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Leggerezza

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” – Italo Calvino.

Quando frequentavo il liceo mi trovavo spesso a fare esercizi di scrittura automatica. Non erano compiti (naturalmente! quale professore potrebbe indirizzarti verso questo tipo di attività creativa?). Ne sentivo saltuariamente l’esigenza, avevo bisogno di svuotare la mente dalle migliaia di parole che giravano nella mia testa. Da un’idea fissa estrapolavo tutto ciò che ad essa collegavo perdendomi in elenchi vorticanti di sinonimi, ripetizioni quasi ossessive, ma dopo tutto mi liberavo, si, era un atto liberatorio.

Ad alcune parole sono particolarmente ‘affezionata’. Mi piace scomporle, trovarne il senso prima nel suono quando sono pronunciate. Poi analizzarne le varie sfumature di significato. Di alcune in particolare osservo l’incontro di suoni contrastanti e opposti. Per esempio, la parola “leggerezza”, inizia con una consonante laterale (l) costitutivamente sonora che riproduce un suono ‘dolce’ e si conclude con una consonante affricata sorda (z) tra l’altro geminata, un suono duro, netto e rafforzato dalla doppia.

Ma le parole non sono isole, non rimangono quasi mai avulse da un contesto più ampio e di volta in volta espongono sensi e significati diversi, incastrandosi con altre e rivelando la loro sussistenza. Non si può considerare la leggerezza se non in contrapposizione alla pesantezza, esiste un concetto proprio perché in natura vi è il corrispettivo opposto. Dunque, ai bambini si insegna che una farfalla è leggera ed un elefante è pesante. Ci si concentra sulla quantità oggettiva, sulla massa che comporta un peso diverso. Ma se dovessimo parlare di leggerezza/pesantezza spostandoci su un altro livello? se l’opposizione dovesse riguardare realtà impalpabili e non così facilmente discriminanti e oggettivamente verificabili?

Italo Calvino venne invitato, nel 1984, dall’Università di Harvard per tenere un ciclo di sei conferenze (mai tenutesi a causa della morte dello scrittore). Le Charles Eliot Norton Poetry Lectures non imponevano un tema, lasciavano piuttosto grande libertà purchè alla base ci fosse un discorso che riguardasse la comunicazione. Le “Lezioni americane” (questo il titolo postumo dato da Esther Calvino) recano come sottotitolo “Sei proposte per il nuovo millennio” e le ho sempre recepite come un lascito testamentario da parte di uno scrittore che mi è sempre stato molto caro. La prima ‘lezione’ o conferenza è dedicata proprio alla leggerezza. Il primo valore (letterario e non solo!) che Calvino vuole trasmettere alle nuove generazioni è proprio la leggerezza, argomentandone con rigore le ragioni a discapito della pesantezza. Maestro della parola limpida, Calvino non per niente soprannominato da Pavese “lo scoiattolo della penna”, lui che ‘zampettando’ si librava quasi in volo con il suo stile incomparabilmente semplice ma che raggiungeva profondità inaspettate. Egli ha trascorso l’esistenza facendo della letteratura uno strumento privilegiato di indagine del mondo, cercando di trovare una consonanza tra il movimento scattante e convulso della società e la sua interiorità. Sfuggire alla pesantezza che i ritmi frenetici della vita impongono e scorgere, in qualsiasi angolo, bagliori di leggerezza, o sarebbe meglio dire affrontare la vita con slanci di leggerezza.

Ma cos’è questa leggerezza così tanto auspicata? così tanto invocata? Calvino precisa che esiste una ‘leggerezza della pensosità’ e una ‘leggerezza della frivolezza’.  E noi con che tipo di leggerezza affrontiamo il ‘tram tram’ della vita?

È, a questo punto, inevitabile pensare ad un romanzo cult dell’ultimo ventennio del secolo scorso “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera. Il titolo è emblematico nel definire quell’apparente leggerezza che diventa frivolezza, vacuità, inconsistenza, che appiattisce la vita nell’opacità di pratiche spacciate per leggere. I baluardi della leggerezza contemporanea si perdono nell’indistinzione, che in nome di una presunta libertà interiore e bisogno di indipendenza rendono i rapporti interpersonali vuoti. Oggi siamo ‘amici’ ma per strada non ci salutiamo, parliamo ma non ci ascoltiamo, frequentiamo qualcuno per supplire alla paura di restare da soli. Proferiamo belle parole traboccanti di sentimentalismo e possibilmente guardiamo già altrove. Siamo un corpo di ballo eccellente, ridiamo, scherziamo, ci amiamo, ma con un raggio ad infrarossi ognuno rimane fermo, immobilizzato nei propri limiti, intrappolato in mille pensieri. Quante volte, oggi, sentendo la notizia di un suicidio si dice: “ma chi l’avrebbe mai detto? Era una persona così solare, così allegra, spensierata”. Una leggerezza ostentata, si, certo, ma reale? Ecco che diventa insostenibile, insopportabilmente pesante da gestire.

Mi piace credere che la leggerezza sia altro, così come Calvino la interpretava. Una ricerca continua “come reazione al peso di vivere. Essere leggeri non significa abbandonarsi alla superficialità, lasciarsi pervadere dalla pochezza, è un impegno, un approccio voluto e ponderato nel rapportarsi alla vita. È una leggerezza pensosa, carica di positività, di costruzione senza costrizioni, di ironia (e autoironia!) che solleva al di sopra dell’ovvietà. La leggerezza si trasmette e si contagia, andiamo a cercarla, perché anche se sembra nascosta, esiste! Quante volte è capitato di respirare a pieni polmoni in luoghi spettacolari? Oppure passare del tempo con alcune persone che regalano pezzi di sé senza chiedere nulla, che con te condividono esperienze vissute pienamente? Non è forse vero che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo gustato il genuino e spontaneo sapore di sentirci leggeri?

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