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Tumori a Cinisi, quanto ne sappiamo? Ne parliamo con il dottore Badalamenti

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di Silvia Vitale e Fabio Zerillo

La quarta tappa del nostro viaggio era rivolta a incontrare chi effettivamente lavora a stretto contatto col paziente oncologico, in quanto a volte il medico specialista è uno dei primi interlocutori cui ci si affida.

Abbiamo incontrato il dottor Giuseppe Badalamenti, cinisense, medico oncologo presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico “Paolo Giaccone” che ci ha dato la sua impressione circa la situazione e in particolare sulla nostra zona di territorio provinciale. Nell’ottica di informazione e prevenzione ci siamo preoccupati di prendere in considerazione alcuni dei dubbi che man mano ci sono stati esposti da cittadini, come esempi comuni quali l’inquinamento atmosferico. Qui vi riportiamo le domande fatte al dottore.

Abbiamo dati precisi sulla specifica situazione tumorale nel nostro territorio?

“Dati non è abbiamo – ci dice – ma è stato assodato che la presenza dell’aeroporto non incide, non è stato riscontrato un maggiore rischio nel territorio cinisense piuttosto che in altri luoghi (ad Isnello, ad esempio, abbiamo maggiore incidenza tumorale). Possiamo quindi parlare di “normale” inquinamento. Diversi studi hanno certificato che avendo il mare nelle vicinanze e quindi vento quasi costante i rischi si riducono, quindi il livello di allarme è piuttosto basso”.

È stata effettivamente fatta una ricerca che attesti che la presenza dell’aeroporto non incida?

“È una ricerca indiretta fatta dall’Associazione Italiana Registri Tumori della provincia palermitana che attesta come l’incidenza a Cinisi coincida con altri paesi limitrofi, è chiaro che non abbiamo i dati dei singoli tumori. Il limite del registro è che si muove per codici (ogni tumore ha un codice) quindi non per istologia ma per macro aree tumorali (polmonari, dello stomaco, intestino) quindi è difficile andarli a classificare in macro aree visto che nell’ambito di uno stesso organo ci sono tipi di tumore diversi”.

Come si svolge la prevenzione ad oggi? E in che modo le persone si approcciano al problema?

“Ci sono tre livelli di prevenzione. Quella primaria che consiste nell’agire sul rischio, ad esempio: il fumo è dannoso, si dovrebbe smettere di fumare. Un livello secondario che corrisponde alla fase diagnostica quale l’indagine tramite mammografia o altri protocolli che possono portare ad una diagnosi precoce in modo tale da poter intervenire in tempo. Infine il terzo livello avviene quando la patologia è già acclarata, ovvero un tumore operato richiede controlli per evitare ricadute. Spesso la prevenzione parte dal medico di base che agisce sul paziente per primo e lo indirizza verso lo specialista. La medicina in campo preventivo ha fatto dei grandi passi avanti; si è passati da una condizione in cui si constatava la presenza del tumore in stato avanzato a una condizione in cui oggi si può conoscere in tempo lo stato della malattia, curarla ove possibile e dare al paziente una ragionevole aspettativa. Ciò che va migliorato è il lento superamento della chiusura mentale della comunità, ovvero l’idea che le persone hanno della malattia e la fiducia che ripongono negli strumenti preventivi. Ad esempio, se a casa arriva una lettera dall’ASP che invita le donne superiori ai 25 anni a presentarsi al consultorio per effettuare il pap-test per la prevenzione al tumore al collo dell’utero, non tutte le interessate si sottopongono all’indagine, o perché non si fidano del medico che l’effettuerà o addirittura perché non credono che sia gratuito. È paradossale ma è così, bisogna spiegare alle persone e migliorarsi soprattutto sul territorio, facendo conferenze con l’oncologo o l’igenista in maniera tale che la gente prenda coscienza”.

Scoperta la malattia, noi siciliani abbiamo la tendenza ad andare fuori, secondo lei in Sicilia siamo competitivi rispetto al resto d’Italia?

“Partiamo dal presupposto che noi siamo esterofili, ovvero scoperto il tumore generalmente andiamo fuori dalla Sicilia, che la malattia sia in stato avanzato o meno, che ce lo possiamo permettere o meno. Quando lavoravo a Milano, accadeva che venissero da me persone perfino da Raffadali per fare la chemioterapia. Ormai i protocolli sono identici e ad oggi questo accade molto di meno perché in Sicilia abbiamo buone strutture e ci si sposta generalmente per casi di nicchia o per nuovi farmaci sperimentali. La stessa regione siciliana rimborsa le spese di viaggio esclusivamente per prestazioni non erogabili in loco. Noi siamo molto competitivi, io mi occupo di tumori rari al Policlinico e da noi vengono persone anche dalla Campania, dalla Calabria e dalla Puglia che sono meno avanzate”.

Si è parlato della possibile apertura del Ri.Med (Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica) a Carini, c’è spazio per questo tipo di investimenti all’interno della regione?

“Certo, sarebbe molto importante. Negli anni passati accadeva che anche in una semplice casa si potesse aprire una struttura privata che poi la regione sovvenzionava, così sono nate molte cliniche palermitane. Ora data la mancanza di fondi non è più così, io sono dell’idea che se si ha una struttura pubblica vada potenziata bene, il privato rimane privato e sarà poi il paziente a decidere dove andare, questa via di mezzo di strutture private rese pubbliche non serve, meglio potenziare il pubblico dove c’è più utenza e investire sulla ricerca”.

Facciamo un’ultima domanda al dottore, domanda che probabilmente in tanti pongono e che non ha una risposta facile. Ad oggi, un paziente ha la possibilità di superare questa malattia?

“La possibilità c’è, ovviamente dipende dai casi. Gli unici tumori ai quali c’è una maggiore percentuale di totale guarigione sono i tumori del testicolo, linfomi e leucemie. Con altri tipi di tumori la percentuale è minore ma abbiamo ottenuto un allungamento della vita e un miglioramento nella qualità. L’Italia si colloca tra i Paesi più avanzati in questo campo con strutture d’eccellenza e potrebbe migliorare ancor più con una migliore prevenzione, per questo è importante”.

Detto ciò salutiamo il dottore con la promessa di riuscire ad organizzare dei momenti di incontro per parlare di prevenzione e non solo, per acquisire maggiore consapevolezza e capirci, insieme, qualcosa in più.

Rimanete ancora sintonizzati ci aspetta un’ultima tappa.

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