Home Cultura ‘Nzemmula – Ritratti per la libertà

‘Nzemmula – Ritratti per la libertà

CONDIVIDI

“La mostra “’Nzèmmula – Ritratti per la libertà” nasce dall’esigenza di denunciare le violenze che ogni giorno le donne subiscono in tutto il mondo, attraverso immagini e frasi in vernacolo siciliano, a rafforzare l’identità linguistica e culturale. Frasi “tatuate sui corpi” delle protagoniste e dei protagonisti di questi scatti.

Anche nell’Occidente del mondo, dove le lotte femminili hanno migliorato la condizione della donna, la cultura dominante fa vivere la donna in uno stato di subordinazione rispetto all’uomo. Il corpo delle donne è ancora considerato un oggetto da controllare e strumentalizzare, la donna è concepita come angelo del focolare, da venerare disumanizzandola, o come donna in carriera che deve imitare l’atteggiamento maschile anche nei suoi aspetti peggiori, o come libertina da denigrare, o vittima da piangere. Diverse sfaccettature di una stessa concezione che non riesce a vedere la donna come un essere intero, libero ed autodeterminato.

I fotografi, pur partendo dalla presa di coscienza di una condizione di sofferenza e dalla necessità di denuncia, non mettono lividi e cicatrici nei visi delle donne e scelgono invece di rappresentare il riscatto, la rivoluzione della donna che vuole essere libera, che spezza le catene, rivendica la propria bellezza, dolcezza, forza, contraddizioni e complessità.

È un viaggio che parte dalla denuncia della violenza sia fisica che psicologica di quello che avviene nella società attuale: “I paroli su petri”, “arsa r’amuri”. Lo svelamento dell’illusione che concepisce come amore ciò che amore non è, perché se l’amore è scelta quotidiana di sostenersi, di costruire un futuro insieme, di comprendersi e valorizzarsi reciprocamente, ciò che mette al centro il possesso e la violenza al posto delle carezze, non può essere chiamato amore: “O mia o di nuddu”, “Pareva un pezzu ri pani”, sono la negazione dell’amore. Il viaggio continua nella voglia di affermazione di sé, di rompere il silenzio, di spezzare la propria complicità con la mentalità patriarcale, di scegliere di essere se stessa: “a fimmina nun si tocca mancu c’un ciuri”, la donna finalmente con le forbici taglia un filo che le teneva “a vucca cusuta”, e dichiara: “sugnu chiossai, sugnu libirtà … e nun vogghiu chiù catini”. Per concludere la donna decide di rompere i muri fisici e virtuali che attanagliano la società, muri che separano i generi, muri di silenzio, di ignoranza, di paura, di razzismo, di separazione ed emarginazione: “Sdirrubbamu sti mura”, perché una società in cui le persone sono separate tra loro, se diverse, non è una società felice. È questo il coraggio delle donne che cercano di essere protagoniste della propria vita, di sostenersi tra loro, di cambiare in positivo la realtà, a partire dalle proprie facoltà di accoglienza, solidarietà e cura dell’altro.

In questo percorso fotografico si è voluta mettere in risalto anche l’esistenza di una parte del genere maschile che non è violenta, brutale e opprimente, ma che vuole cambiare, che solidarizza con la donna, uomini che a volte sono vittime essi stessi del maschilismo. Quando non si allineano nel ruolo dei dominatori, che decidono e comandano, vengono spesso bullizzati e ridicolizzati. Si raffigura il coraggio di quegli uomini che decidono di mettere in discussione se stessi e i privilegi dell’appartenere a un genere finora avvantaggiato e dominante, scegliendo di solidarizzare con le donne e di mettere in campo la propria sensibilità, in contrapposizione alla violenza. L’uomo cercando dentro se stesso si domanda se è “omu o bestia”, l’uomo riflessivo vuole mettere fine al mutismo di genere: “Fussi ura ri parrarini!”, l’uomo dona il suo amore senza pretendere nulla perché: “u cori nun s’accatta e nun si vinni, si runa”, infine l’uomo sceglie di uscire dall’oscuro e afferma: “Putemu canciare”. Tutto ciò per sottolineare quanto la battaglia delle donne non sia una lotta delle donne contro gli uomini, ma di tutti contro il maschilismo, perché il cambiamento va fatto insieme, per la libertà e la ricerca dell’armonia tra i generi.

Nasce così e si sviluppa un connubio tra i quattro fotografi Caterina Blunda, Pino Manzella, Nicola Palazzolo e Massimo Russo Tramontana ed i soggetti fotografati, dodici tra donne e uomini che hanno scelto di mettere in questo percorso comune la propria faccia, ma anche il proprio contributo ideale ed i propri pensieri. Otto donne e quattro uomini interpretati secondo le differenti visioni degli artisti, per affrontare un viaggio fotografico, di luci ed ombre, di equilibri e contrasti, di sguardi e gesti, parole e simboli, che partendo dalla sofferenza arrivi ad una più profonda consapevolezza di sé e ad una nuova relazione con l’alterità e la diversità.

Lascia un commento:

Ancora nessun commento. Commenta per primo!

wpDiscuz