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“No fixed abode”

Domenica 3 luglio e fino al 23, ci si potrà trovare, andando al Margaret Café di via Madonia a Terrasini, davanti agli scatti di Giuseppe Iannello.

Studente d’ultimo anno in Fotografia, il suo approccio tenacemente orientato alla fotografia analogica di cui è estremo promotore, offre agli occhi di chi osserva, ritratti puliti e definiti, attento curatore, com’è, del dettaglio e della bella forma.

Raccontano di un fenomeno sempre attuale: l’immigrazione, stavolta ritratta dall’angolazione dei soggetti stessi che ne diventano protagonisti. Non solo attraverso i loro corpi e i loro luoghi di vita attuali ma mediante l’uso dei ritratti e dei paesaggi da loro stessi catturati fugacemente durante il loro “viaggio della speranza”.

Questi diventano racconti e storie che Iannello ha saputo ascoltare e custodire per sé, così intimi e pieni di avvenimenti come per racconti sacri o per i segreti.

Non importano le motivazioni che li hanno condotti fuori dai loro paesi di origine. Hanno il volto coperto perché sono costretti a nascondere la loro identità, una necessità che noi non conosceremo e potremo comprendere mai.

Dall’altra parte, attorno a noi alcuni palesano razzismo nella loro dialettica sulla immigrazione senza che questo possa mostrarsi loro come un atteggiamento politicamente scorretto o umanamente riprovevole.

Le motivazioni di odio verso i migranti possono essere le più disparate e sono riferibili alla loro capacità di ammorbare un tessuto economico già drogato e ammalato, concedendo manodopera praticamente quasi gratuita, alla loro tendenza oppositivo-provocatoria di imporsi con la forza bruta che viola case, corpi, spazi, tessuti sociali, e quel presunto “ordine e pulizia”, pur di trovare uno spazio e un luogo costantemente negato.

Non possiamo fare altro che pensare a quanto il fenomeno tocchi le dimensioni più profonde del far parte di un gruppo che condivide uno spazio che è il mondo. Come se nascere in un dato posto, magari ricco, magari che sa sostanziarsi da sé, magari libero da conflitti e guerre oppure da carenze strutturali, fosse un merito di nascita e un diritto di vita.

Che riguardi solo noi, fottendocene di tutti gli altri.

Ma anche lì, le cose sembrano sempre più semplici di come sono semplicemente perché conoscere tutta la serie di fenomeni concatenati che porta ad una determinata realtà, soprattutto se questa riguarda un gran numero di aggregati umani, è davvero un compito complesso e richiede uno sforzo che spesso è pronto a compiere solo chi è autenticamente abituato ad andare al di là delle umane carenze e tendenze.

La migrazione sconvolge equilibri, e ne risalta tutta la loro precarietà, sconvolge le gerarchie di potere più o meno visibili e costringe a ripensare ad un tipo di società a cui la civiltà non è abituata da millenni, a pensare. Impone uno stravolgimento di quelle abitudini e acquisizioni che sembra condurre ad una implosione dello stato sociale e della civiltà tutta.

Prima le migrazioni erano maggiormente contenute e assorbite e i nuovi, seppur portatori di cambiamento, venivano inglobati con maggiore facilità nel nuovo tessuto sociale, oppure palesemente perseguitati e costretti alla fuga. Adesso che i riflettori sono puntati sulle responsabilità dei gruppi maggioritari, sui portatori della democrazia e i salvatori del globo, appaiono decisamente anacronistici tutti i tentativi di contenimento e risoluzioni precedenti.

Se solo si potesse parlare in maniera chiara delle responsabilità che tutti i paesi ricchi hanno nell’aver creato e nel mantenere le disparità all’interno del globo tra loro e i gruppi minoritari, con zone completamente sfruttate dal punto di vista naturalistico, con la depressione coatta della flora, la distruzione della fauna, lo sfruttamento delle risorse naturali fino al loro prosciugamento, e fino all’annullamento del futuro dei più giovani, con lo sfruttamento della loro manodopera infantile a un tozzo di pane e uno sputo d’acqua, senza intervento alcuno sulla struttura sociale come tentativo di supporto politico-economico reale e fattivo, sarebbe sicuramente diverso il punto di vista dell’uomo comune che cammina per strada e straparla.

Si perché é un discorso sulla criminalità organizzata a cui non vogliamo pensare. Quando si parla di qualsiasi organizzazione criminale non si deve fare riferimento esclusivamente a quelle pubblicizzate che adesso si sono sostanzialmente e camaleonticamente adattate ai tessuti giuridico-costituzionali e alle defaillance degli stessi, stravolgendo in maniera del tutto consequenziale le regole stesse e i principi base della democrazia e facendo apparire sostanzialmente ciò come l’evoluzione normale di un grande gruppo umano, complesso.

Piuttosto bisognerebbe gettare uno sguardo ad alcuni dati di fatto. E sebbene la distribuzione delle risorse: potere, sapere, lavoro, opportunità, tutele, potrebbe sembrare per forza di cose casuale, non lo è più se si osserva a quanta energia viene usata e sprecata dai vari gruppi di potere per mantenere questo dislivello ed opporsi alla ridistribuzione delle stesse.

Opporsi alla ridistribuzione è di per sé criminale ed egoistico ed esaspera questi fenomeni migratori da cui ci si tenta di difendere, con indifferenza e fastidio attraverso brutte balbuzie e parole con cui ci si morde soltanto la lingua.

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