Il Professore Michele Ciacciofera

Maggio 2015. In occasione del ritorno del Palio dei rioni, incontriamo Daniela Ciacciofera, figlia del professore Michele Ciacciofera. “Ù professuri”, così chiamato dai suoi alunni, ideò il Palio dei rioni, insieme ad Agostino Vitale, Andrea Di Salvo e Salvatore Chirco.

Per chi, come me, non ha conosciuto il prof. Ciacciofera, chi era Michele Ciacciofera?

«Mio padre, Michele Ciacciofera, era “ù professuri”, così lo chiamavano i suoi ragazzi. Ho pensato giorni fa, in vista di quest’intervista, a delle parole che potessero identificarlo. La generosità, la passione e il sacrificio.» «E la bontà!» – suggerisce Elena Michela, 8 anni, nipote del professore che tiene anche lei a ricordare. «Perchè la passione? Perchè lo sport era davvero la sua passione, mio padre rinunciò alla carriera militare, carriera che suo padre aveva destinato per lui, ma lui non resistette 4 anni nell’esercito. E poi volle dare libero sfogo a quella che era la sua passione.»

Il suo motto era “mens sana in corpore sano”. Cos’era per lui lo sport?

«Lo sport non deve essere inteso soltanto come divertimento, ma è proprio un’educazione. Perchè lo sport ci permette di essere liberi, sani, lo sport ci permette di non deviare. Ed era questo il messaggio che lui intendeva trasmettere.»

Che professore era?

«Lui ha iniziato come professore di educazione fisica ad Udine, dove sicuramente il contesto sociale era diverso, e gli si permetteva di esercitare il suo mestiere in maniera più semplice proprio per le infrastrutture che si trovavano in contesti pubblici, e non solo privati. Poi la vita lo riportò in Sicilia, e decise di abbandonare l’insegnamento nelle scuole superiori preferendo la scuola media, a Cinisi, appunto. Erano fine anni 70, inizio anni 80, quindi sicuramente il contesto sociale e politico non era semplice. Lui non insegnava educazione fisica, lui insegnava o ginnastica o fisica. Far capire ai ragazzi e anche ai colleghi che era “educazione fisica”, che c’era un voto in una pagella… E’ stato difficile. Ricorderò sempre la sua espressione di quando il professore Lo Duca gli fece visitare la palestra, di cui loro andavano fieri: “Come scantinato adibito a palestra va bene!”, rispose lui. Mio padre era un uomo con un grande senso dell’humor, sottile ma pungente. E da lì iniziò la sua lotta per migliorare il contesto sportivo pur restando educativo.

Era fine anni 70, da poco era andato via Peppino Impastato, anni in cui tutto ciò che era lotta, tutto ciò che era novità, non era ben visto. Perfino la ragazza in tuta, non che scandalizzasse, ma non era come il ragazzo che poteva giocare al pallone. Lo sport quindi era solo giocare a pallone per strada. Mio padre volle però portare quello che lui aveva già vissuto, come le gare provinciali, regionali. Era tutto una novità e non sempre ciò che è nuovo viene accettato e condiviso. Ma lui non demordeva mai perchè credeva in ciò che faceva. Iniziò ad allenare questi ragazzi e ad iscriverli alle competizioni e sopratutto per le ragazze ebbe molte difficoltà. Come se lo sport fosse una perdizione. Lo sport è educazione.»

Cos’era il Gruppo Sportivo?

«Il Gruppo Sportivo erano delle attività pomeridiane per preparare questi ragazzi. Poi, anche se molti dicono che non è così ma io ho le foto che lo testimoniano, mio padre iniziò ad allenare la squadra del Cinisi che non era piazzata bene. Lui riuscì a trovare nuove leve, fra cui Sclafani, Di Blasi, Storaci e altri, formando la squadra. Io dico che mio padre era un uomo pieno di passione e generosità perchè tutte queste cose le ha fatte sempre per lo sport. Non ha avuto mai nessun compenso. Mai.

Chi pagava tutto questo eravamo noi, figlie. Allora, piccole, non capivamo perchè papà la domenica seguiva la squadra, o perchè il pomeriggio andasse a seguire i suoi ragazzi. E non per questo è stato un padre assente. Anzi. Mio padre è stato un amico con cui io potevo confidarmi, più che con mia madre. Io con mio padre studiavo, perchè lui amava studiare, ho imparato a fare le parole crociate a 7 anni, perchè era la sua passione ed io lo seguivo. Però eravamo comunque gelose, perchè questo tempo che ci veniva tolto non lo capivamo. Lo abbiamo compreso negli anni, crescendo riesci a capire comportamenti dei genitori che magari da bambina non capisci. Quello che in quel momento viene percepito come severità, troppa generosità verso gli altri, in realtà sono valori che poi noi trasmetteremo ai nostri figli.»

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Poi si è arrivati al Palio dei rioni.

«Mio padre era una persona molto colta e aveva molta fantasia. Cercava di utilizzare quel poco per fare il più possibile. Quindi ideò nell’88 il Palio dei rioni. Divise il paese in quattro quartieri, organizzando delle attività sportive. Era carino poter dare un premio, a tutti. Volle tessere il paese. Andò da tutti i commercianti per racimolare i premi, fra cravatte e kg di salsiccia. Ovviamente la mia emozione, di figlia, mi porta a parlare di mio padre come se fosse un eroe, sicuramente è il mio. Ma mi fa piacere vedere che, nonostante gli anni, quando torno la gente mi riconosce come la figlia di una brava persona, di un uomo buono. Lui avrebbe continuato questa sua piccola lotta, perchè avrebbe voluto che anche tra i ragazzi di Cinisi ci fossero dei grandi campioni. Mio padre quando era ad Udine aveva il ruolo di scovare i campioni come Venanzio Ortis, campione italiano di 5000 e 10000 mt, medaglia d’oro e d’argento, Franco Bertoli grande campione e capitano della Pallavolo italiana noto come “mano di pietra”, Pietro Fanna calciatore dell’Atalanta e Juventus ed altri ancora.

Il suo cammino è stato fermato dalla malattia che nel ’91 se lo è portato via. E quello che non dimenticherò mai, e mi basta chiudere gli occhi, è stato trovare tutta la scolaresca il giorno del suo funerale tutti con la tuta e le scarpe da ginnastica, per salutarlo come lo salutavano tutti i giorni: “Arrivederci professuri.” »

Saluto Daniela e la piccola Elena Michela con la sensazione di aver anch’io conosciuto ù professuri.

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