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In ultimo il titolo

Buffa, no? La storia della balena. Neanche ricordo come ci sono finito dentro; nuotare so nuotare, questo sì, ma le balene mica ti arrivano sotto casa, e nemmeno a pochi metri dalla riva, devi allontanarti, non aver paura dello spazio in cui si perde lo sguardo. Una bracciata, un’altra, senza voltarti, attratto dalla profondità.


Io però ho sempre preferito la comodità, l’acqua soltanto per rigenerare la pelle dopo uno scottante bagno solare. Stile libero, poi delfino. Tre quattro vasche, nemmeno di quelle olimpioniche. Al più un centinaio di metri, poi spalle allo spazio infinito e si torna indietro, si torna a casa.
Quindi cosa ci faccio qua dentro?
Cioè, cosa ci faccio lo so. Nuoto: per tenermi un po’ in forma, magari un giorno, ancora senza sapere come, i miei piedi torneranno a calpestare la terra e incontrerò una donna interessata alle mie spalle o ai muscoli pettorali. Mangio: il pesce non manca – dopo aver letto Pinocchio, non sono riuscito a credere alla storia del plancton – prima non mi piaceva, soffrivo anche di mal di mare, ma ci si abitua a tutto, no? Penso: a come uscire da qua, alla possibilità di un’isola come primo approdo; ultimo, la donna interessata a spalle e pettorali.
Nient’altro. Nessuna grande idee è venuta fuori. Nonostante buio, silenzio e solitudine.
Ma non intendevo questo. Cosa ci faccio qua dentro: cioè come ho fatto a finirci? Io non mi allontano mai dalla riva. Stile libero, delfino. Vasca corta.
O forse i nostri sensi, i miei nello specifico, sono davvero in errore e io non sono dove credo. Nessun cetaceo. Il mio appartamento. La mia vita. Il pc. Tutto qua.
Non so. Non so cosa credere. La sospensione del giudizio. Pirrone, ho letto che su una nave, il mare una tempesta, restavi impassibile affermando che non vedevi il motivo per abbandonarti alla paura, non avendo alcuna certezza sulla veridicità delle tue rappresentazioni sensibili. Correva l’anno 300 a.c. o giù di lì.
Io quindi tutto sommato sono al sicuro: o dentro la pancia di una balena, che se anche dovessimo incrociare una baleniera giapponese, male per lei, la aprono ma con il grasso tirano fuori anche me (certo, dovesse morire di vecchiaia, ci inabissiamo negli abissi e niente più pesce fresco, ma magari di vecchiaia muoio prima io; quanto vivono le balene?); o dentro l’incomprensibile banalità dell’esistenza, di una delle tante vite possibili. Nessun pericolo di morte; un po’ di noia, questo sì.
Quindi, quasi quasi, ovunque io sia, smetto di arrovellarmi e inizio a immaginare una storia. Paradossale, come piacciono a me. Per distrarmi, dalla noia cetacea o dall’incomprensibilità dell’essere. Ma questa volta non la racconterò a nessuno. Muto come un pesce. La terrò per me, come una pietra preziosa, il silenzio lo scrigno. Per riuscire, però, per aver voglia di tornarci anche dopo averla terminata, devo prendermene cura: edificare con stile una struttura. Renderla vivida, quasi fosse un ricordo. Foggiare un’arma, l’arpione con cui difendermi ogni qualvolta l’incomprensibile cetaceo avrà voglia d’inghiottirmi.
Sono sincero, non so se riesco. Attività creativa una parola. Ma il titolo, no, su quello non ho dubbi:

Come entrai e uscii dalla balena.

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