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Ho incontrato Andy Warhol a Capo d’Orlando

Tra le preziose conoscenze della mia vita, molte le ho esperite sui libri. Alcuni personaggi prima, altri dopo, ma nel lungo percorso di studio la storia dell’arte è rimasta un angolo di gioie del bagaglio che continuo a rinfoltire (in qualità più che in quantità).

Ho incontrato Andy Warhol, per la prima volta, molto celermente durante l’ultimo anno di liceo. In quegli anni ho imparato ad amare l’arte e la sua storia. Ricordo con tenerezza infinita la professoressa che incarnava pienamente lo spirito artistico di chi vive sulla terra ma anche sulle nuvole. Lei che con la sua sbadataggine ha comunque contribuito a far fiorire in me quella passione per l’arte figurativa che negli anni si è consolidata.

L’arte è espressione di un’epoca e come tale ne va colta l’essenza, più che la bellezza o la bruttezza. Le rigide norme che inquadravano le opere entro determinati calcoli geometrici, in epoca classica quanto moderna, rispondevano alla precisa esigenza di riportare l’espressione artistica entro dei canoni di armonia e simmetria che si confacevano ad una più definita idea di bellezza, universalmente accettata a quei tempi.

Nel corso del Novecento il concetto di arte è stato rivoluzionato e stravolto. Nel susseguirsi dei movimenti, delle manifestazioni eclatanti, delle opere in apparenza banali che hanno riscosso tanto biasimo e scalpore da parte di critica e pubblico, un posto decisamente emblematico è occupato dalla Pop art, il cui padre è sicuramente Andy Warhol.

La seconda volta che ho incontrato Andy Warhol mi trovavo all’Università. Stavo seguendo un corso di storia dell’arte contemporanea, che ricordo tra le lezioni più belle ed esilaranti del mio intero percorso universitario. Solo allora, accanto all’eccentrico artista dal caschetto platinato, ho iniziato ad accostare altre figure, apprezzandone di volta in volta la carica anticonformista e altamente sfacciata. Per cui la lista si è riempita di nomi quali Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, David Hockney, Jeff Koons, per citare le personalità più note. Il panorama si è ampliato. Permangono le tonalità policromatiche accese e vibranti, l’indiscusso marchio di fabbrica della popular art, ma ognuno di essi ne dà una versione propria e identificabile.

Per l’occhio non avvezzo ad apprezzare la carica artistica di un qualsivoglia oggetto la pop art potrebbe sembrare semplice esposizione di comunissimi beni di consumo, senza alcun valore in sé. Ma al tempo in cui questi luccicanti e abbaglianti manifesti sono apparsi, non erano certamente così ovvi. Essi rappresentavano la novità, i prodotti di una nuova società che andava fiorendo e che mostrava il suo tratto peculiare nel consumismo di massa, che adottava una determinata tipologia di comunicazione, molto più appariscente e in tal modo più fruibile ed interessante per il pubblico che, positivamente o negativamente, comunque ne restava affascinato e colpito. La cartellonistica pubblicitaria, il fumetto, la serialità della produzione industriale che negli anni ’50 conosce un exploit significativo vengono riversati nel contenitore “arte” all’interno del quale, fino a quel momento, nessun elemento del genere aveva trovato una collocazione.

Ho incontrato, di recente, Andy Warhol e chi come lui ha abbracciato questo filone espressivo, casualmente, durante un fine settimana a Capo d’Orlando, in provincia di Messina. Oggi riproporre la Pop art non è semplicemente una celebrazione di un movimento artistico germogliato inizialmente in Gran Bretagna e col tempo diffusosi capillarmente nel resto del mondo, giungendo oltreoceano. La mostra, ospitata nei locali della pinacoteca di Capo d’Orlando è stata chiamata “Popism”. Un titolo già di per sé denso di significato, che con un accorgimento nient’affatto scontato risponde velatamente alla domanda: Che senso ha proporre una mostra relativa alla pop art oggi nel 2016? Il suffisso –ism vuole essere una provocazione all’uso abusato che ne viene fatto oggi per indicare una qualsiasi tendenza. Di contro indica, etimologicamente, il movimento e rimanda al concetto di trasformazione ed evoluzione da un qualcosa di originario. Ebbene, oggi più che di Pop art, potremmo parlare di Popism. La mostra, difatti, propone al pubblico le trasformazioni in atto della pratica artistica che, a partire dalla Pop art, sono approdate a nuove tendenze e fenomeni artistici alternativi.

Per esempio, la commistione di tendenze diverse ha dato vita al Pop Surrealismo o Low Brow, un vero fenomeno artistico nato dall’incontro della Pop art e del Surrealismo. Il fumetto, la pubblicità, le grandi metropoli della società dei consumi sfrenati si combinano con le visioni oniriche e le atmosfere magiche del surrealismo, dando vita ad opere talvolta inquietanti, con immagini che riproducono scenari apocalittici o diabolici.

Oppure basti pensare al Graffitismo che, nato come vettore di proteste sociali a partire dalla fine degli anni ’60 nei ghetti newyorkesi, nel corso dei decenni ha raggiunto una propria maturità stilistica. Prima si trattava principalmente di TAG cioè firme sui muri, man mano si sono arricchiti e perfezionati sempre di più con l’aggiunta di sfondi, personaggi tratti dai cartoni animati (puppets) o forme prese dalla segnaletica stradale. Da qui la pervasività dell’espressione (e della comunicazione) artistica nelle grandi metropoli, tra le strade colme di traffico e rumori assordanti. Angoli di bellezza, dove spesso c’è tutt’altro che bello. Uno dei massimi esponenti della Street Art, tra i più controversi, è sicuramente Banksy. Le sue opere d’arte uniscono il graffitismo alla denuncia sociale, tinteggiata di humour nero. I suoi messaggi artistici promuovono la pace e si schierano contro la guerra, il capitalismo e le istituzioni.

Per approdare infine a nuove frontiere postmoderne che provengono dal giappone che, riprendendo la policromia e l’essenza di base della Pop art, con il suo spiccato interesse nei confronti del consumismo, propongono uno stile nuovo e interessante che prende il nome di Superflat, termine coniato dall’artista Takashi Murakami. Caratteristica peculiare di questo movimento è l’estetica bidimensionale che coniuga i contenuti del Manga e delle Anime giapponesi alla Pop art storica. Ciò che questi artisti si propongono di far emergere è la superficialità e il vuoto cui costringe il consumismo di prodotti che tendono all’indifferenziato localmente. Una critica, fondamentalmente, all’indistinzione cui costringe oggi il mercato globalizzato mondiale.

Si tratta, pertanto, di pratiche artistiche notevolmente diversificate tra loro accomunate, però, da un’unica matrice, rinvenibile, appunto, nella Pop art degli anni ’50 – ’60. Un contenitore nuovo dove non vi sono vincoli o norme rigide cui sottostare: questa è l’arte del XXI secolo.

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