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Il mio ricordo della Professoressa Maria Falcone

Erano gli anni ‘80. Gli anni della scuola superiore, gli anni della mia adolescenza, erano gli anni…delle morti quotidiane e dell’indifferenza giovanile.

di Giovanna Randazzo.

La prima volta che ho visto la Professoressa Maria Falcone mi ha impressionata la sua signorilità, il suo viso paffutello, i suoi capelli perfetti, i suoi abiti eleganti, ma soprattutto la sua voce: era una voce dal tono basso, una voce che emanava calore. Si è presentata dicendo di essere la nostra insegnante di Economia, Diritto e Scienze delle finanze per i prossimi cinque anni. Quelle materie mi facevano paura e lei mi metteva soggezione, non so perché, ma era una presenza forte e io ero sicura che non sarei mai stata un’alunna modello nelle sue materie.

I giorni, i mesi, gli anni passavano e cominciai a conoscere una professoressa diversa, le sue lezioni erano difficili, e io non ci capivo niente, ma notai una profonda disponibilità. Durante le lezioni parlava di un fratello che era un magistrato e che credeva di poter distruggere un sistema di prepotenze e ingiustizie chiamata “mafia”. Volevo capire meglio ciò che diceva così mi interessai di più alle notizie di cronaca: gli omicidi, gli arresti, la politica della nostra Sicilia e mi resi conto di quanto importante fosse ciò che diceva la prof. Falcone.

Gli ultimi due anni di scuola furono indimenticabili, perché lei era diventata il nostro punto di riferimento. Ricordo che le facevamo molte domande di attualità, e lei, con la sua voce suadente, dolce e tenera ci raccontava aneddoti della sua infanzia, del suo rapporto con Giovanni. Ci considerava come suoi figli. Cominciai a chiederle del fratello, del suo lavoro, della sua vita e lei raccontava che la vita che conduceva Giovanni non era vita. Sempre blindato, controllato a vista. E la cosa che più le pesava era quella di non poterlo vedere, Giovanni evitava di andarla a trovare a casa per non spaventare i suoi nipoti vedendo la scorta, ma la consolava il fatto che facessero lunghe chiacchierate al telefono. C’erano dei giorni che arrivava in classe triste perché c’era stato l’ennesimo omicidio. Aveva dei momenti di scoraggiamento, temeva per la vita dei suoi figli, aveva paura delle ritorsioni.

Ho un ricordo che non dimenticherò mai e che racconto ancora oggi alle mie figlie e ai miei ragazzi del doposcuola. Era l’anno della maturità e non mi potevo permettere un’interrogazione insufficiente, così io ed altre due mie compagne pensammo bene di entrare a seconda ora, quando la lezione della Falcone sarebbe finita. Avevamo fatto male i conti perché alle 8.30 mentre passeggiavamo in via Notarbartolo, vicino alla stazione ferroviaria, sentiamo il frastuono di un clacson che suonava incessantemente. Era la Falcone, che ci invitava, in modo nervoso, a salire in macchina perché eravamo in ritardo alla lezione, ma soprattutto perché doveva interrogarci: “specialmente a te, Randazzo!”.

Salimmo in auto sconsolate e rassegnate a ricevere un 4 in Economia. Ma durante il tragitto, molto silenzioso, la mia compagna mi fa segno di guardare dietro, la macchina che seguiva. Ricordo di avere avuto i brividi di terrore, perché vidi quattro tipi con gli occhiali scuri che ci seguivano in modo anormale. Ci guardammo negli occhi, e capimmo che potevano essere dei killer assoldati dalla mafia per uccidere la sorella di Giovanni Falcone. Sono stati i sette minuti più difficili della mia vita, pensai che sarebbe stato un peccato morire a 18 anni!!
Giunti a scuola, la prof. parcheggiò e la macchina che ci seguiva schizzò via a grande velocità. Entrammo a scuola con le gambe tremanti e la felicità di essere rimaste vive!! In classe restammo ammutolite e pallide tutte e tre, quando entrò la prof e disse: «Ragazzi, scusate il ritardo. Ormai l’ora è quasi finita e per oggi, Randazzo, non ti interrogo…»
Poi sulla porta, dopo il suono della campana ci disse: «Scusate per stamattina, per il mio comportamento brusco. In realtà, non avrei dovuto fermarmi, essendo seguita dalla scorta, ma ho deciso di trasgredire la regola.»
Rimanemmo allibite: quei tipi erano poliziotti!

Ecco, ho voluto raccontare questa storia per dare testimonianza di aver vissuto la mia adolescenza in un contesto sociale molto complicato e confuso della Sicilia degli anni ‘80.
Il ricordo di una persona speciale, unica, che ha arricchito la mia vita e che ricorderò come un esempio di onestà ed eroismo.

Quando ho appreso della morte di Giovanni ho pianto, pianto per la rabbia, pianto per l’ingiustizia e pianto perché avevo perso una persona che non conoscevo ma che consideravo un amico, un eroe!
Grazie Giovanni. Grazie Maria.

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