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L’arte di annacarsi

Cosa caratterizza un popolo rispetto ad un altro? Ovviamente i luoghi, la lingua, l’etnia e via dicendo. A parte l’inflessione linguistica, che è un tratto che dice molto dell’identità di un popolo, mi sono spesso ritrovata ad osservare la fisicità, i movimenti e le posture. Il classico siciliano è riconoscibile, prima ancora di aprir bocca, da una gestualità particolarmente accentuata ma fondamentalmente inconscia, non artificiale o studiata ma tipica e imprescindibile alla sua costituzione.

C’è sempre qualcosa che rimanda al dinamismo negli atteggiamenti del siciliano, basti pensare al continuo e imperterrito gesticolare con le mani quando si parla. E lo si fa sia durante discorsi riflessivi e pacati, sia (e direi, a maggior ragione!) quando la discussione si accende e l’interlocutore s’infervora. Ma, ripeto, non sono gesti studiati. Le mani prendono vita propria e iniziano a roteare in aria quasi vorticosamente. Per noi isolani sarà pure la normalità, tanto che la cosa risulta così ovvia da non farci più realmente caso, ma la scena lascerebbe alquanto perplesso un mite e rigido settentrionale, abituato a staccare il braccio dal corpo solamente per sollevare o prendere qualcosa.

Noi no! Noi comunichiamo con tutto un corredo di azioni: parole, inflessioni, sguardi e movimenti.

Ma, tra i tanti movimenti riconoscibili, uno è emblematico: l’annacata. Dall’immaginario cinematografico, lo stereotipo della donna sicula è stata spesso ritratta in una fisicità prorompente, dai tratti burrosi e flessuosi, cui si collega una camminata ondeggiante e modulata. Attenzione, pero! Spesso, erroneamente, si cade nel tranello che tutto ciò sia voluto per attirare l’attenzione altrui, ostentando una sensualità eccessiva. In realtà, l’annacata è uno dei tratti più tipici del sicilianismo, attribuibile tanto alle donne quanto agli uomini, riferibile tanto al movimento esteriore, quanto ad un atteggiamento nei confronti della vita stessa.

Esiste una vera e propria “teoria e tecnica dell’annacamento”, in particolare attribuibile agli isolani del capoluogo. Palermo è la città che si annaca per eccellenza. Così, Roberto Alajmo, scrittore e giornalista palermitano, castigat ridendo mores, con il suo stile sferzante ma scanzonato, offrendo ai lettori un ritratto per nulla scontato di tale movenza.

La parola “annacamento/annacarsi” rientra tra quelle difficilmente traducibili in lingua italiana. Un corrispettivo, ma fin troppo blando, sarebbe “cullarsi/cullare” dal momento che “naca” è la culla. Ma, si sa, le traduzioni fanno perdere molto del senso di una parola o di un concetto. Ma qual è la definizione di tale termine? Alajmo definisce l’annacamento come “il massimo del movimento, con il minimo di spostamento”. Se fosse un passo di danza, probabilmente chiunque strabuzzerebbe gli occhi, perché in fin dei conti è evidente che si tratta di un paradosso. Una bizzarria, che più di altri termini, però, ci contraddistingue fin nel midollo.

Nel testo di presentazione di questo percorso letterario ho sottolineato più volte la natura ossimorica della Sicilia, incontro di opposti. L’annacata sintetizza perfettamente tale concetto. Quando ci si annaca, il corpo flette tutti i suoi muscoli in un movimento serpentinato, eppure non ci si sposta effettivamente. Ci si può annacare stando fermi dando l’impressione che ci si stia spostando. Dunque, dalla metafora dell’annacata fisica, si può passare alla Palermo che si annaca continuamente. Si ha sempre la sensazione che la città sia in perenne mutamento, un ‘work in progress’ che mai si compie. Una potenza che mai diventa atto. Nell’eterna immagine che qualcosa stia pur cambiando, ma che fondamentalmente resta sempre uguale. Il temporaneo che diventa eterno. Impalcature e transennamenti che diventano parte costitutiva del paesaggio urbano. Palazzine diroccate che rimangono decenni in stato di abbandono.

Palermo è un po’ così. Certe volte pare che la città sia stata inumata temporaneamente. In attesa del giorno della resurrezione, tende però a decomporsi”. E di angoli in balia dello scorrere del tempo, avvolti in uno stato di inumazione perenne, Palermo è piena. Si ha quasi l’impressione che ci sia un certo compiacimento nell’esporre le proprie rovine, nel vivere nell’incompiutezza.

E da Palermo, sua città natale, lo scrittore diventa cicerone di una visita illuminante, alla scoperta dei piccoli segreti e delle vicende strambe intessute di ricordi popolari di tanti angoli della nostra isola. Ci si sposta verso Trapani, San vito Lo Capo, Erice, Segesta, Mazara del Vallo, per poi ridiscendere alla volta di Agrigento, Portopalo e Scala dei Turchi. Si giunge al sud del sud, Modica, Scicli, Noto, Ragusa e Siracusa. E si risale attraverso il “cateto minore” del triangolo siculo, alla volta di Catania, Taormina e le Gole dell’Alcantara. Il viaggio si conclude nel messinese, con le Eolie, Tindari, Castel di Tusa e Messina. Una guida turistica sui generis, carica di verità talvolta scomode ma trattate sempre con vena ironica, con lo scopo di far emergere questo movimento ondeggiante dell’isola e dei suoi abitanti. Moto di costruzione e distruzione, di volontà di creazione e di immobilismo. In fin dei conti “Annacarsi” ha la doppia valenza di “affrettarsi” e “tergiversare”. E se ci soffermiamo a riflettere, questo nostro modo di essere riflette in pieno il luogo in cui viviamo: un’isola, sulle cui coste il mare si abbatte in frangenti in un perpetuo ed eterno annacarsi.

Uno sguardo cinico e anche rassegnato quello di Alajmo, che fa pensare al gattopardiano principe di Salina, in una delle sue affermazioni più celebri: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. O per lo meno, occorre dare l’impressione del cambiamento.

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