Home Approfondimenti Obsolescenza pianificata: compro, uso, butto, ricompro

Obsolescenza pianificata: compro, uso, butto, ricompro

Potreste mai immaginare di augurare un buon compleanno centenario ad una lampadina? Probabilmente no, perchè le nostre lampadine non durerebbero mai così tanto. Immaginate, allora, dei collant da donna tanto resistenti da non sfilarsi al secondo/terzo utilizzo? Mmm, probabilmente noi donne non riusciamo ad immaginare neanche questo: i miei collant si sfilano già quando li indosso!

Cinisi, 27 gennaio 2017. Gira in rete da qualche anno un video documentario diffuso dalla tv spagnola dal titolo “obsolescenza programmata“. L’ho notato soltanto da qualche giorno. Cosa è? È presto detto: è la raffigurazione della nostra vita quotidiana, un circolo vizioso di compro-uso-butto-riacquisto. Usa e getta, insomma. In fin dei conti oggi si sa, che per quanto possa costare riparare qualcosa, è sempre più conveniente comprarla nuova. Ma ne siamo proprio sicuri? E siamo sicuri che il guasto sia un caso fortuito?

Utensili, mobili, elettrodomestici, persino i vestiti: ogni cosa che ci circonda è progettata per scadere (nel senso letterale del termine), per durare meno possibile, per essere buttata fra i rifiuti, per permettere al mercato di andare avanti e di accrescere la produzione. La logica economica non consiste nella crescita per il soddisfacimento delle necessità ma nella crescita per la crescita. In poche parole: se la gente non compra, l’economia non cresce, quindi è meglio che la gente desideri qualcosa di sempre nuovo, anche prima che l’acquisto sia effettivamente necessario.

Il documentario di cui accennavo sopra mostra come l’obsolescenza pianificata non accadde per caso: fu tutto calcolato dalla cinica volontà di alcuni imprenditori e produttori europei e statunitensi, riuniti in un cartello mondiale con il nome di Phoebus, che, consapevolmente, decisero di produrre una lampadina più fragile da vendere, accorciandone la vita media, per aumentare le vendite. La scrittrice Nicols Fox sottolinea come la lampadina, da sempre esempio di idee e illuminazione, finì per diventare il primo esempio di obsolescenza programmata. Sì, perché, anche se Phoebus ebbe vita breve, l’idea di base continua ad esistere.

Infatti, questa concezione della “vita utile di un prodotto” si espanse sul mercato e il consumatore si trasformò in colui che DOVEVA acquistare con regolarità. Se prima l’obiettivo dei produttori era allungare la vita dei prodotti, creare un prodotto buono che durasse a lungo, dal ‘900 fu esattamente l’opposto. La rivoluzione industriale e la produzione di massa fecero il resto: si abbassarono i prezzi, i prodotti molto più economici e accessibili resero possibile per i consumatori acquisti regolari, non per necessità, ma per puro piacere. Lì per lì, l’obsolescenza pianificata divenne un’ottima strategia per uscire dalla crisi del 1929 e riattivare l’economia, tanto che divenne addirittura legge.

Pian piano però iniziò ad innescarsi l’insoddisfazione continua del consumatore medio. La gente perdeva interesse per le cose “vecchie”, lo stesso concetto di vecchio diventò soggettivo: anche ciò che funzionava ancora diventava obsoleto e andava sostituito. La pubblicità e quello che noi oggi chiameremmo marketing amplificarono tutto. Così l’obsolescenza programmata divenne presto mentalità diffusa ed è ancora oggi alla base dell’economia, insieme al ricorso diffuso al credito.

Ma la cosa è sfuggita di mano: non si tratta più dello shopping ossessivo compulsivo di chi ha da poco sperimentato l’indipendenza economica e vuole “investire” così il primo stipendio. Etica, morale e ambiente sono stati travolti: non conosciamo il significato profondo di rifiuto, abbiamo accumulato tanti “rifiuti” che non esistono più luoghi che possano contenerli, né sappiamo dove o come smaltirli. Il pianeta stesso non resiste, le risorse energetiche sono limitate, ma questo inizia a far riflettere, iniziamo oggi a sentir parlare di cafè repair, di riuso e riciclo. Alcune imprese, soprattutto nel nord Europa, si stanno già muovendo: “in una società di consumo – affermano – un prodotto con vita breve crea un problema di rifiuti; se invece crea nutrienti i prodotti con vita breve si convertono in qualcosa di nuovo”.

Insomma, se Dante nel 1200 pensava che fosse l’amore a muovere il sole e le stelle, pare proprio che oggi non sia esattamente così. Quel che è peggio? Ci siamo proprio dentro a questa cultura economica, così abituati a pensare che le cose resistenti e durature sono un problema, uno svantaggio economico e che riparare non conviene …stiamo forse riportando questo modello anche in campo relazionale? E se c’è una relazione, che sia amicizia, amore, parentela…che cambia? Riusciamo a cestinare anche quella, al primo problema, alla prima difficoltà, al primo diverbio?

È necessaria una rivoluzione culturale, quella di non dipendere dagli oggetti, quella di non cercare sempre e a tutti i costi la novità nelle cose e nelle relazioni, quella di puntare all’autenticità e non per forza alla funzionalità, all’opportunità, all’esigenza.

E allora penso, nella giornata della memoria, che ci ricorda l’orrore e la crudeltà umana: È davvero così che vogliamo essere ricordati? Come quelli dell’usa e getta?

Mi viene in mente una canzone che Marco Guazzone cantò a Sanremo nel 2012, che si intitolava proprio “Guasto”, e che faceva così: “In quanti pezzi dobbiamo dividerci, prima di arrivare a non riconoscerci più? Sai che le cose si possono trasformare, anche senza doverle rovinare?”.

Di sotto, il link per visionare il documentario.

Lascia un commento: