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Che cosa strana è la memoria! Può essere un polveroso deposito di ricordi, una specie di magazzino, un attacco di nostalgia; scegli il ricordo più appropriato, lo spolveri, lo lucidi e, dopo che ti ha inumidito gli occhi, lo rimetti al suo posto in attesa della prossima occasione.

Senza nulla togliere alla memoria individuale, in questo quadro è la memoria collettiva e storica che ci interessa, cioè quell’insieme di ricordi condivisi da una collettività, ricordi di un passato che continua a far parte della nostra realtà quotidiana.

Ma prendiamo una lente d’ingrandimento e osserviamo l’opera più da vicino:

frammenti di lettere, documenti, atti notarili, ricevute di pagamenti, una sequela di carte antiche con il loro carico di storie e di storia. Ci sono ferite su quelle storie, se fossero carne sanguinerebbero. Ci sono graffi a cancellare scritture, a scorticare grafie. E dietro ogni storia un’altra storia: inutile tentare di cancellarne la memoria, si può solo deformarla.

Il soggetto principale, nel racconto pittorico del quadro, è un documento stracciato e ricucito da un filo rosso, il filo rosso della memoria, appunto.

Passato e presente convivono e si intrecciano sulla tela: quel documento diventa metafora di una vita lacerata e infangata, quel filo rosso che lo ricuce ridà leggibilità a quelle calligrafie, restituisce dignità a quella vita.

Quel filo rosso serve a recuperare e tutelare il ricordo dei caduti nella lotta alla mafia, a mantenere accesa anche un’esile fiammella.

Nel caso di Peppino Impastato forze dell’ordine e magistratura depistarono: ci sono voluti ventiquattro anni per fare riemergere la verità.

Una verità scomoda.

Doveva essere una storia sbagliata, un caso da archiviare e dimenticare in fretta. Grazie a quel filo rosso è diventata una storia esemplare.

Ma nella nostra comunità, a quasi quarant’anni dal suo assassinio, la memoria di Peppino Impastato non è ancora una memoria condivisa.

Chi lo considerava terrorista maldestro o suicida disperato, dopo “I cento passi” ha continuato a disprezzarlo come fallito con qualche rotellina fuori posto che gli faceva sfottere i mafiosi. Chi non ha abbastanza coraggio per attaccare direttamente la sua memoria se la prende con tutto quello che ci gira attorno: tutti questi mocciosi che vengono a cercare mafiosi con coppola e lupara, il fratello Giovanni che ha guadagnato milioni sfruttando la straordinaria popolarità di Peppino, ovviamente non meritata, tutti questi antimafiosi che fanno affari d’oro con l’antimafia, insomma un repertorio di lagnanze che trova terreno fertile qui nel nostro paese in cui certe radici non sono ancora estirpate.

D’altro canto il mondo dell’antimafia, crescendo, ha evidenziato i suoi limiti: fondi pubblici erogati senza regole, l’uso/abuso dei beni confiscati alla mafia, il protagonismo ridicolo di certi pavoni dell’antimafia, favoritismi e opacità che hanno fatto parlare addirittura di una mafia dell’antimafia.

Ma non si può, come si dice, buttare l’acqua sporca con il bambino. Nel caso di Peppino, il film ha avuto il merito di aver fatto conoscere la sua storia a livello nazionale ma, allo stesso tempo, ha creato un’icona cinematografica che spesso si è sovrapposta alla realtà.

Dagli incontri con gli studenti che, da tutta Italia, arrivano a Casa Memoria emerge sempre più spesso la voglia di andare oltre lo stereotipo dell’eroe antimafia. Scrive Chiara, venuta da queste parti in un campo di Libera: ”Gli incontri di formazione sono stati preziosissimi, molto vari e con focus su diversi aspetti del fenomeno mafioso o del lavoro dell’antimafia. Ci sono stati incontri più emotivamente toccanti, come quelli con i parenti delle vittime, ed altri più di riflessione, tramite le esperienze di persone che tutti i giorni cercano di portare avanti la legalità nel nostro paese. Tutti gli incontri hanno smosso qualcosa in me e mi hanno fatto tornare a casa con nuove conoscenze ma anche con tanti nuovi sani dubbi e domande.”

Perché è così che si cresce, coltivando dubbi e ponendosi domande. Perché è così che si prende coscienza del proprio ruolo nella società.

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