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Nove maggio e dintorni

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Un uomo a cui tengo molto sta ultimando un progetto.

Potendo scegliere tra una miriade di tematiche e idee da rappresentare fotograficamente, ha voluto per motivazioni legate alla sua sensibilità e curiosità indagare la storia di Gibellina prima e dopo il terremoto. Si è pertanto mosso recandosi sul posto non solo per usare la sua macchina fotografica ma, soprattutto, per osservare il paese, raccogliere gli umori, i sentimenti e l’anima degli abitanti. Per andare alla ricerca del senso e di quelle dimensioni nascoste dietro a ciò che di ovvio e scontato si può indagare. La sua ricerca è partita dalla strada, dallo stare ad osservare il movimento naturale tra i ragazzi nelle bici, quelli appresso ad un pallone, i vecchi dentro ai circoli a giocare a carte e a raccontarsi le vicende, gli artigiani dentro alle botteghe immersi nei loro lavori, le casalinghe col tuppo e il velo in testa che mettevano il naso fuori di tanto in tanto giusto per stendere le robe. Tutti avevano comunque nei suoi confronti una impressione, non faceva parte del loro paese, in quanto si conoscevano tutti abbastanza bene. Quindi quando si trovava a presentarsi, la reazione immediata era quella di curiosità e sorpresa. Questa dinamica è durata un bel po’ e gli ha permesso di raccogliere molte testimonianze per il suo lavoro, sentendo versioni e pareri anche differenti e cercando di raccogliere quegli elementi centrali che potevano suggerirgli una narrazione sufficientemente comprensibile.

Un classico lavoro di ricerca permette infatti di indagare da principio ciò che è meno noto per giungere a conoscerne le peculiarità, le sfaccettature più recondite e poco osservate. Ciò che può sembrare ovvio, osservato da un’altra angolazione porta alla creazione di una visione più complessa e d’insieme.

Col paese di Cinisi e con i suoi abitanti mi è sempre risultato automatico avere un approccio del genere. Non ho mai voluto sprecare del tempo a memorizzare le nciurie per riferirmi e ricollegarmi ad una determinata famiglia o gruppo allargato, ne’ mi è risultato utile conoscere le vicende esistenziali di quella o di quello tanto che, quando mi si dice un nome, se non è registrato nella mia rubrica non ho idea di chi si stia parlando. Questo disconoscere i personaggi e le vicende più in voga perché scandalose, curiose, impreviste, interessanti, nauseabonde, ridicole o altri diecimila aggettivi che volete, mi ha però favorito nella curiosità verso il modo di funzionare del cinisaro. Come quando ti metti davanti ad una puntata di Superquark e cerchi, assieme agli Angela, di capirci un po’ di più di come sei fatto.

E questo avviene per tanti fenomeni collettivi ma, soprattutto, per la vicenda di Peppino Impastato.

Quando si arriva a parlare di Peppino, s’impincinu i roggi. Accade qualcosa di strano. Arrivato ad un certo punto, nella rappresentazione folcloristica o se volete, elementare, degli eventi è come se si trovassero due schieramenti in posizioni completamente opposte. Una posizione, più corposa, occupata da tutti coloro i quali, contemporanei a Peppino, non ne coglievano il senso delle sue azioni e le giudicavano in base al suo adattamento al reale che per loro equivaleva a zero (per il loro senso del reale) e che continuano al giorno d’oggi a dipingerlo come uno stravagante senza cognizione, che non aveva idea del mondo e di come andavano le cose, perdeva tempo invece che trovarsi un lavoro, che ci rumpeva i cabbasi cu st’antimafia, ca faceva veniri femministe e omosessuali e parravano di aria fritta, e un post con coloro i quali non hanno conosciuto o hanno dimenticato le sparatine della mafia in mezzo alla strada, di sera nel Corso, con i morti innocenti o meno ammazzati, i politici al bar che dialogavano coi potenti del paese e con il boss sulle direzioni da intraprendere circa affari e interessi, e con altri ancora che non si pongono in una posizione così netta di opposizione e rifiuto nei confronti di Peppino ma che possiedono un giudizio comunque non neutrale. Di contro, “compagni”, contemporanei a questi, più o meno giovani, gente che ha voluto indagare ed approfondire alcuni aspetti di questa storia complicata, che purtroppo ci appartiene, si trovano a ricordare in quelle giornate in cui Peppino è morto, la sua vita e le sue azioni come simbolo di un possibile modo di stare a questo mondo, di fare politica, di incidere sul reale, di creare senso attraverso la condivisione e di promuovere un modo di fare cultura, sinonimo di crescita e apertura mentale in opposizione alle dinamiche classiche di sottomissione, sudditanza, senso di impotenza, deresponsabilizzazione e indeterminazione diffusi.

L’episodio della inaugurazione della Biblioteca di Cinisi avvenuto ad hoc durante l’ultima manifestazione del nove maggio, rappresenta forse in maniera emblematica questa condizione.

La vicenda è nota. Alcuni compagni dell’Associazione Peppino Impastato protestano a proposito della riduzione drastica, da parte di delibere comunali, degli spazi destinati loro dalla Prefettura, originariamente più ampi, beneficiari in quanto individuati destinatari di alcuni locali del bene confiscato al boss. La protesta condotta con cartelli ha assunto le forme di una diatriba portando il sindaco a giustificare questa presa di posizione e indicando come unico interlocutore istituzionale di tutta la vicenda il fratello di Impastato, scavalcando, di fatto, tutto un gruppo di persone che chiedeva, chiarimenti e motivazioni.

Questo confronto ha suscitato delle reazioni e ne ho lette davvero tante sui social. Chi dava ragione alle motivazioni assunte dal sindaco sulla necessità di acquisire per motivi funzionali al trasferimento della biblioteca, gli spazi, chi ha visto in questa azione, come tante altre portate avanti dal sindaco, solo un modo schizofrenico di parlare d’antimafia, chi ha giudicato i compagni inopportuni e chi si è identificato con il loro sacrosanto diritto di essere rispettati e riconosciuti come presenza della realtà territoriale e in diritto di vedere rispettato un loro spazio istituzionale.

La posizione meno ufficiale del sindaco e più emotiva su tutta la vicenda è possibile osservarla a partire da tutta una serie di performance che lo stesso ha sciorinato in questi mesi. Non si è certo risparmiato nel farle conoscere, sia in maniera diretta tramite i suoi comizi sul balcone di casa Impastato o nelle varie commemorazioni qua e là ma, soprattutto, indiretta con le testimonianze e gli scambi avuti fuori dai microfoni e dai registratori ma per fortuna conoscibili, tanto che ci hanno permesso di avere un quadro completo di tutto quello che è interessante sapere.

Alcune parti della storia del nostro paese sembrano voler essere abbandonate nel dimenticatoio a favore di versioni più soft e facilmente spendibili e di un antimafia più da palcoscenico e performance che di lotta. Lo sanno bene tutte quelle persone che hanno sofferto come cani per le cose in cui credevano, rischiando nelle loro relazioni e nella loro vita di trovarsi soli e con una memoria infangata. Cose che non possono capire post adolescenti e ragazzetti che con le opinioni su alcune vicende si mordono solo la lingua o, meglio, s’impasticciano sul touchscreen.

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