Home Labirinto Quella storia del mestiere più difficile del mondo: fare o essere genitori?

Quella storia del mestiere più difficile del mondo: fare o essere genitori?

Sarebbe utile interrogarsi se la questione della genitorialità sia una costruzione sociale e culturale o una propensione naturale. Questo getterebbe luce sulla sottile differenza che insiste nell’essere genitori o nel vivere la genitorialità come un’”azione” e non un modo di essere. Oppure, piuttosto che guardare da adulti il proprio essere o fare gli adulti, ci si potrebbe concentrare sulla prospettiva che i bambini assumono, e su quell’universo costellato di dettagli che caratterizza il rapporto tra genitori e figli, ma, si ripete, dal punto di vista dei figli. Ed è questo l’intento che voglio perseguire.

Si potrebbe affermare che col fine dell’educazione consista nel complicato processo volto a fornire al proprio figlio gli strumenti che gli consentano in primo luogo di scoprire chi vuole essere, e quindi di diventare una persona contenta di sé e della propria vita. I figli dovrebbero poter essere capaci di fare nella vita quello che a loro sembra importante, desiderabile e degno di essere fatto. Di creare rapporti soddisfacenti, di reciproco arricchimento. Di sopportare le tensioni e le difficoltà che inevitabilmente la vita gli riserverà. Sotto questo punto di vista i genitori non rappresentano semplicemente i primi e i più influenti maestri del figlio, sono coloro per mezzo dei quali egli si orienta nella vita.

Ciò avviene non già a partire da insegnamenti diretti, bensì da un’osservazione, del tutto naturale, da parte dei figli, di tutto quello che fanno, che dicono, i genitori e dal loro modo di atteggiarsi. Spesso il fattore decisivo è il modo in cui il genitore si muove in una data situazione, perché è questo che per il figlio costituisce la guida al significato dell’evento. Questo processo di significazione, di conseguenza, può gettare luce sull’importanza che ha per un figlio essere riconosciuto nel ruolo che egli ricopre in questo mondo.

Una delle occasioni principali in cui diviene essenziale riconoscere i figli potrebbe essere il conflitto, poiché in seno ad esso esiste la legittima tendenza dei genitori a considerare il bambino un piccolo adulto, a proiettare i loro ragionamenti e atteggiamenti sul figlio, non accorgendosi quanto di fronte ad essi vi sia un individuo altro da loro. Già Rousseau amava ripetere che il bambino non è un piccolo adulto, ma che egli ha bisogni propri, ed una mentalità adatta a questi bisogni. Il bambino mostra una struttura intellettuale originale, ma il suo sviluppo è sottomesso a delle circostanze contingenti. E sebbene l’adulto sia un grande bambino, il bambino non è un piccolo adulto.

Di solito, quando il figlio si comporta in maniera inaccettabile, i genitori intelligenti cercano di farlo ragionare, gli spiegano i suoi errori e gli dimostrano la superiorità del loro punto di vista. Purtroppo una volta che il bambino si è messo in testa una cosa, questi sforzi ben intenzionati raramente lo convincono a cambiare idea. Perché è difficile insegnare contenuti di apprendimento che richiedono specifiche strutture cognitive di cui ancora il bambino non dispone e ne consegue che l’insegnamento debba tenere in alta considerazione il livello di maturità conseguito dal singolo soggetto. Finché è piccolo, dunque, i genitori potranno, sì, farsi ubbidire. Ma troppo spesso questo li induce a credere che, visto che ora fa come gli hanno detto, il bambino abbia fatto propri i loro ragionamenti. Oppure, e questo è peggio, al genitore non importa cosa pensi il figlio, purché “faccia il bravo”. Per loro la questione è risolta. Ma non lo è per il figlio. Il bambino si sentirà infelice per la prevaricazione subita. Oppure nutrirà risentimento contro il genitore che lo ha obbligato ad andare contro il suo giudizio.

La superiorità dialettica dell’adulto e la sua padronanza dei dati rilevanti possono essere vissuti dal bambino semplicemente come prepotenza e scarsa considerazione delle sue opinioni. Il rischio però è che il bambino, sapendo che il genitore avrà sempre ragione, si sentirà sconfitto sulle sue ragioni e questa è un’esperienza che lo esaspera e lo indebolisce. Ecco perché è compito del genitore dare un riconoscimento all’enorme diversità di prospettive, interessi e finalità esistenti tra lui e il figlio, dare importanza alle opinioni del figlio, seppur sempliciotte e in apparenza banali oppure sbagliate che possano sembrargli. È necessario che i genitori si sforzino di comprendere nel profondo le idee e le azioni del figlio, ma non per aderirvi o accettarle necessariamente. “Quello che si richiede è un atteggiamento di indulgenza, non di biasimo”. Attraverso questo atteggiamento diventa possibile entrare nell’universo cognitivo del proprio bambino e utilizzare i suoi linguaggi così da farlo sentire preso sul serio, che è per lui l’esperienza più soddisfacente.

