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Il filo rosso della Memoria di Pino Manzella

Lo incontriamo qualche giorno prima della sua mostra al Margaret Café. E poi qualche giorno dopo. La saletta è piena di vita anche quando vuota di persone.

Sono i volti e le atmosfere che Pino ha impresso sulla tela a creare uno strano dinamismo e una insolita vitalità. Sebbene molti dei protagonisti dei suoi quadri non siano più tra noi, la percezione che si ha entrando è quella di incontrarli nuovamente lì, a volerci raccontare qualcosa.

E lo fanno tramite la voce di Pino che ci accompagna lungo ogni singola tela. 

appunti_per_una_storia_dell'intolleranza

«Appunti per una storia dell’intolleranza ha quasi vent’anni. Si chiama “appunti” come se si dovesse scrivere un libro. Quando lo guardi, le cose le devi andare a cercare; ci sono alcuni simboli che fanno la storia dell’intolleranza: il nazismo, la chiesa, il comunismo sovietico, la statua della libertà con la spada in mano, lattine di coca cola come emblema del consumismo.

Questa statua della libertà armata di spada non è casuale. Se ne parla all’inizio del romanzo America di Kafka con l’arrivo della nave al porto di New York. E’ un lapsus bellissimo perché prefigura quello che saranno gli Stati Uniti».

Anziché fiaccola che illumina, spada che domina

«Ho dipinto una serie di quadri su questa cosa perché questo lapsus è illuminante sul futuro della storia degli Stati Uniti. Qui entriamo in quel mondo di coincidenze che non sono coincidenze di Savinio. Savinio parla dei refusi non casuali della scrittura. E questa mi sembra una di quelle coincidenze che non è casuale.

E poi questo uccello che vola al di sopra del filo spinato rappresenta la libertà. Gli uccelli non conoscono confini o frontiere. Il tutto dentro un libro di legno, una tavola da letto che si usava una volta.

Del ‘79 è il disegno a matita del volto di Peppino che, ingrandito, servirà per fare successivamente lo striscione con la scritta La mafia uccide. Il silenzio pure.

Mamma Felicia l’ho ripresa da una mia foto. Per me è una foto eccezionale perché è stata la prima volta che le ho visto sul volto una lacrima: si era commossa ascoltando una canzone che cantavano i ragazzi della Scuola Media di Cinisi. Ascoltava quella canzone appoggiata alla porta e improvvisamente quella lacrima che brilla… Ho scattato così velocemente senza neanche mettere a fuoco… Eravamo ancora al tempo della pellicola…».

E tu hai catturato quel momento.

«Sì, e lo ricordo sempre con una certa emozione… Come quell’altro scatto dove saluta a pugno chiuso, forse unico.

viaggio_immaginario

Questo a sinistra invece è Il viaggio immaginario. Praticamente Peppino, nell’ultima campagna elettorale, qualche giorno prima di morire, mi parlava del fatto che dopo avrebbe voluto fare un viaggio in Sud America. Rappresenta il viaggio che Peppino non ha mai fatto.

In realtà al centro di queste terre immaginarie c’è una cosa tipicamente siciliana, un anello di ferro dove si legava il mulo o il cavallo. Perché lui probabilmente sarebbe partito ma sarebbe poi tornato perché era troppo legato a questa terra. Era uno che voleva cambiare le cose qui anche se aveva voglia di staccarsi un po’ da determinate situazioni che viveva».

I nostri occhi girano tra le opere appese ai muri e incrociano “La macchia rossa”, un quadro esposto per la mostra “Arca” che si è tenuta a Palermo.

«In questo quadro il bambino dentro sua madre è su un’arca sicura, in contrapposizione all’altra arca che è invece insicurissima, tant’è che il filo diventa una macchia rossa, rossa come il sangue di coloro che muoiono nel nostro mare.

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Questo del ‘92 è invece Picasso visita “Il trionfo della morte” a Palermo di poco dopo l’uccisione di Falcone. E’ una metafora del “Trionfo della morte”. In quel periodo, dopo quell’attentato, era un vero e proprio trionfo della morte. Qui immagino questa visita di Picasso al famoso affresco a cui probabilmente si è ispirato per la sua Guernica.

Quello a sinistra è il murale che abbiamo fatto a Casa Memoria. Riprende il discorso della memoria trasfigurata e sfigurata di Peppino che viene ricucita attraverso il lavoro nostro di controinformazione, quel lavoro che tiene accesa la fiamma della memoria.

