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“Alice tra le bancarelle della Vucciria”

Palermo, Seven Restaurant, terrazze dell’Ambasciatori Hotel. Quadri appesi ai muri, libri che pendono sopra le nostre teste, nell’aria l’odore che le candele sprigionano. Davanti a noi si vede tutta Palermo illuminata, compresi i bellissimi tetti della magnifica Cattedrale. Panorama, colori e musica contribuiscono a rendere intimo l’ambiente che ospita la presentazione de “Alice tra le bancarelle della Vucciria”libro d’esordio del palermitano Ludovico Benigno, pubblicato da ‘La Zisa’ nel 2016.

Benigno, classe 1984, rielabora a modo suo uno dei più grandi classici della letteratura di tutti i tempi, Alice nel Paese delle Meraviglie. Nel corso degli anni numerosi sono stati i cartoni animati e i prodotti cinematografici che hanno ripreso il capolavoro di Lewis Carroll ma questa volta ci troviamo davanti ad una storia totalmente rivisitata.

La chiacchierata con lo scrittore è stata intervallata dalla piacevole lettura di alcune pagine del testo da parte di Eloisa Gizzi e dall’intervento di Emanuele Gizzi che si è dilettato nel realizzare delle illustrazioni all’interno del libro. Il compito di guidare la platea verso una più approfondita analisi del libro spetta al Prof. Pietro Gizzi, nel ruolo di moderatore. Il suo intervento mette in rilievo le analogie e le differenze che intercorrono tra il romanzo di Benigno e quello dell’autore inglese. L’Alice di Carroll è una bambina che precipita in un mondo fantastico che non è collocato in un luogo specifico ed è atemporale mentre la protagonista dello scrittore palermitano è una ragazza che vive in un quartiere di Palermo dei giorni nostri. Inoltre nel racconto di Ludovico si alternano italiano e siciliano con un effetto di bilinguismo capace di mettere in evidenza determinate sfumature di significato ed espressioni tipiche, e oserei dire topiche, della sicilianità. Gizzi ritrova un fil rouge che collega il testo di Benigno con altri grandi classici della letteratura come Kafka che affronta il leitmotiv della metamorfosi, così come ritroviamo la stessa Alice che vede ora rimpicciolito, ora ingrandito, il proprio corpo.

La storia è quella di una comune studentessa universitaria che come tutti i suoi coetanei per festeggiare il primo esame superato si reca in Vucciria, luogo che fino a poco tempo fa era il principale punto di ritrovo serale dei ragazzi. Così come Alice di Carroll anche quest’Alice si trova catapultata improvvisamente in un’avventura paradossale e rocambolesca mentre rincorre pure lei un animale. Stavolta però non si tratta di un dolce coniglio ma di un “candido” roditore. La scelta di un topo come compagno di viaggio della protagonista non è certamente casuale, in virtù del fatto che uno degli obiettivi primari dell’ autore è quello di soffermarsi sul declino che sta vivendo oggi il quartiere della Vucciria, un tempo uno dei maggiori mercati della città, pieno di vivacità, vero e proprio crocevia che pullulava di gente. Da un po’ di tempo la Vucciria non è più frequentata neppure dai ragazzi che negli anni scorsi hanno cercato di rivivere il quartiere anche se sotto altre vesti, rendendolo un importante polo d’attrazione per la movida notturna. Adesso questo luogo ha perso la caratteristica di mercato che aveva all’origine ed anche la possibilità di essere vissuto come punto di riferimento per l’aggregazione dei giovani. I palazzi cadono a pezzi e i vicoletti si riempiono di mattoni e macerie ed è proprio questo l’ambiente in cui si trova a girovagare Alice mentre si prospetta davanti ai suoi occhi, fra le rovine di quei palazzi, una sorta di labirinto tutto da scoprire.

Come ci conferma l’autore stesso, ”Alice tra le bancarelle della Vucciria” è una lucida presa di coscienza dello stato di degrado di uno dei posti più caratteristici della città e non è neanche tanto velato quel pizzico di nostalgia per un mondo passato misto a impotenza di fronte alla realtà. Ludovico Benigno tiene a precisare che la sua scrittura non intende dare una soluzione al problema ma vuole senza dubbio esprimere un disagio, non personale ma, in realtà, di gran parte della collettività che con il passare degli anni è stata privata di un luogo cruciale e di conseguenza di una parte della propria cultura, della propria identità.

Dal dibattito successivo alla presentazione viene fuori quanto il sentimento dell’autore sia una condizione condivisa da molti palermitani che nutrono per Palermo un rapporto fatto di “odi et amo”, di rabbia nei confronti di una comunità che non sa sfruttare la bellezza del luogo in cui vive e allo stesso tempo di passione per Palermo la cui Bellezza è invidiata da tanti.

Sebbene non sia più possibile godere della Vucciria come un tempo, quando almeno sarà possibile riviverla, valorizzarla o ricordarla? Ritornerà mai ad essere il Paese delle Meraviglie?

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