Era il 1963 e avevo 12 anni.

Quando torna Cesare non dovete fargli domande, non dovete chiedergli assolutamente nulla ci raccomandò la nostra professoressa di italiano. Sempre sorridente, la nostra prof, ma quella volta era seria. Cesare era seduto accanto a me, al primo banco, proprio davanti alla cattedra. Avevamo lo stesso cognome però lui, quando era interrogato, cominciava a chicchiari, e i professori va bene va bene lo mandavano a posto; Io, invece, la sufficienza me la dovevo sudare. Lo sapevamo tutti che Cesare con quel problemino della balbuzie ci marciava, tranne i professori. O, forse, facevano finta, chissà perché.

Quella volta, per diversi giorni, il suo posto rimase vuoto. Quando tornò, tutto vestito di nero, non gli chiedemmo niente: non tanto per la raccomandazione della nostra insegnante, ma perché sapevamo già tutto. Suo nonno, il capomafia Cesare Manzella, era saltato in aria con una Giulietta imbottita di tritolo nel suo giardino di limoni, in contrada Mineo, poco fuori il centro abitato. Il boato si era sentito in tutto il paese e si erano rotti i vetri delle finestre in alcune case della periferia. Don Cesare Manzella era considerato un gran benefattore: con i dollari degli italo – americani aveva fatto ricostruire il convento delle monache di fronte alla chiesa nella piazza principale del paese; nelle processioni era sempre lì, in prima fila, dietro la vara, accanto al sindaco, all’arciprete ed al maresciallo dei carabinieri. A fronte di tanti privilegi un solo onere: il rischio di finire ammazzato. Lui. Ma che c’entrava quel poveretto di Filippo Vitale, sussurravano gli adulti, bracciante nel giardino di limoni di don Cesare, saltato in aria assieme al suo datore di lavoro nello scoppio della Giulietta.

Questa morte, a me e ai miei amici, ci colpì particolarmente. Andavamo sempre a vedere i morti del paese, sistemati sul letto al centro della stanza più grande. Curiosità morbosa di bambini, fascino della morte, chissà. Questa volta, però, il morto non c’era: soltanto una bara. Chiusa. Non come quegli altri due, i morti della piazza, di un mese prima: a quelli gli avevano semplicemente sparato; di questi qui della Giulietta, si sussurrava, dentro la bara ci doveva essere ben poco.

Il povero Filippo Vitale era nostro vicino di casa, abitava poco più giù, nella stessa strada. Lo vedevamo passare ogni sera con la sua Lambretta, poco prima degli ultimi richiami delle nostre mamme per la cena. Il suo passaggio interrompeva per un momento i nostri giochi mentre lui andava a fermarsi cinquanta metri più giù, davanti casa sua, prima della traversa. Se girava a sinistra e faceva altri venti metri si ritrovava davanti alla porta di don Tano Badalamenti.

Ma questo allora non lo sapevamo.

Come non sapevamo che, nella stessa strada, più o meno alla stessa distanza ma in direzione opposta, su verso la chiesa, dove la strada si faceva più stretta, lì c’era la tana del mafioso latitante Bernardo Provenzano, che infatti poi sposò una delle ragazze della famiglia che lo ospitava. (Mi è scappata la parola tana pensando a un animale braccato, ma se uno è latitante per 43 anni e fa una vita quasi normale, viene il dubbio che non doveva essere poi così braccato).

Era il 1963 e avevo 12 anni.

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