Tuttavia non è un mero processo mentalistico ma piuttosto affettivo ed emotivo. Si tratta di un atteggiamento cosiddetto “empatico”. L’interazione educativa empatica, infatti, è di più rispetto ai semplici temi e ai contenuti del dialogo: essa è essenzialmente un clima, un’atmosfera che implica una certa capacità di immedesimazione con i pensieri e i sentimenti di un’altra persona, che si riesce a comprendere intuitivamente, grazie ad una emozione “calda”, suscitata dal un rapporto “faccia a faccia”. È la possibilità di percepire i sentimenti dell’altro come se fossero i propri. L’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino, comporta che si consideri l’altro un nostro pari; non per ciò che riguarda il sapere, l’intelligenza o l’esperienza e men che meno la maturità, bensì rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti, adulti e bambini.

Si può ritenere dunque che comprendersi è di vitale importanza per la formazione della sicurezza interiore nel figlio. Se il figlio, infatti, teme una reazione negativa a quello che sta per dire al genitore, non riuscirà ad esprimersi serenamente e ancor peggio potrebbe turbarsi al tal punto da non sapere più quali siano le proprie intenzioni. È raro trovare un bambino talmente sicuro di sé da essere libero da questa forma di ansia. Il bambino vive qualunque critica come rivolta non semplicemente a quello che pensa o fa, ma alla persona che è. Cercare di far capire che il genitore accetta lui, ma non quello che fa, dev’essere difficile come far credere ad un bambino che le sculacciate che gli vengono date fanno più male al genitore che a lui! I genitori che trovano inaccettabile molto di quanto i figli fanno o dicono, alimentano inevitabilmente in questi ragazzi la profonda sensazione di non essere persone accettabili. Non appena i figli avvertono la disapprovazione dei loro genitori diventano insicuri e non perché sia mutata la loro percezione dell’azione che compiono, bensì perché ha suscitato la disapprovazione dei suoi genitori. Questo provoca ambivalenza e di conseguenza il bambino resta completamente sconcertato da questa esperienza. È meglio, allora, ammettere apertamente, prima di tutto a se stessi, che il proprio figlio può legittimamente suscitare la propria disapprovazione quando fa o dice certe cose, in un certo modo, in una certa circostanza, ma è bene manifestare tale disapprovazione in modo empatico, perché solo così si trasmetterà al figlio il senso proprio di una relazione onesta e autentica. Solo così crescerà con la sensazione generalizzata che tutto può andare bene. E crescerà sicuro e sereno senza paura del futuro.

Entrare nell’io del proprio figlio, scoprire l’origine più profonda del suo comportamento, ascoltare ciò che un soggetto, in età precoce, o anche in età avanzata, esprime, realizzare quali siano i suoi schemi di riferimento valoriali e culturali interiorizzati, in che modo sta formandosi il suo carattere, la sua identità, con quali strategie dimostra agli altri il suo valore è l’esperienza più gratificante che un genitore possa vivere. Un’esperienza che rivela la bellezza dell’aver generato un essere unico nel suo genere e allo stesso tempo simile, più di quanto si possa credere, al suo creatore. È questo l’apice del riconoscimento di un figlio, ed inevitabilmente un figlio se ne rende conto. Pertanto sentire apprezzamento, approvazione anche in seno ai conflitti e accettazione gli permetterà di sentirsi una persona accettabile, degna di stare al mondo, maturerà la coscienza di essere prezioso e la convinzione che nella vita si possa essere in qualche modo “felici”.


 

Fonti:
Bellingreri A, La cura dell’anima, Vita e Pensiero, Milano, 2010.
Bettelheim B., Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, Milano, 1998.
Maltese A., Sviluppo e individualità. Complessità di una relazione, Carlo Amore, Roma, 2008.
Piaget J. , Giudizio e ragionamento nel bambino, La nuova Italia, Firenze, 1982.
Bessell H., Thomas P. Jr. Kelly, Niente Sgridate, chiacchieriamo. Una grammatica del dialogo tra genitori e figli, Red Edizioni, Como, 1991.
Gordon T. , Genitori efficaci. Educare figli responsabili, La Meridiana, Molfetta (BA), 1995.
Jonas H., Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1993.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments