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Le Sicilie di Pino Manzella

Un motivo per trovarsi a Terrasini è sicuramente godere di ciò che la natura le ha regalato.

Un altro è rappresentato dagli eventi che offre a chi, d’estate, non vuole solo prendersi il sole e godersi i bei tramonti bevendo qualcosa che combatta l’arsura, magari anche corretta, ma in mezzo ci vuole mettere pure qualche riflessione come, ad esempio, quella a cui ti costringe Pino Manzella con le sue Sicilie a Torre Alba almeno fino al 26 Agosto (h10/13-16/23, Lungomare Peppino Impastato a Terrasini).

Sarà pure che é prerogativa degli artisti suscitare emozioni non troppo spesso quotidiane, e per fortuna, verrebbe da dire vista la loro intensità, ma Manzella ti costringe a non girare lo sguardo altrove quando si tratta di cose dolorose. E lo fa per ben cinquanta volte coi suoi ritratti personalizzati di questa isola maledetta.

E allora entri dentro a questa torre costiera che è rimasta chiusa da quando ne ho memoria e che ho sempre desiderato visitare, e non puoi non pensare, ad ogni scalino che sali, a tutti quelli che se ne sono voluti andare via. A vivere lontano.

Arrivi al piano dell’esposizione e ti sembra di partecipare ad una sorta di mitragliata che se da un lato pare sia indirizzata a te, dall’altro ti accorgi che parte da te.

Le Sicilie di Pino ti guardano dritte negli occhi e te li fanno tenere aperti. E da quel momento, se non l’hai fatto prima, non puoi non farti un’idea su come siano fatte le persone e una teoria su come funziona un gruppo sociale. Com’è che certi fenomeni, come quello mafioso, siano potuti attecchire qui e com’è che molte delle caratteristiche di personalità che ci ritroviamo a possedere siano retaggi di quelle considerazioni e quelle credenze che, interiorizzate negli anni, costituiscono ormai il bagaglio di certezze culturali che ci portiamo come gruppo senza metterlo in discussione.

Pino Manzella ha cercato, per quel che ho compreso, di non passare inosservato. A volte provocatoriamente, soprattutto nelle sue sfacciate vignette satiriche degli anni sessanta quando ancora essere “compagni di Peppino” non suscitava le emozioni che oggi conosciamo. Nemmeno dopo, quando la sua pittura ha cominciato a veicolare dei significati responsabilizzanti, di denuncia e di lotta, di incitamento al cambiamento di cultura, il tiro cambiava.

Fai un giro della mostra, e pensi a tutti quelli che hanno fatto il loro dovere, che ne sono morti e che hanno vissuto in controtendenza alla logica dell’opportunismo e della “spirtizza”.

Pino usa carta riciclata. Carta semplice, svenduta ai mercatini polverosi della città. La città sporca e svenduta. La città disordinata, fatiscente, abusiva. E la riusa per farne qualcosa di nuovo dal vecchio, da ciò che è esistito e che è stato: documenti notarili, lettere, indicazioni, affidi, parole, missive, decisioni. E i fotografi dell’associazione Asadin di Cinisi hanno ripreso i ritratti di Pino affiancando ad ognuno una immagine che evocasse qualche contenuto pittorico.

Ti affacci alla finestra della torre. Qualcuno si sta sposando. Fanno chiasso i cappelli di paglia colorati, i tailleur stirati, gli accessori che brillano sotto al sole di agosto che lentamente cala.

Cala sui pensieri, sulla memoria di eventi che riaffiorano mentre Pino ti racconta storie, aneddoti, incontri, ma soprattutto storia. Quella da lui vissuta e che racconta, che si porta dentro e che condivide con chi è disposto ad ascoltarlo.

Ti stacchi un attimo dal suo discorso di vita e pensi a ciò che significa vivere qui, a quello che ci si aspetta che tu faccia, e, a ben pensare, non è che ci si aspetti granché da te.

