non prendere tanti incarichi perchè una volta richiesti, noi studiamo il contesto e realizziamo opere che non starebbero bene ovunque ma solo per il posto in cui le realizziamo. Ad esempio, nel 2011, a Firenze durante una notte bianca, sfruttando i sacchetti dei rifiuti degli ospedali e il cartone da riciclare, abbiamo realizzato delle lanterne. Sempre contro il concetto di città vetrina, il progetto dal nome Pimp my river voleva comunicare che la percezione del posto muta cambiando luce, colore e prospettiva. Offrivamo una reinterpretazione del posto, lungo le rive del fiume Arno. Partivamo dal pensiero che a Firenze non si osa più, non si sperimenta più, pur di mantenere l’immagine da cartolina, pur di far vedere ai turisti la Firenze da Rinascimento, si continua a ricostruire secondo il modello rinascimentale. Ed è una bella contraddizione dato che il Rinascimento nasce anche dal pensiero di Leon Battista Alberti, secondo cui il passato non può essere un ostacolo per la costruzione del futuro.”

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Utilizzate una forma di comunicazione non convenzionale…funziona? 

“Come diceva Spider Man, “da un grande potere derivano grandi responsabilità”! Se una persona è nelle condizioni di poter far bene, deve fare abbastanza. Noi abbiamo puntato su questo tipo di comunicazione e ci siamo accorti, con il tempo, che condannare e puntare il dito non solo non basta, ma spesso non funziona: bisogna essere propositivi e positivi. Inoltre la forma artistica colpisce solo pochi sensibili. Allora abbiamo provato ad ampliare il target, applicando il gioco all’arte: zero messaggi secchi, semplicità assoluta, gioco per tutti.

L’idea di base è sempre quella del riuso, dell’utilizzo di materiali da riciclo, ma si spinge oltre.

Oggi siamo abituati a tenere in mano prodotti finiti, assemblati, in cui si celano tante componenti. Questo può costituirne il fascino, come per un computer o per un cellulare, di cui ormai non sappiamo fare a meno ma di cui non conosciamo le singole parti. La nostra idea, quindi, è quella di combattere la visione della fine del percorso utile di un prodotto. Bisogna annoiarsi sperimentando, bisogna utilizzare l’inventiva per ri-fare. Far capire ad una persona com’è fatto un oggetto, permette di avere un contatto diretto, per capire meglio come funziona, per rifarlo da sè, per aggiustarlo da sè, per ricrearlo da sè, da materiali semplici che può trovare ovunque, anche in casa.

Applicando poi la componente del gioco all’idea di base, ne abbiamo sperimentato la potenza: tutti giocano, grandi e piccini. E giocando, imparano ad accettare le sfide e le sconfitte, imparano a saper vincere e, cosa ancora più importante, imparano a condividere un’esperienza. Il gioco unisce generazioni diverse, padri e figli: quei padri che non hanno mai avuto nulla da dividere con i figli, hanno trovato qualcosa da condividere e da costruire insieme.”

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E qui a Fiori di Campo cosa avete realizzato?

“Qui siamo partiti dall’ascolto del racconto del luogo: ci hanno raccontato della difficile relazione con Cinisi e i cinisensi. E poi ci siamo guardati intorno: quanta immondizia! Abbiamo studiato un poco il posto, abbiamo chiesto ai ragazzi di Fiori di Campo del materiale da riciclo, del materiale da riutilizzare e abbiamo costruito dei giochi: un Indovina chi? per insegnare ai bambini, giocando, la storia degli eroi dell’antimafia e dei mafiosi; un galeone e una nave corsara. E’ nato così un parco giochi! Alla base, il concetto è sempre quello: il gioco per condividere qualcosa e il gioco per imparare…d’altronde io la geografia la conosco grazie a Risiko!”

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foto tratta dalla pagina facebook dei no dump
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foto tratta dalla pagina facebook dei no dump

Potete visionare e seguire tutti i progetti realizzati dai No Dump sul sito www.nodump.it.

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