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In morte dell’artigianato

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Come quando ci s’accorge che la persona con la quale s’è deciso di spartire l’esistenza non è più la stessa di quella che si ritiene di conoscere da sempre, così sembra che ci si accorga del cambiamento delle altre cose importanti allo stesso modo.

Improvvisamente.

Succede davvero di rado, infatti, d’arrivarci d’anticipo, di prenderne consapevolezza gradualmente valutandone e monitorandone l’andamento. Appannaggio spesso di poche persone che hanno l’attitudine o il dono di leggersi bene dentro, senza filtri.

Ad un certo punto realizzi che non è più come prima e forse la prima emozione che ti può attanagliare il petto o lo stomaco è un leggero panico con annesso stato confusionale: come si è potuti arrivare a capirlo, chiaramente, soltanto dopo?

Si possono passare in rassegna, attraverso il richiamo della memoria, tutti quegli episodi che possono aver condotto al possibile cambiamento per darsi una ragione del fatto che determinati eventi non accadono sicuro per caso ma sono il risultato di una serie concatenata di eventi in cui anche la mia azione, il mio comportamento, il mio atteggiamento giocano un ruolo, ora determinante, ora decisamente meno.

Così un pomeriggio mi resi conto che l’artigianato era morto.

E con lui era morto un tipo di società basato sulle interdipendenza della gente dalle capacità pratiche di ciascuno, sul dialogo fatto di saperi antichi e storie che si attorcigliavano su quei saperi e che parlavano attraverso quelle mani. Mani sporche di materia ma addolcite dalla sua trasformazione, dalla creatività costruttiva che tendeva ad emulare un modo di fare le cose a misura di uomo, cadenzato sul tempo del corpo e dei suoi ritmi.

Chi ha avuto la fortuna di assistere ad un processo artigianale, sa che c’è tutta una frustrazione da gestire. Quando devi trasformare qualcosa da un pezzo di materiale grezzo o quando lo devi miscelare o quando ti dedichi a qualsiasi altro processo trasformativo, il risultato non lo anticipi mai. Sicuramente tecnica ed esperienza guidano la prassi, ma quello che ne viene fuori è qualcosa di unico, la cui particolarità ne definisce lo scarto col resto, costituendone il sostanziale valore aggiunto.

Non voglio arrivare al classico e arcinoto: “Il Capitalismo ha distrutto le nostre vite”, “L’illusione di avere “tutto e subito” ha esasperato i nostri desideri”, “Si è perso il valore del sacrificio e l’importanza di sudarsi le cose per godersele appieno”, “Siamo schiavi di desideri non nostri e di esigenze indotte non reali”, eccetera. Ma è proprio così.

Il boom del lavoro impiegatizio, l’industrializzazione dei processi, la produzione di massa, rendono l’uomo più tecnologizzato e più competitivo a livello globale, forse, ma meno adatto ad una vita locale.

Dentro a quegli schermi social, ci sentiamo un po tutti parte di un processo mondiale che ad onde grandi e a falcate veloci sembra inghiottirci in un vortice a cui risulta quasi impossibile opporre resistenza, salvo poi avere grosse difficoltà ad affrontare faccia a faccia la vita e le relazioni. Attenzione, difficoltà che c’è sempre stata perché fa parte dell’essere uomini e donne ma che lo stato attuale sembra non attenuare come illusoriamente bandisce.

Con l’occhio di sbieco, tutta la faccenda mi appariva a tratti paradossale. L’altro occhio osservava tutti quei gruppi di persone che lasciavano l’impiego fisso-ben retribuito per andare a zappare la terra, quelli che si riunivano assieme per formare una piccola comunità auto-sostenuta e sostenibile, quelli che deponevano i potenti mezzi tecnologici dei quali sembrava adesso impossibile fare a meno per scegliere una vita “alla vecchia maniera”.

Il mio sistema visivo non avrebbe potuto reggere oltre questo strabismo forzato. Era davvero eccessiva la distanza di visioni e sicuramente sarebbe continuata a risultare inconciliabile per ancora un bel po’.

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