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Gli Ulissi: Anti-monumenti e un modo per “dimenticare a memoria”

Riprende il nostro giro tra le Associazioni che gravitano intorno al nostro territorio. Questa volta parliamo del progetto “Ulissi”, svoltosi durante la stagione estiva presso l’Ecovillaggio Fiori di Campo.

Incontriamo gli Ulissi, che si definiscono un progetto di ricerca. Ospiti per una settimana dell’Ecovillaggio Fiori di Campo, realizzano un campo tematico che riesce a coinvolgere, in modo non convenzionale, il nostro paese.

Cosa è Ulissi? e di cosa vi occupate?

Ulissi è un progetto di ricerca a cura di noi tre: Paola Bommarito, Giulia Crisci e Giulia Grechi, che si inserisce tra le attività del collettivo curatoriale Routes Agency. Principalmente ci occupiamo della relazione tra pratiche artistiche contemporanee e antimafia sociale, sperimentando processi artistico-culturali attraverso workshop, campi e residenze artistiche sui beni confiscati alle mafie e posizionandoci all’interno di una rete di ricerca internazionale.”

Come mai, nell’ambito dei vostri lavori, avete scelto proprio fiori di campo?

“Ulissi intende lavorare sui beni confiscati alle mafie, attivando progetti culturali in collaborazione con le cooperative sociali che li gestiscono. Con la cooperativa Libera-Mente Onlus abbiamo avviato un processo di lavoro e progettazione condivisa lungo un anno, prima di realizzare questo campo sperimentale. Nelle persone che la compongono, Elena Ciravolo, Francesco Costantino, Irene Scarlata e Alessandro Castigliola, abbiamo riconosciuto la stessa voglia di rendere questi luoghi veri e propri centri di sperimentazione culturale e comunitaria. Condiviso la stessa esigenza di riappropriarsi di questi beni e sentirli come beni comuni.”

E, allora, chiediamo al socio Francesco Costantino cosa li ha spinti ad accettare la richiesta degli Ulissi… 

“Direi che ci siamo scelti! L’idea di poter comunicare con un linguaggio artistico i temi dell’antimafia e della memoria, partendo dal territorio e interfacciandosi con esso, ci è sembrata una rivoluzione culturale che mette in luce la bellezza delle persone, dell’ambiente, della creatività di ciascuno di noi, qui e ora. Ulissi, per noi, è la possibilità di dare nuovi significati a ciò che talvolta appare vecchio, stantío, ridandogli quella luce che in realtà muove i passi nel nostro tempo e guida le nostre scelte. Camminare sulla guida delle orme del passato e tracciare una strada nuova attraverso nuovi linguaggi, pensiamo possa far comprendere, soprattutto alle nuove generazioni, come siamo passati dalla paura alla speranza.”

Il passaggio dalla paura alla speranza e il titolo che avete dato al vostro campo, Dimenticato a memoria, che significa?  

“Questo titolo tiene insieme oblio e memoria, non contrapposti e opposti ma coesistenti. Si riferisce per noi allo sforzo di una dimenticanza sociale, una rimozione di tutte quelle “memorie difficili” che ci portiamo addosso come siciliani, come italiani, ma soprattutto come esseri umani. È questa la chiave di lettura che abbiamo usato per riflette e lavorare sulle storie di mafie e antimafia che ci hanno riguardato da vicino, che forse tutti avremmo voglia di dimenticare, ma che invece hanno bisogno d’essere smascherate. Vogliamo lavorare sul bisogno di ricostruire e tornare a riconoscere le memorie collettive che emergono dalle persone e dalle loro storie.

E concretamente come lo avete fatto a Cinisi?

“Attivando una pratica artistica collaborativa e sperimentando una modalità di conservazione della memoria collettiva diversa dalla costruzione del monumento commemorativo. 26 persone hanno partecipato al campo “Dimenticato a memoria”, hanno lavorato e condiviso momenti di vita comune a Fiori di campo per 10 giorni. Sono state previste delle attività formative legate al tema specifico del campo e sono state invitate a intervenire persone e associazioni attive nel territorio nei movimenti antimafia. Abbiamo incontrato Umberto di Maggio (Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie) e Amico Dolci (che ha raccontato le esperienze di Danilo dolci in Sicilia) e abbiamo visitato con Giovanni Paparcuri il “bunkerino” del tribunale di Palermo dove lavorava insieme a Falcone e Borsellino, adesso diventato museo. Ma in particolar modo abbiamo lavorato su Cinisi, visitando Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato e il bene confiscato “ex-casa Badalamenti”, incontrato Pino Manzella, Giacomo Randazzo e Maria Concetta Biundo (amici di Peppino, attivisti del Circolo Musica e Cultura), ascoltato la testimonianza di Antonio Zangara (familiare di vittima innocente di mafia e cittadino attivo).

