Lo scoop è datato 26 ottobre 2015: l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) mette nero su bianco la connessione tra carni rosse processate e insorgenza di cancro, generando allarmismo generale tra la popolazione tutta (o quasi).

KEEP CALM!

Come sempre, dinanzi ad una notizia di un certo calibro (e questa lo è) si possono osservare diverse reazioni, sulla base delle quali è possibile classificare le persone.

In merito alla notizia in questione è possibile individuare:

  • I “caduti dalle nubi” quelli del “cosa??? ma che stanno dicendo?!”, insomma, quelli che non avevano mai neppure sentito parlare del legame evidenziato da anni tra uno smodato consumo di carne rossa e diversi tipi di tumore (in primis quelli a carico dell’intestino), e che nel momento in cui hanno appreso la notizia hanno deciso che non mangeranno più wurstel (fino alla fine della giornata);
  • Quelli che.. “e allora?” ma non si sapeva già? Che c’è di nuovo?
  • Gli indifferenti, la notizia gli scivola addosso e non gliene può fregar di meno di cosa dice il Tg, l’OMS o il presidente della Repubblica: io al pane e salame non rinuncio!

Di tanto in tanto capita di sentire notizie che, rispetto ad altre, per svariati motivi, hanno il potere di generare “rumore”, molto probabilmente perché toccano temi sui quali non manca mai il dibattito o dei tasti a noi sensibili e cari, e cosa c’è di più caro del cibo che portiamo in tavola ogni giorno?

Simili notizie, però, si trascinano dietro alcuni rischi, come quello per cui il “rumore” generato è così forte da oscurare il messaggio, per cui si preferisce tappare le orecchie e andare avanti per la propria strada, ignorando il presunto problema; oppure, la notizia rimbalza da una testata giornalistica a un’altra, da un link condiviso su facebook a un altro, con il pericolo che il lettore si soffermarsi a leggere soltanto il titolo dell’articolo o la frase “shock” che il giornalista esperto ha volutamente scritto per colpire l’attenzione del lettore, mettendo in risalto solo un determinato aspetto dell’intera informazione.

Per raggirare ogni pericoloso fraintendimento, o l’indifferenza, che forse è anche peggio, è bene dunque fermarsi, fare un passo indietro e risalire alle fonti da cui tutto è partito, per provare a capire di cosa si parla, perché sta creando scalpore e se è lecito preoccuparsi.

Anzitutto presentiamo i protagonisti della nostra storia. Da una parte abbiamo l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), che si pone l’obiettivo di promuovere la collaborazione internazionale nella ricerca sul cancro. L’Agenzia, che è parte dell’Organizzazione mondiale della sanità, è interdisciplinare, riunisce competenze in epidemiologia, scienze di laboratorio e biostatistica per individuare le cause del cancro, in modo che possano essere adottate delle misure preventive. La fonte di cui si sta parlando, quindi, è più che autorevole.

Dall’altra parte l’imputata: la carne lavorata, cioè sottoposta a determinate procedure per accentuarne il sapore o consentirne la conservazione, e tra queste ritroviamo le carni in scatola, i salumi, le salsicce, i wurstel.

I tanti insaccati, nel banco frigo di un supermercato.
I tanti insaccati, nel banco frigo di un supermercato.

Che cosa è successo?

Riesaminando le conclusioni di oltre 800 studi, 22 esperti provenienti da dieci Paesi hanno classificato la carne processata come cancerogena per l’uomo, e, in seguito a tale risultato, l’IARC tra i gruppi di sostanze riconosciute come cause del tumore (in totale i gruppi sono quattro), l’ha inserita nel gruppo 1 (di cui fanno parte tutti quegli agenti cancerogeni per cui esiste un’evidenza scientifica abbastanza forte da poterli definire tali:  es. il fumo di sigaretta, l’alcol, lo smog, l’amianto). Negli altri tre gruppi rientrano (sulla base della mole di dati scientifici ad oggi presenti) gli agenti cancerogeni probabili (gruppo 2, es. carne rossa non lavorata), i possibili (gruppo 3) e infine le sostanze probabilmente non carcinogene per l’uomo (gruppo 4).

Perché tanto trambusto? D’altronde non è mica stata scoperta l’acqua calda, si predica da tempo che l’eccessiva assunzione di carni rosse è associata ad alcuni tipi di cancro, e medici, nutrizionisti e telegiornali lo evidenziano e ne raccomandano un uso razionato da sempre. Probabilmente il motivo di tale risonanza è che a far la voce grossa questa volta non è stato l’ esperto di nutrizione di turno o la popolazione vegetariana (fra l’altro sempre più numerosa), bensì “sua signoria” OMS; o magari il fatto che le carni lavorate siano state equiparate al fumo, da sempre il sommo re dei fattori di rischio.

L’argomento richiederebbe un approfondimento più dettagliato e a cui non è possibile dare spazio in questo articolo, ma ciò non toglie che il lettore non possa esaudire questo desiderio ricercando da sé il materiale (e certamente in questi giorni non avrà difficoltà a trovarne).

Alcune considerazioni.

