La copertina del fotolibro

Nell’ambito delle iniziative per il 37° anniversario dell’assassinio mafioso di Peppino Impastato si è svolta, presso la sala civica del Comune di Cinisi, la presentazione del libro fotografico “9 maggio 1978 – Le verità negate” Ed. Casa Memoria.

L’incontro è stato organizzato da Casa Memoria, Centro Impastato (PA) e Ass.ne Peppino Impastato di Cinisi.

Il primo a intervenire è Giovanni Impastato. <<Questo libro – dice – vuole essere un omaggio e un riconoscimento ai compagni di Peppino, tutti i compagni, senza eccezioni e senza protagonismi>>. Nel libro, infatti, non c’è un curatore ma tante testimonianze. Giovanni ricorda che furono loro, i compagni, a raccogliere i brandelli del corpo di Peppino all’indomani dell’assassinio, ricorda gli interrogatori, le minacce dei carabinieri quando si accennava alla mafia. Ricorda che quella mattina rimase bloccato in caserma per diverse ore. Parla del casolare dove fu massacrato Peppino. L’anno scorso Crocetta aveva fatto un decreto per acquisirlo ma quest’anno il proprietario lo fa trovare chiuso davanti a migliaia di giovani. Si augura, infine <<che queste giornate facciano riflettere sulle problematiche da portare avanti insieme, ciascuno con la propria autonomia. Senza protagonismi e con umiltà>> e ricorda sua madre che diceva: <<Andate avanti ma fate attenzione>>.

Un momento della presentazione. Sulla sinistra, Paolo Chirco
Un momento dell’incontro. Sulla sinistra, Paolo Chirco

Paolo Chirco è l’autore delle foto. Ringrazia Casa Memoria, che ha già pubblicato “La Memoria e l’Arte” e ringrazia i compagni che hanno contribuito, con le loro testimonianze, alla realizzazione del volume dedicato in gran parte alle foto fatte la mattina di quell’ormai lontano 9 maggio, alle immagini del funerale e del corteo spontaneo subito dopo. Un fotolibro dai forti contenuti emozionali che dà spazio anche a chi non è più tra noi, come la madre di Peppino o Vito Lo Duca. Testi ripresi da altre pubblicazioni e qui riproposti in parte. Racconta che quando arrivò sul luogo del delitto, la mattina del 9 Maggio, tutto era già sistemato, la ferrovia ripristinata. Gli altri compagni sono stati mandati in caserma e lui fa le foto. <<Questo libro – dice – è pieno delle parole dei compagni e sono parole che vengono dal profondo di ognuno di noi perché, come dice Marcella Stagno, “In questi lunghi anni il bisogno di giustizia ha portato a mettere in primo piano la figura di Peppino e a tralasciare l’elaborazione di un lutto personale che ancora oggi non è del tutto risolto”>>.

Interviene anche Giacomo Randazzo che focalizza l’attenzione sul fatto che ai tempi del Circolo “Musica e Cultura” c’era il Noi. <<Oggi – dice – qualcuno usa dire Io e pensa di parlare a nome dei compagni>>. Anche Pino Dicevi riprende questo discorso per puntualizzare che “la soggettività non va esclusa” anche se negli anni ’70 si lavorava in gruppo. Interviene anche Andrea Bartolotta che non ha dato la sua testimonianza nel libro ma si dice d’accordo con quello che ha letto sinora. Parla della rabbia che non è finita e non finirà mai. <<In Italia – dice – la legalità non esiste: ci sono le leggi e noi le rispettiamo ma sono loro che non le rispettano. Loro, le istituzioni. C’è tanta rabbia per aver dovuto subire il depistaggio. Subranni ha fatto carriera e noi non lo abbiamo saputo impedire, non ci abbiamo creduto abbastanza. Siamo stati bravi all’inizio a scoprire il depistaggio ma poi abbiamo lasciato che Subranni facesse la sua carriera fino a generale dei carabinieri senza intervenire. Potevamo fare dei sit-in davanti al tribunale. Potevamo coinvolgere la parte sana delle istituzioni per non fare prescrivere il depistaggio. Si dovrebbe fare una legge di iniziativa popolare per abolire la prescrizione per i reati di depistaggio specialmente quando sono coinvolte delle vittime>>.

Infine, interviene il sottoscritto. Ricollegandomi all’intervento di Andrea Bartolotta parlo di un mio quadro, I meccanismi dell’isola, in cui è disegnata una Sicilia che da uno strappo della superficie lascia intravvedere dei meccanismi con ruote dentate: un’allegoria per dire che aldilà dell’apparenza c’è un’altra storia. Una storia di depistaggi che parte da Portella della Ginestra e, attraverso casi emblematici come Peppino Impastato, Mauro Rostagno, l’agente Agostino, la strage della caserma di Alcamo Marina, l’arresto di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il caso del maresciallo Lombardo e altri episodi che qui sarebbe troppo lungo elencare, arriva ai nostri giorni con la cosiddetta trattativa. Una storia piena di buchi neri che solo in alcuni casi e dopo troppi anni vengono illuminati (Peppino Impastato dopo 24 anni, Mauro Rostagno dopo 26 anni). Troppi anni, perché quando si scoprono gli autori dei depistaggi è troppo tardi e diventa inutile giudicarli perché non si possono condannare: c’è la prescrizione. Ecco perché è giusta e sacrosanta la proposta di Andrea Bartolotta: abolire la prescrizione per il reato di depistaggio in particolare quando ci sono state delle vittime.

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