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Religione e spiritualità

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Sono cresciuta in un periodo troppo post-sessantottino con dei genitori che avevano tutto l’interesse affinché apprendessi le buone maniere e riuscissi a sublimare tutte le mie energie in attività socialmente approvabili.

Ero intenta, pertanto, a non deludere le loro aspettative e mi sarei sacrificata a dovere se ne fosse valso della loro accondiscendenza e del loro amore, come capita spesso.

Tra le tante attività paesane post-scolastiche, veramente troppo poche, frequentare la chiesa e i gruppi religiosi mi sembrò una fisiologica conseguenza della mia religiosità naturale o una costrizione da poca alternativa, non saprei. Dal catechismo avevo appreso alcune cose: si credeva per fede, questa era un dono ma anche una conquista, l’uomo nasceva buono ma a causa di un peccato originale e di uno perpetrato al punto zero della Storia cadeva, suo malgrado, nel torto e questo si sarebbe dovuto riparare nella vita di tutti i giorni porgendo l’altra guancia e perdonando il nemico. Le mie confessioni ruotavano spesso sui temi della disobbedienza e della eccessiva fantasia.

Erano i momenti in cui telegiornali e approfondimenti sulla politica venivano seguiti da pochi, le telenovelas imperversavano tra la maggior parte della popolazione casalinga e si stava diffondendo, mediante la proiezione egemonica della tivù, la simpatia per il modello culturale americano: molto lavoro d’ufficio, sbracamento pubbesco nei day off, superficialità relazionale tipo che il tizio che andava a letto con una manco si ricordava più del suo nome e della sua faccia l’indomani e altri contenuti stavolta più a misura mia tipo il cartone “Anna dai capelli rossi” che perde i genitori di malattia infettiva, viene affidata prima ad una signora povera e col marito alcolizzato a cui accudisce i figli poi ad una famiglia di dieci persone e infine ad un orfanotrofio, e che alla fine del cartone, ti faceva salire una tristezza tale che non ti rimaneva che ringraziare il cielo per tutto quello che avevi avuto fino a quel momento.

Tempi di magra per i capricci. Tempi che il marito di Barbie me lo sono dovuta sudare dopo anni di zitellaggio negli interminabili pomeriggi passati a giocare con le cugine buttata sotto le fronde e in mezzo ai grilli, quando ancora l’interesse infantile femminile principale codificato era imitare il genitore.

Con un pezzo di plastica ci avrei fatto un’infanzia e avrei dovuto averne pure cura perché di consumismo manco ne vedevo col cannocchiale tranne che per la carta stampata, da sempre attrazione compulsiva familiare.

Me ne stavo lì il giorno della mia prima Comunione, tutta trepidante. Le catechiste dovevano aver fatto un buon lavoro perché quando giunsi all’altare avevo il cuore che mi pompava a mille per quello che sarebbe stato uno di quei rari momenti di trascendentale emozione che avrei vissuto.

Mi accorsi della fragilità della natura umana quando, giorni dopo dall’aver preso dentro di me il corpo di Cristo e dall’essermi riproposta di perseguire la perfezione, mi trovavo a constatare che quella sensazione di pace interiore col mondo doveva essere veramente troppo debole perché si ricadeva tanto facilmente in uno stato peccaminoso.

Ancora non mi rendevo pienamente conto dei meccanismi su cui faceva leva la mia religiosità, quella motivazione intrinseca che mi portava a porre attenzione alla qualità morale delle mie azioni e alle implicazioni che queste avevano nelle mie relazioni. Sicuramente notavo un certo circolo vizioso: ci si accorgeva sempre troppo tardi di aver ceduto alle tentazioni, non si capiva bene ancora se per cattiveria intrinseca, magari derivante dai residui del peccato originale, oppure da una difficoltà oggettiva non meglio identificata.