ulissi_fiori_di_campo_img5Infine una parte importante è stata dedicata all’aspetto laboratoriale centrata sulla relazione con il territorio e la comunità di Cinisi. Abbiamo camminato alla “deriva”, ovvero perdendoci, scoprendo il paesaggio, incontrando persone e ascoltando le loro storie. Infine i campisti, guidati dall’artista visivo Massimiliano Di Franca, hanno immaginato e dato una forma a nove anti-monumenti per Cinisi.”

Nove anti monumenti? Ma cos’è un anti-monumento?

“Siamo partiti dal chiederci come funzionano, e come parlano, i monumenti. Chi decide cosa è giusto ricordare e cosa delegare all’oblio? Chi costruisce e commissiona i nostri monumenti? Ci riconosciamo nei nostri monumenti, nei valori che rappresentano? Spesso i monumenti parlano della “Storia”, ma dimenticano “le storie”. Per questo a volte rischiano di passare inosservati, perché trasformano le memorie in eventi esemplari e le persone in eroi o simboli. Spesso ai monumenti si delega la responsabilità del ricordo di una memoria difficile, ma a volte il passato non passa, e la responsabilità del ricordo di certi eventi non può essere delegata a un freddo e immobile monumento di marmo, né a una cerimonia di commemorazione. In questo senso abbiamo lavorato sull’idea di un anti-monumento: cioè del tentativo di ripensare il monumento, la sua logica e il suo funzionamento sia come oggetto nello spazio pubblico, sia nella sua relazione con le persone. Durante il campo abbiamo chiesto ai Cinisensi che abbiamo incontrato cosa pensavano dei loro monumenti, ce lo siamo chiesto anche noi, e poi abbiamo immaginato e progettato dei monumenti che possano ricordare diversamente, cercando nuove narrazioni, comunitarie, perché in fondo noi tutti siamo i monumenti!”

E a conclusione di questa raccolta come avete presentato a Cinisi il risultato della vostra ricerca?

“Il 9 agosto abbiamo presentato i nove anti-monumenti, ideati dai campisti, attraverso delle azioni performative in piazza a Cinisi. Siamo partiti con un corteo carnevalesco, che dal corso principale portava alla piazza, con dei fischietti manomessi, che a stento emettevano dei suoni, per iniziare con il Monumento al Carnevale Silenzioso, simbolo di una manifestazione importante per il paese e molto sentita dai suoi abitanti, che da alcuni anni non viene più organizzata con lo stesso splendore.

ulissi_fiori_di_campo_img6 Le richieste dei Cinisensi per i loro monumenti vertevano principalmente su alcuni personaggi e elementi caratteristici del territorio. Il monumento dedicato a Peppino Impastato è diventato quello Ai caduti nella lotta all’afa, legato a un racconto che Pino Manzella ci ha fatto durante il campo, sulla costruzione del monumento in tufo che si trova tuttora nella pizza di Cinisi, ma che non presenta la targa, e che ai tempi della sua installazione è stata manomessa cancellando alcune lettere, in modo da trasformare in afa la parola mafia. In questa performance abbiamo lavorato sulla cancellazione di alcune poesie di Peppino, sulla sovversione del significato di un testo.

ulissi_fiori_di_campo_img2Nel Monumento a Giovanni Meli siamo intervenuti cambiando il testo di una delle sue poesie più note, “Apuzza Nica”, in ‘a puzza nica, e in un tiro alla fune abbiamo giocato sul contrasto tra bellezza del paesaggio ed emergenza rifiuti, mentre il Monumento di Bovina Eccellenza alla Vacca Cinisara consisteva in un’ironica intervista alla mucca stessa, simbolo del territorio.

ulissi_fiori_di_campo_img3Abbiamo utilizzato dei proverbi siciliani, riletti con ironia, per il Monumento alla Cucchiarella, che educa al palato e alla vita; realizzato una caccia al tesoro per il Monumento alle Battaglie perse, dedicato a coloro che non smettono di cercarle e di lottare.