La prima, generale, riguarda l’utilizzo che possiamo fare di queste ultime informazioni. Di fatto le carni conservate non sono altro che uno dei fattori di rischio accertati che potenzialmente può contribuire all’insorgenza di alcuni tumori, ma certamente non l’unico. Questo vuol dire che limitarne (se non si riesce ad evitarne del tutto) l’assunzione è fondamentale, ma è solo uno dei comportamenti salutari raccomandati che può diminuire la probabilità di sviluppare certi tipi di tumori e malattie in generale, quanto stare alla larga da altri fattori di rischio abbastanza noti (in primis fumo, alcol e sedentarietà). Quando si parla di fattori di rischio si tende a non prenderli sul serio, considerando remote le probabilità che realmente costituiscano dei pericoli per la nostra salute e che col tempo possano dar frutto a serie patologie. Se vedo un burrone davanti a me la percezione del pericolo è immediata, per cui mi guardo bene dal fare un ulteriore passo in avanti che mi faccia cascare di sotto, ma se sto percorrendo una strada e so che prima o poi potrei incontrare un burrone che me la sbarrerà, difficilmente ne cercherò un’altra (specie se il percorso è gradevole), d’altronde so solo che ho una buona probabilità di incontrarlo: se non lo vedo con i miei occhi non percepisco la reale portata del pericolo. Allo stesso modo ci comportiamo con i fattori di rischio. rischiamo!

“Cosa viene mi prendo”, è il pensiero che va per la maggiore.

Sarebbe bene stare attenti a questo. Ciò non vuol dire assecondare l’allarmismo e non toccare più cibo, ma soltanto non sottovalutare dati e numeri. Vuol dire iniziare a sintonizzarsi con il messaggio che se è vero che fumare una sigaretta non innescherà immediatamente un tumore ai polmoni, una o più sigarette inserite nelle nostre abitudini quotidiane saranno comunque dei mattoncini che con il passare del tempo potrebbero generarlo. Allo stesso modo dovrebbe essere considerata l’assunzione delle carni lavorate e conservate: è vero che non si tratta di un veleno, e mangiarne ogni tanto non ci ucciderà, così come è vero che non mangiarne non escluderà totalmente la possibilità di sviluppare in futuro un tumore al colon. Le certezze sono poche, ma tra queste,  c’è una percentuale importante di nocività legata alla loro assunzione (50 grammi di carne processata al giorno fanno aumentare del 18% il rischio di tumore al colon retto), cosa questa comporterà dipenderà da tanti fattori, tra cui la predisposizione genetica, l’esposizione ad altri fattori di rischio, il destino..

Come si traduce tutto questo?

Non siamo veggenti e non possiamo sapere quale futuro avremo in serbo, ma abbiamo delle evidenze scientifiche, delle informazioni rilevanti che possiamo utilizzare da bussola per guidare i nostri comportamenti quotidiani verso la direzione della salute.

Per quanto riguarda le più specifiche abitudini a tavola:

  • Se proprio non si riesce ad eliminare le carni conservate dalla propria dieta, quantomeno è raccomandato limitarne l’assunzione e trasformare la norma in un’eccezione (anziché mettere in tavola tutti i giorni dei salumi, facciamolo una volta ogni tanto), magari con il passare del tempo l’eccezione si estinguerà e non se ne sentirà più neppure la mancanza;
  • Per un alimento che si elimina dalle proprie abitudini alimentari ce ne stanno altri che possono essere scoperti e introdotti nelle nostre tavole, e quindi largo spazio agli alimenti base della tanto citata dieta mediterranea, che ha alla base cereali integrali, frutta, verdura e legumi, e come fiore all’occhiello il fantastico olio extravergine d’oliva.

Infine un invito alla riflessione rivolto ai genitori: va bene, voi proprio non riuscite a fare a meno di pancetta, wurstel e salame, ma è davvero così necessario proporli ai vostri bambini? Davvero non riuscite a trovare un’ alternativa al panino con prosciutto o al rollò con wurstel che gli comprate ogni giorno per merenda da portare a scuola?

Nel caso in cui siate ancora in tempo a non “presentargli” simili alimenti, forse è bene che cogliate l’occasione, facendogliene conoscere degli altri, in questo modo la strada sarà in discesa e non ci sarà bisogno di faticare per eliminare dalla loro lista di cose da mangiare qualcosa che non è mai stato inserito in elenco.

E quindi, cosa comporta la notizia di ieri? Si tratta solo di “fumo” o è lecito allarmarsi?

Bè questa è una scelta, mentre fermarsi un attimino a riflettere su cosa mettiamo ogni giorno nel nostro piatto (o panino) e in quello dei nostri figli un dovere!

“C’è un’unica malattia da cui non si può guarire, dicono i maestri della macrobiotica, ed è l’arroganza. L’arroganza di non voler riconoscere che se ci siamo ammalati è anche perché, da esperti architetti, giorno dopo giorno abbiamo contribuito a costruire la malattia, con le nostre abitudini, lo stile di vita, l’imprudenza, il cibo incongruo, il non aver saputo scegliere la strada della salute” (F. Berrino)

Riferimenti bibliografici

www.airc.it

http://www.humanitasalute.it/prima-pagina-ed-eventi/41242-carni-rosse-lavorate-e-rischio-tumore-attenzione-agli-allarmismi/

http://www.fondazioneveronesi.it/articoli/oncologia/anche-la-carne-tra-le-cause-del-cancro

«Prevenire i tumori mangiando con gusto», A. Villarini, G. Allegro.

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