La mia curiosità nei confronti della dimensione spirituale della mia esistenza non cessò con quei dubbi, prese anzi forza e si direzionò verso quei quattro gruppi parrocchiali che trovai. Avevo intuito che questa dimensione, come tante altre, doveva essere nutrita e lasciata maturare nella direzione che più le si confaceva. In quel preciso momento mi accorsi però del divario tra realtà e ideale: esistevano tanti e diversi gruppi religiosi, insiemi di persone con cui condividere un cammino, realtà che si proponevano di incarnare un modello che fosse il più vicino possibile alla “verità”.

Ogni modello aveva delle tappe, dei momenti di riconoscimento oggettivo di crescita che ti costringevano a muovere in una determinata direzione con ricadute su motivazioni e comportamenti. Era necessario ad esempio pregare, canale forte di comunicazione diretta con chi ti aveva creato, era necessario sforzarsi per fare uscire la parte migliore di se, in ogni circostanza, anche nelle occasioni in cui sarebbe risultato molto più semplice e pratico rispondere reattivamente e in maniera pericolosamente antisociale. Bisognava mortificare gli appetiti e diffondere questo modello di costruzione della società, basato su dei valori di uguaglianza e fratellanza. Bisognava fare tutto questo e molto altro.

Ti si richiedeva uno sforzo continuo, un vagliare incessante. Era piuttosto impegnativo. M’innamorai perdutamente di San Francesco. Della sua filosofia di vita e della sua semplicità. Mi sembrava che andasse al sodo e che mettesse al primo posto la sacralità della vita, la sua indicibile meraviglia. Iniziai a leggere la sua biografia ed entrai nel mio periodo adolescenziale.

Non fu necessario sbandierarmi atea per mostrare il mio dissenso nei confronti di quel percorso che per me, fino a quel momento, era risultato più che naturale. Non avevo tanto bisogno di partorire un’arringa dai classici argomenti: la storia della Chiesa con le sue mille contraddizioni, la corruzione dei sacerdoti e il fatto che la vocazione se c’era la vedevi (come quando uno è innamorato perso), gli scandali, l’uso del senso di colpa religioso come arma di distrazione, sottomissione e imposizione, ma dal fatto che per quanto la varietà di credi e religioni nel mondo, avesse suggerito l’esistenza di un comune bisogno spirituale, umano, le diversificate declinazioni storiche che permettevano di mettere in pratica socialmente questo bisogno collettivo risultavano da sempre insufficienti e, per giunta, in aperta antitesi, opposizione accanita e in completa concorrenza.

In soldoni, sebbene potevano essere nate in maniera naturale queste declinazioni sviluppatesi nel tempo andavano incontro a fisiologici stravolgimenti e manipolazioni multiple che ne avrebbero stravolto le idee e le motivazioni originali. Era vero che da San Francesco era partito spontaneamente un seguito ma era altrettanto vero che “sa che cosa era rimasto” adesso di ciò che inizialmente intendeva.

Mi veniva in mente una metafora. Accadeva un po come con la politica. Riconoscevo importanza massima che questa ricopriva nell’organizzazione sociale di un gruppo e mi accorgevo che la forma politica elettiva non esisteva realmente. Nella realtà, l’ideale politico rimaneva sempre ideale senza nemmeno più tensione costante a questo. Nella realtà ci stavano gruppi di interesse che si autotutelavano e imponevano, mimando in maniera del tutto paradossale e falsa, una democrazia che ha solo il nome.

Anche questo bisogno dell’uomo quindi, nella realtà, trovava una realizzazione parziale e manipolata.

Non sarebbe stata comunque questa l’ultima mia analisi.

Tornavo alcune volte, andando sempre troppo oltre l’omelia, preferendo immergermi in quelle scene di vita che raccontavano di questo figlio di falegname, metà uomo e metà dio, rivoluzionario pacifista, poeta combattente del quale non potevo non innamorarmi e del quale posso fare a meno, se lo voglio, perdendo però un po’ di magia e un pezzo di me.

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