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I sogni non si imprigionano

foto di Nicola Palazzolo

“Solo una donna sa come entrare nell’animo di un’altra donna. Con delicatezza, con rispetto, con riserbo e con un grande senso di solidarietà. Perché la sofferenza e la gioia di una donna si trasmettono agli altri e come un tam tam superano confini di spazio e di tempo.

Ma non importa il colore della pelle, la religione, la cultura, la lingua. Perché il principio delle nostre sofferenze, delle nostre gioie è sempre lo stesso in tutto il mondo: siamo madri, possediamo la facoltà di dare la vita e di proteggerla. Un grande potere, il nostro. Di questo potere l’uomo ha paura, si sente minacciato e usando la sua forza fisica sottomette e ha sottomesso da millenni la donna.

Solo una donna può andare indietro nel tempo leggere l’anima di una donna vissuta nel passato.

Perché le donne hanno mantenuto nel tempo la loro riservatezza, i loro segreti, e nei sogni sanno individuarli, scoprirli e raccontarli perché sono comuni a tutti, sono segreti atavici, sempre gli stessi, sempre uguali.

Perché ieri come oggi rimangono irrisolti, nonostante le lotte, le battaglie, le accuse, le denunce.

Le denunce nel corso degli anni sono state tante, tantissime, ma rese vane dal silenzio.

Il silenzio della giustizia che dubita della colpevolezza dell’uomo. Il silenzio della coscienza che nasconde la brutalità umana. Il silenzio della memoria che determina il coraggio e la forza delle donne che hanno lottato”.

Inizia così, con le parole di Vera Abbate, la messa in scena della storia di Rosa vista da Francesca Randazzo che ha raccontato l’esperienza intima della violenza e il travaglio interiore verosimilmente vissuti dalla madre di Vera Abbate, la quale, con coraggio, ha reagito a quella che è stata una delle esperienze drammatiche dell’esistenza, lottando e riprendendosi tutto ciò che avevano provato a rubarle:

«Così, un giorno, mi trovai tra le braccia di colui che mi ha rapita, mi ha strappata dalla mia famiglia, mi ha violata brutalmente, avevo appena diciassette anni. Ero molto giovane. Io lo imploravo di avere pietà ma nulla lo distoglieva dal suo unico pensiero: soddisfare la sua bramosia di possedermi. Cercavo di divincolarmi, ma invano. Lui era forte. Cercavo di gridare ma invano, nessuno mi avrebbe ascoltata. Forse ho pregato, non ricordo. Nemmeno Lui che vede tutto lassù mi ha aiutata. Ero proprio sola. Ricordo bene però il dolore, la mia carne lacerata, la disperazione. Avevo paura. Finito lo sfogo, si girò dall’altro lato e si addormentò. Io restai sveglia. Mille pensieri mi assalirono».

Chi ascolta lì davanti, seduto, non può non pensare a tutte le storie di violenza, passate e presenti che intralciano l’esistenza, che impediscono il cammino fisiologico di sviluppo, arricchimento, sorpresa, scoperta. Mentre Rosa rappresentava l’esempio più forte di donna piena di risorse, capace di reagire, di riprendersi in mano la vita, di passare oltre le convenzioni, le aspettative sociali, le catene della tradizione, lo sguardo dell’altro, alla ricerca esasperata, sofferta, di un proprio cammino di autodeterminazione, di un proprio, unico, personale, percorso di vita, io pensavo a chi non ce la fa, a chi non ce l’ha fatta.

A chi è rimasto indietro e si lasciato sovrastare dalla brutalità, dalla vergogna provata, dal senso di colpa e da tutti quei sentimenti che in genere non lasciano spazio ad un pensiero altro, a quel tipo di pensiero che ti fa cercare nuove soluzioni e nuovi modi di combinare ciò che ti passa per la testa, e si rimane in una sorta di limbo, come se si fosse azionato un meccanismo di attesa passiva. Attesa di ciò che è stato, e che si può ripresentare. Attesa di ciò che può sconvolgere nuovamente. Uno stato di allerta e tensione. Come quando una preda si trova ad occhi sgranati, vibrante di infinita paura, immobile, dopo essere stata azzannata, nelle fauci del mostro, in attesa dell’ultimo colpo.

In quel momento, o, se sopravvivi, da quel momento in poi, la tua vita cambia completamente significato. Cambia la fiducia che riponi nel prossimo, quella che riponi in te stesso, nelle persone più significative, cambia il modo di sentire dentro l’altro, cambia come ti vivi dentro. I tuoi sentimenti iniziano a pervadere l’esperienza e i pensieri iniziano a farsi sempre più rumorosi e insistenti, a riproporre sempre davanti le stesse dannate immagini e lo stesso infinito terrore.

Per questo l’8 Marzo non si sono solo ricordate quelle vittime che continuano a morire ogni giorno, nel mondo, per mano violenta, per possesso, per follia.

Si è pensato anche a chi ce l’ha fatta. Come monito. Esempio. A chi ha deciso di vivere, lottare. Lavorando, costruendosi una famiglia, impegnandosi nel sociale, contribuendo a cambiare le cose. Come Rosa.

Ho chiesto a Vera Abbate come avesse vissuto l’evento:

“Io ho scoperto questo accaduto dopo la morte di mia madre. All’inizio è stato un po traumatico, non capivo perché non mi avesse raccontato nulla. Lo scoprii per caso. Dovevano intervistarmi a proposito di questa storia ma io pensavo volessero chiedermi di mia madre in quanto prima consigliere donna a Cinisi o Assessore alla Pubblica Istruzione, che decise nel ’66 di andare a convivere con mio padre. Ma vedevo negli occhi di questi ragazzi, tra cui Caterina Palazzolo, che avrebbero voluto chiedermi qualcosa di cui non facevano parola. Ho provato a contattare uno zio per telefono e ignaro del fatto che fossi all’oscuro di tutto, mi raccontò lui la storia.

Ho rivissuto certe cose, pezzi della mia vita che non capivo, dando loro un nuovo significato. Tra le tante cose, una frase mi colpì di quelle che mi scambiai con mia madre: «Tu nella vita sicuramente troverai strade belle e ti aiuteranno un sacco di persone ma ci sarà un giorno, solo un giorno, in cui tu sarai sola e tu non dovrai abbatterti perché una donna ce la fa».

Lei non lo ha fatto mai. “A diciassette anni ha preso la maturità classica, si è iscritta all’università, quando le mancano due materie, muore suo padre. Lei è la più grande. Con la riforma scolastica inizia la scuola media e diventa segretaria. Dai racconti che ho delle persone che l’hanno conosciuta ho appreso che aveva a cuore i ragazzi che provenivano da famiglie umili, dava loro, quando poteva, i libri. Si è candidata come consigliere comunale, faceva parte, inoltre, dell’Azione Cattolica. Nel frattempo arriva mio padre, anche lui con una storia particolare, sposato ad una donna che comunque gli aveva detto esplicitamente di non amarlo, arriva come preside della scuola media di cui mia madre era segretaria, lui consigliere comunale socialista, lei democristiana. Si ammazzano come cani e nasce l’amore. E lì affrontano l’altra lotta, stavolta contro il paese scandalizzato da una donna che convive con un uomo sposato. Decidono di andare a vivere a Palermo. Era il 1967”.

“I sogni non si imprigionano” è stato interpretato da Vera Abbate, Valeria Anastasi, Stella Ciullo, Evelin Costa, Lucrezia Costantino, Daniela Lupo, Chiara Mangiapane, Mara Manzella, Francesca Randazzo, Sara Randazzo, Maria Grazia Vitale.

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