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Gli occhi buoni di Gabriele Del Grande

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Arrivo Gabriele Del Grande Aeroporto Marconi Bologna

Gabriele Del Grande è libero e questo ci riempie di un’immensa gioia, gioia da un punto di vista umano ma anche professionale per chi, come il nostro giornale online s’impegna e prova, nel proprio piccolo, a fare informazione libera.

Abbiamo deciso di parlarvi di questo giovane uomo perché dietro ogni nome, dietro ogni notizia c’è una storia e questa merita di essere raccontata.

Gabriele Del Grande ha la faccia da bravo ragazzo, gli occhi buoni che brillano di una luce speciale, quella della voglia di verità.

Gabriele è un documentarista, blogger e giornalista indipendente italiano di 35 anni che ha dato voce a tanti ultimi, occupandosi di migranti e di storie difficili con una grande umanità. Ciò me lo ha fatto apprezzare e seguire con ammirazione per il suo grande impegno, per il suo essere libero, per la sua scelta di voler rompere un silenzio assordante.

Nel 2013 ha realizzato un documentario sulla Siria e nel 2014 come regista il noto documentario “Io sto con la sposa” che racconta la storia di cinque profughi palestinesi e siriani giunti a Lampedusa.

La sua attività principale è il blog Fortress Europe che si occupa delle difficili condizioni di vita dei migranti raccontate con il suo modo di vedere il mondo, la lucidità di chi ha viaggiato e conosce gli equilibri di paesi e culture, collegando responsabilità politiche e complesse realtà. Un importante lavoro di ricerca, di studio e denuncia portato avanti con grande professionalità.

Dal 9 aprile scorso Gabriele è stato recluso in un carcere turco, fermato senza una motivazione durante le interviste per il suo nuovo progetto, un libro finanziato dal basso dal titolo “Un partigiano mi disse” che vuole raccontare la guerra in Siria e la nascita dell’ISIS anche attraverso le storie della gente comune. Questa la sua colpa, essere un giornalista che in modo autonomo ed autofinanziato grazie al crowdfunding, vuole accendere il riflettore su un territorio martoriato, ridando dignità ad una popolazione dimenticata, riempiendo il massificato silenzio mediatico con il suo modo diverso di  raccontare.

Siamo stati in ansia per Gabriele, per i suoi diritti calpestati, per la sua detenzione e per le modalità che hanno fanno sembrare questo fermo un atto punitivo. Continuiamo ad essere in ansia per quella parte del mondo che sembra andare alla deriva. Siamo chiamati a mantenere alta l’attenzione e a non spegnere i riflettori sui tanti detenuti, giornalisti e non.

Infatti, questa è una storia che non coinvolge soltanto Gabriele perché nelle carceri turche ci sono altri 150 giornalisti fermati, in uno Stato dove un uomo come Erdogan sta prendendo sempre più potere ed il sopravvento sulle libertà di pensiero e parola con il rischio di un pericoloso totalitarismo.

Al momento del fermo e anche successivamente non sono stati dati dettagli sui capi di imputazione, così come si evince dalle parole pronunciate telefonicamente dallo stesso Gabriele alla sua compagna “i miei documenti sono in regola, ma non mi è permesso di nominare un avvocato, né mi è dato sapere quando finirà questo fermo. La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi è stato detto che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Mi hanno fermato al confine, e dopo avermi tenuto nel centro di identificazione e di espulsione di Hatay, sono stato trasferito a Mugla, sempre in un centro di identificazione ed espulsione, in isolamento.”

Gabriele, nel corso della sua detenzione, ha invitato tutti a mobilitarsi per chiedere che venissero rispettati i suoi diritti e cosi è stato: migliaia di appelli lanciati attraverso una campagna sui social con gli hashtag #iostocongabriele #freegabriele, attraverso le pagine dei quotidiani e durante manifestazioni di piazza ed eventi a lui dedicati.

Crediamo sia nostro dovere, anche adesso che Gabriele è rientrato in Italia, continuare ad indignarci se la libertà di stampa viene negata in quanto pilastro fondamentale alla base della democrazia, continuare ad avere voglia di lottare contro le ingiustizie, continuare a far sentire la nostra voce e soprattutto continuare a rimanere umani ed a non essere indifferenti a ciò che ci accade intorno.

Tutta la redazione di Cinisi Online si unisce al pensiero di solidarietà e giustizia che Gabriele Del Grande ha rivolto ai tanti detenuti ingiustamente in Turchia.

Per un approfondimento su Gabriele Del Grande, riportiamo qui di seguito un suo lungo racconto scritto per Vita nel 2014 dal titolo “Uomini a perdere” che ne delinea la sensibilità e la grande vocazione a dar voce “ai suoi eroi” in cerca di libertà.

All’inizio erano soltanto numeri. Dati pescati meticolosamente negli archivi online delle principali agenzie stampa internazionali, a cui avevo avuto accesso grazie a una serie di password craccate passatemi da amici della stampa nazionale. Era l’estate del 2005 e a Roma faceva un gran caldo. All’epoca lavoravo ancora come cameriere in un ristorante di periferia, Roma Nord, la Bufalotta. E tra un battesimo e un matrimonio, trovavo il tempo la notte per aggiornare la mia ricerca. Non sapevo ancora cosa ci fosse dietro a quei numeri, ma ne coglievo la gravità. L’operazione era estremamente semplice: mettere in fila le notizie dei naufragi sulle rotte nel Mediterraneo e calcolare quante persone erano morte annegate. Il risultato era spaventoso. Più di ventimila morti dal 1988. Eppure su quella tragedia pesava un silenzio assordante. Il primo articolo lo pubblicai sull’agenzia stampa Redattore Sociale, con cui avevo appena fatto uno stage. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2006 decisi di mettere tutto online e creai il blog Fortress Europe. Ancora credevo nella forza dei numeri. Ma ero soltanto un ingenuo ventiquattrenne con una formazione scientifica…

Me ne accorsi molto presto. I numeri non aprivano nessuna breccia nel racconto dominante sulla frontiera. Certo non mancarono prime pagine, interviste, passaggi televisivi. Ma era soltanto il circo della comunicazione. Serviva altro, mi dissi. Servivano le storie. Ventimila morti non vuol dire niente, Mariam o Adama vogliono dire tutto. Vogliono dire un nome, una persona, una vita.

Avevo fatto un anno di palestra in agenzia stampa. Ma il giornalismo che immaginavo era un altro. Era un giornalismo in viaggio e in ascolto. Senza politici né uffici stampa. Ma con tanta vita, storie e cultura. Quando partii avevo in tasca un biglietto di sola andata per Casablanca. Ritornai in Italia tre mesi dopo, senza più un euro ma con centinaia di pagine di appunti e diari di viaggio.

Uscì il mio primo libro, Mamadou va a morire. Era un libro di storie. Cercavo di restituire il senso della gravità del momento storico attraverso le biografie degli avventurieri che tentavano di risalire il mare in direzione contraria alle leggi. Dopo quel viaggio non mi sono più fermato. Ho girato tutto il Mediterraneo e buona parte dei paesi del Sahel, per anni. Quei viaggi non sono stati soltanto la mia avventura di formazione. Quei viaggi hanno cambiato il mio sguardo.

Perché si fa presto a dire storie, ma per liberarsi dal peso dell’immaginario collettivo serve molto lavoro. Serve molto lavoro per evitare di riprodurre inconsapevolmente lo stereotipo, il razzismo in buona fede, o quello sguardo compassionevole e pietistico che tanto piace perché auto-assolve che si accontenta di soffrire due minuti ascoltando le parole della vittima. Serve molto lavoro e serve molta bellezza.

La bellezza che i chilometri e il tempo condiviso mi hanno insegnato a vedere in quelle storie che prima mi provocavano solo indignazione. Quelle che erano le mie vittime sono diventati i miei eroi. Ne ho imparato a vedere la bellezza, la forza, la dignità, la determinazione.

E quando nel 2011 sono andato a Tunisi a seguire la rivoluzione, ho trovato gli stessi ragazzi, la stessa gioventù che prima andavo a incontrare nei quartieri popolari. E lì ho capito che non soltanto la loro rabbia era la stessa. Ma che anche la loro ribellione era la stessa. Che scendere in piazza a sfidare il tiro dei cecchini del regime per riprendersi il futuro era esattamente come salire in barca a sfidare la morte in mare per riprendersi lo stesso futuro. Nella scelta di chi viaggia senza passaporto sfidando non solo il mare ma anche le leggi europee sull’immigrazione, c’è un elemento di disobbedienza, di ribellione. C’è un riconoscimento del primato dei propri desideri, del primato della propria libertà, della propria ricerca della felicità (quando anche solo presunta).

E allora il passaggio successivo non poteva non essere l’assunzione di quella disobbedienza nelle mie e nelle nostre scelte. Ci siamo arrivati un po’ per caso.
Era l’ottobre scorso a Milano. Insieme a degli amici italiani, siriani e palestinesi, abbiamo conosciuto cinque palestinesi e siriani scappati dalla guerra e giunti a Milano dopo essere sbarcati a Lampedusa. E abbiamo deciso di aiutarli a continuare il loro viaggio senza documenti verso la Svezia, dove volevano chiedere asilo. Visto che stavamo commettendo un reato (favoreggiamento dell’immigrazione clandestina), abbiamo scelto un travestimento per non destare sospetti in frontiera: ci siamo travestiti da finto corteo nuziale! E visto che c’eravamo, abbiamo filmato tutto e l’abbiamo fatto diventare un film. Si intitola Io sto con la sposa e lo stiamo producendo dal basso su internet.

L’obiettivo è essere selezionati alla Mostra del Cinema di Venezia e di farne un film manifesto che riapra un dibattito sulle leggi che hanno trasformato le nostre frontiere in cimiteri. Perché il diritto non è neutro. Lo ha scritto Hanna Arendt e lo insegna la storia. Le leggi sono scritte da uomini e a volte sono scritte male. Crediamo sia arrivato il tempo di disobbedire. Di dire che nessun essere umano è illegale. E che i 20mila morti in mare di questo ventennio non sono vittime della burrasca, ma delle leggi che hanno impedito loro di viaggiare in aereo con un visto sul passaporto.

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