ulissi_fiori_di_campo_img4Una performance di danza ha raccontato del Viandante che resta, che rappresentava il monumento alla famiglia e ai legami che inevitabilmente si stringono con il luogo di appartenenza. Abbiamo scelto di confrontarci con alcuni aspetti negativi che sono emersi durante le nostre conversazioni con i cinisensi, con chi vede Cinisi o la Sicilia stessa come un luogo che non offre opportunità, presentando attraverso una traccia sonora il Monumento al Niente, che alterna frasi di sconforto a suoni e voci sulla bellezza di questa terra, evocando i sentimenti conflittuali che tante persone sentono per la Sicilia. Infine alla richiesta di dedica a Badalamenti abbiamo deciso di non censurare, ma di provare a ribaltare il senso, del resto pur partendo dai desideri delle persone, per tutti ci siamo assunti la “responsabilità artistica” di reinterpretarli. L’ultima delle performance dal titolo Bada-Lamenti, volutamente non indicato come un vero monumento, è partita dalla ricerca sull’etimologia di questo cognome, legata alle antiche figure incaricate di piangere ai funerali. Diventando una riflessione poetica sul lamento, sul dolore, su chi si prende cura di queste grida, chi le vuole controllare e mettere a tacere.

Qual è stata la reazione dei cinisensi?

“Il lavoro del campo è stato portato avanti in stretta relazione con il territorio. Le persone che abbiamo invitato per gli incontri di formazione ci sono state intorno e accanto ben oltre il loro incontro iniziale, seguendo le nostre attività costantemente, fino alla realizzazione finale. Inoltre parte del lavoro preparatorio all’ideazione degli anti-monumenti è stato svolto dai campisti a Cinisi, cercando di entrare in relazione con le persone incontrate per strada, che spesso ci hanno regalato le loro storie con grande generosità. In piazza il 9 agosto c’erano le persone che hanno lavorato con noi, e alcuni cittadini di Cinisi che abbiamo incontrato durante le nostre “derive”. Alcuni si sono affacciati, incuriositi dalla nostra presenza piuttosto evidente. Alcuni bambini hanno giocato con noi. Alcuni ci hanno “girato intorno”, letteralmente. Il 9 agosto alle sette del pomeriggio c’era traffico in piazza a Cinisi, e così molte persone passando in macchina rallentavano, affacciandosi al finestrino, o accostavano un attimo per vedere cosa stava accadendo. Insomma ci siamo fatti notare, ispirandoci a Peppino Impastato e alle sue azioni carnevalesche.”

E Chi erano questi campisti?

“Le persone che hanno partecipato al campo avevano varie provenienze. Molti di loro erano studenti universitari, in particolare studenti di Accademie di Belle Arti, di Architettura e Design che volevano sperimentare un modo diverso di fare formazione e di fare arte. Molti di loro venivano da Napoli, qualcuno dalla Sicilia, da Roma, Milano e altre città. Qualcuno aveva già fatto esperienze nell’ambito dell’antimafia ma non artistiche, mentre la maggior parte di loro si approcciava per la prima volta all’antimafia. È stato straordinario per noi avere conferma che ci sono molti modi per intraprendere un percorso di impegno civile di lotta alle mafie. Uno di questi passa per la cultura, per la ricerca e la sperimentazione di nuovi linguaggi, necessari e urgenti.”

Cosa è rimasto di tangibile a Cinsi del vostro lavoro?

“Le tracce delle nostre azioni in piazza a Cinisi hanno dato vita a delle “postazioni” per nuovi anti-monumenti a Fiori di Campo. Camminando negli spazi del bene confiscato si incontrano piedistalli di riciclo, con delle targhe. Si tratta delle targhe parte delle azioni performative che abbiamo realizzato per i nostri anti-monumenti, che riprendendo il classico formato della targa commemorativa, riportano però frasi ironiche o dissacratorie. In questo parco di anti-monumenti è possibile giocare, dare corpo – con il nostro corpo – alle nostre memorie, metterci nei panni dei nostri monumenti.”

E, concludendo, le tre ragazza ci dicono che…

“Quello di cui abbiamo bisogno non è la fredda e distaccata Storia di marmo o di bronzo, quanto piuttosto di tornare a sentire vive sulla pelle le nostre storie.”

 

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