Non puoi fruire degli spazi esistenti che potrebbero perfettamente essere impiegati e fonte di introito comunale, se non attraverso l’intervento di volontari cioè persone che non ci guadagnano niente. Gli investimenti sono gravati dai bilanci, ora e sempre, ma non si capisce bene perché si ritiene sempre che la tutela e cura del territorio introiti ne possa portare pochi o nulla, cose che sembrerebbero invece garantire altre manovre e l’impiego di personale indicato di fiducia e raccomandato per il bene di tutti.

Da qualche tempo ho la convinzione che la democrazia tanto sbandierata, alla quale ci hanno abituati con quelle due ore totali di educazione civica a scuola media, non corrispondesse nemmeno in minima parte, nella realtà, a quel tipo di organizzazione che il nome suggeriva.

Mi sembrava che dal piccolo paesino di provincia alla grande megalopoli, le dinamiche di governo delle masse fossero più di tipo oligarchico. Tipo che diversi gruppi di interesse, rappresentati da esponenti di spicco e da esponenti nascosti, tessessero, in una sorta di gioco chiaroscurale, le trame di una storia alla quale il lavoratore dipendente – otto/dieci ore al giorno e spesso in nero con poco riposo – non  si potesse dedicare come attore ma che dovesse subire sostanzialmente, di fatto delegando ad altri parte di ciò che c’è di più importante nella vita: la crescita personale come uomo e come cittadino.

Non poter prendere effettivamente e costantemente parte alle decisioni sul bene comune perché chi hai votato o chi è salito senza il tuo voto pensa di fare la cosa giusta comunque, faceva parte di quel gioco secondo cui era meglio che a governare fossero in pochi perché la massa è ignorante e non ne sarebbe stata capace.

Ma se la massa è ignorante e non è capace significa che spesso chi è al governo è stato votato da persone che non sanno cosa è meglio per loro e per loro vita, come gruppo che convive in uno spazio e un tempo. Che non hanno compreso i loro doveri e i loro diritti e che sostanzialmente scelgono di non scegliere, paradossalmente. O, al contrario, fanno una scelta ben precisa: scelgono il più forte. Un po’ come si fa in tutti i gruppi di mammiferi.

Però una cosa la notavo mentre continuavo ad ascoltare Pino raccontarmi; che la forza, l’energia, l’aggressività e la motivazione della gente venivano fuori in maniera prorompente quando si parlava di calcio: Higuain passato alla Juventus aveva lasciato orfani i napoletani, Paul Pogba guinness d’acquisto più costoso della storia del calcio, tipo cento milioni di euro, ah no aspé, centoventi milioni. E tutte le sciarre per le formazioni, convocazioni, calci di rigore e quant’altro. E quanti centri collaterali e non di scommessa in cui trovare riversati i nostri ragazzi, il nostro futuro, che impiega il suo tempo dopo-lavoro o senza-lavoro lì dentro per intere mezze giornate. E certo che il potere ne ha di mezzi per distrarre, per approfittare della delicatezza del funzionamento del cervello umano, traendo in inganno con soddisfacimenti surrogati e sfacciatamente fittizi, incastrando le energie già fiaccate e sfatte da anni di babysitteraggio televisivo.

Porca miseria, ore e ore nei bar, a lavoro, in mezzo alla strada, a tavola, a parlare di che? Di persone che per giocare si prendono la cifra che da sola potrebbe risollevare un continente! Qualcosa doveva pur significare che questo fosse diventato normale. Che la stessa energia non fosse impiegata a scassare i cabbasisi, a chiedere il giusto, a non accontentarsi, a non rassegnarsi passivamente all’immobilismo, opportunismo, clientelismo, interesse che da anni e anni sussiste, e a volere cose che sono normali in altri paesi del mondo che pure non si possono permettere minimamente quello che la natura ci ha ciecamente e immeritatamente donato.

Ecco, pressapoco se vai a vederti la mostra, esci che qualche domanda te la fai, non sul calcio, ma su come sia possibile che trovarsi dentro a una realtà culturale non ti faccia accorgere e mettere in discussione cose diventate ormai normali.

Che normali non sono.

Le Sicilia di Pino Manzella si spostano a Montelepre a partire dal 28 agosto.

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