Abbiamo fatto in modo che non fosse ricordato come terrorista ma come uno che è stato ammazzato perché lottava contro la mafia e assieme a lui fossero ricordati quelli che hanno fatto parte di questa storia: mia moglie Fanny Vitale che era del gruppo femminista, Agostino Vitale che ha iniziato assieme a lui l’esperienza del giornale, Guido Orlando che faceva il fotografo e che si è unito a Peppino dopo, rispetto alla nascita di “Musica e Cultura”; lui era in un gruppo teatrale qua a Terrasini con cui condividevamo le stesse inquietudini; poi Felicia, sua madre e Vito Lo Duca. Questo filo rosso vuole essere un simbolo che unisce e ricostruisce la memoria mentre i documenti fanno da sfondo alle storie. Prima cercavo di capire il documento e il disegno nasceva dal contenuto del documento, ultimamente la scrittura ha valore solamente estetico.

totem_della_memoria

In questo Totem della memoria ci sono le storie più esemplari. Partiamo da Portella della Ginestra per arrivare a Rita Atria, Falcone, Borsellino. Praticamente la storia degli ultimi 70 anni. Ovviamente non si potevano mettere tutte le storie, avrei dovuto fare un totem lunghissimo. C’è il nero del lutto e il filo rosso che collega questi morti di mafia. Ciò che è bello, di questo totem, è che è vivo. Quando ho incollato i documenti al legno, questi erano interi. Il legno continua ancora oggi a muoversi e ha ulteriormente strappato i documenti stessi: è una cosa che a me piace, la sento come una memoria viva.

 

ricordo_di_peppino_rostagno_fava

Di questo disegno Ricordo di Peppino Impastato, Giuseppe Fava e Mauro Rostagno sono state fatte cinquecento stampe. Era la prima cosa che si faceva a Cinisi, a scuola, su Peppino e risale al ’95. I ragazzi avevano scritto poesie e testi in prosa che sono stati raccolti in un libro. Come premio per la partecipazione ricevevano questa stampa che entrò in molte case di Cinisi. Mia figlia Mara fa le bolle di sapone e dentro le bolle ci sono Peppino, Giuseppe Fava e Mauro Rostagno, tre che facevano controinformazione denunciando mafia e corruzione e per questo la loro vita era molto precaria, come le bolle di sapone. L’altro dipinto l’ho ripreso con la stessa posizione ma vent’anni dopo, con più bolle di sapone perché nel frattempo erano morti altri compagni.

una_madre_un_figlio_un_assassino

Questo dell’81 è una pagina di Lotta Continua, uno dei pochissimi giornali che scrisse subito di “assassinio mafioso di Peppino Impastato” assieme al Quotidiano dei Lavoratori e ad un altro giornale. Questo quadro s’intitola: Una madre, un figlio, un assassino… L’assassino è sullo sfondo. Per dirla tutta, a me ha dato fastidio quando qualche anno fa, in una mostra nella ex casa Badalamenti, fecero un ritratto di don Tano riproducendolo in un muro della sua casa. Per me è stato come avergli dato l’onore di essere rappresentato. Nel mio quadro lui rimane sullo sfondo, è poco più che un’ombra, non si vede nemmeno.

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Qui un appunto grafico del ’78, Funerali di Peppino Impastato, praticamente qualche giorno dopo l’uccisione. In realtà pensavo di farlo poi più grande ma siccome una cosa del genere l’aveva fatta Guttuso, mi dispiaceva copiare; però chissà potrei anche ripensarci. Allora io utilizzavo un album quasi come si fa con un diario, per i miei disegni; questa cosa la faccio ancora adesso. Mi piace appuntare i posti dove vado con disegni di un minuto, veloci ma che mi servono per appuntare un’emozione.

pino_manzelaa_filo_rosso_copertina

Questo quadro, Peppino e i suoi compagni, l’ho iniziato negli anni ’80 quando insegnavo in Sardegna. Ci lavoravo in campagna d’estate e ho impiegato parecchio tempo a finirlo anche perché ho ricercato in maniera accurata tutti i visi, com’eravamo negli anni ’70.

manifesto_circolo

In questa mostra ho messo pure un manifesto di uno spettacolo al Circolo Musica e Cultura. Sono rappresentati due pugni che rompono le catene. Era un po’ la visione che avevo della società di Cinisi di allora, una società schiacciata sotto una cappa di falso perbenismo e di ipocrisia. Era un modo per dire graficamente quello che volevamo fare: liberarci da quelle catene che imprigionavano le nostre menti e le nostre vite. E non volevamo liberarci da soli.

Chissà se ci siamo riusciti».

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