Home Attualità Istruzione… per l’uso!

Istruzione… per l’uso!

Ed è già passata la prima decade di settembre. I viaggi e le passeggiate si riducono, gli orari si rispettano, le giornate si accorciano… E si ricomincia a sentir parlare di scuola! E la parola “scuola”, in realtà, potrebbe ricollegarsi ad una smisurata varietà di cose.

C’è la scuola dal punto di vista degli insegnanti e quella dal punto di vista dei discenti; c’è la scuola che premia gli alunni in base al merito e quella che spesso dimentica la dignità professionale dei docenti; c’è la scuola che educa e forma e quella che istruisce; c’è la scuola dall’assenteismo crescente e quella partecipata; c’è la scuola degli scandali e quella esemplare; c’è la scuola sempre al centro delle riforme, quella dalle infinite graduatorie, sempre riviste e corrette, quella votata al risparmio e quella dei tagli frequenti.

Quello che si perde spesso di vista o che si dà per scontato, come se fosse ovvio o dovuto, è il diritto-dovere che questo termine, più specificamente legato alla formazione personale, si porta dietro.

“Il diritto all’Istruzione non può essere rifiutato a nessuno. Lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’istruzione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”.

E’ in questo modo che l’Articolo 2 del Primo Protocollo Aggiuntivo alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1952 (CEDU), una delle fonti principali in ambito internazionale, disciplina il Diritto all’educazione.

Il diritto all’educazione e all’istruzione è un diritto fondamentale e assoluto, riconosciuto ad ogni persona, solo per il fatto di esistere, a prescindere da condizioni economiche, sociali e politiche e spettante non solo ai bambini ma anche ad adulti, grazie ad un programma di educazione costante (cd. lifelong learning system). Alcune volte incentivata, altre scoraggiata, l’istruzione ha sempre avuto un’enorme portata morale ma un risvolto pratico circoscritto, difficile da gestire e coordinare, e limitato a varie categorie o fasce di popolazione: basti pensare alla distinzione uomo-donna o adulto-bambino; alla differenza dell’offerta educativa per fasce di reddito; alla completa disattenzione, fino a ben poco tempo fa, per disabili o stranieri.

Forse stupisce pensare che nella Grecia antica il processo d’istruzione ed educazione (veramente onnicomprensivo!) portava un bimbo a diventare non solo un Uomo, degno di prendere il suo posto nella società, ma anche Cittadino…

Il suo significato, alquanto ampio, si basa innanzitutto su una sfumatura di degno rilievo: e a ben riflettere, infatti “Educazione” e “Istruzione” non sono la stessa cosa! Da dati enciclopedici, l’Educazione, attraverso lo scambio di conoscenze e valori nello stesso tempo, forma l’individuo lungo tutta la vita, anche nei momenti di “vita associata”, l’Istruzione invece avviene solamente tramite l’insegnamento, soprattutto scolastico.

A partire da questa sottile differenza, possiamo concentrarci sul fulcro del diritto, che – ci insegnano le norme – comprende 3 pilastri:
1. l’accesso al sistema d’istruzione, obbligatorio e gratuito, almeno per quanto riguarda l’istruzione primaria;
2. il pluralismo scolastico;
3. il rispetto per le convinzioni filosofiche e religiose dei genitori.

Dunque… Iniziamo!

1. Il primo aspetto, l’accesso obbligatorio e gratuito al sistema educativo, corrisponde all’obbligo per gli Stati (e, per effetto del potenziamento delle autonomie territoriali e del decentramento, anche per Regioni, Province e Comuni), di assicurare un’educazione appropriata ai propri cittadini, anche stranieri o disabili, senza alcun tipo di discriminazione o distinzione, e un’educazione gratuita nei confronti delle fasce di popolazione in condizioni economiche più disagiate.

Fine ultimo, costituzionalmente sancito: garantire l’eguaglianza di tutti i cittadini e, a lungo termine, rimuovere le barriere economiche per l’eliminazione di ranghi sociali predefiniti.

Tuttavia, è da sottolineare il fatto che la definizione di “sistema di istruzione obbligatorio e gratuito” spetta agli Stati stessi, i quali potranno organizzarsi a tal proposito come meglio ritengono opportuno e consono, seppure non assicurando questo diritto secondo i precisi desideri di ciascuno, evitando qualsiasi violazione.

L’Articolo sopra citato, inoltre, non specifica se questo diritto debba essere riferito solo all’istruzione primaria o anche a quella superiore (mentre l’Articolo 34 della nostra Costituzione si ricollega solo all’istruzione primaria): nel caso in cui, in qualche maniera, l’accesso possa essere garantito anche nell’ambito di un’istruzione superiore molte sono le limitazioni presenti. Basti pensare al “numero chiuso o programmato”, ormai prassi di ogni nostra facoltà universitaria. E se qualcuno di voi sta pensando che questa sia un’ingiustizia o una violazione del diritto allo studio, ebbene … dovrà ricredersi: proprio lo scorso anno, la Corte Europea per i diritti dell’uomo ha espresso il suo parere al riguardo, evidenziando la mancanza di una violazione effettiva del diritto all’istruzione da parte dello Stato italiano.

La mancanza di un numero massimo di tentativi per accedere, anche in altre e diverse facoltà e anche negli anni successivi, insieme alla volontà di assicurare in questo modo alti livelli di professionalità ed un appropriato grado di istruzione, infatti, giustificano, sempre secondo la Corte, i test di accesso.

2. Andando avanti per il secondo punto, garantire il pluralismo scolastico e di insegnamento non significa solamente mettere a punto diversi programmi educativi, da impartire in maniera oggettiva e neutrale, evitando l’indottrinamento e la propaganda, ma significa anche, per esempio, incentivare programmi di scambio culturale e favorire la nascita di istituti scolastici privati, in modo da dare ai genitori l’opportunità di scegliere la tipologia di istruzione da impartire ai propri figli (quasi solamente in Italia, infatti, “scuola privata” è sinonimo di preparazione peggiore o carente, oppure di compravendita di titoli di studio… basti pensare ai cd. “diplomifici”).

3. Non possiamo evitare di considerare che il primo luogo di formazione del bambino è la famiglia: in casa si forma la personalità dei bambini, attraverso le scelte dei genitori, attenti ai bisogni dei propri figli. Di conseguenza, i genitori sono i primi responsabili del percorso formativo dei figli e non si può, dunque, prescindere dai loro valori e dalle loro personali convinzioni.

E si badi che il termine “convinzione”, possiede una connotazione più forte di “idea” o “opinione”. A questo proposito uno dei problemi principali è l’insegnamento della religione o dell’educazione sessuale o di una lingua piuttosto che di un altra.

Lo Stato sarà responsabile della scelta delle materie e della organizzazione del programma educativo, che potrà variare in relazione al tempo e al luogo e in relazione ai bisogni della comunità e degli individui.

Malgrado vi siano opinioni contrastanti circa il rapporto fra crescita, anche economica, di un Paese, e livello d’istruzione; malgrado venga sfatato il mito dell’applicabilità del circolo keynesiano anche in campo educativo, resta comunque il fatto che il diritto all’istruzione e all’educazione sta alla base di tutta una serie di altri diritti che senza di questo non possono essere consapevolmente esercitati.

Quando la Politica (che, fra le altre cose, etimologicamente parlando, non è altro che “l’arte di governare la società o la cosa pubblica”), decide di tagliare qualche costo superfluo in questo campo, o quando al contrario decide di investirvi, non sta facendo altro che decidere del futuro di uno Stato.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments