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Cultura trasformativa in Sicilia: Farm Cultural Park

Sono da poco arrivata a Favara, un comune in provincia di Agrigento. Il motivo è preciso: ne ho sentito parlare ad Alessandro Cacciato durante la presentazione del suo: “Il Sud vola”. Ascoltare da lui il racconto di alcune cose che avvengono lì, ormai da anni, mi ha subito interessata.

Due ragazzi: Andrea Bartoli e sua moglie Florinda Saieva, provavano a costruire qualcosa di diverso dalle macerie di questo paese, nella parte del centro storico abbandonato. Recuperando immobili cadenti creavano, in questi luoghi rivitalizzati, qualcosa di nuovo con l’intento di promuovere scambio culturale, mobilitazione delle risorse, relazioni. Ne usciva fuori un centro culturale indipendente, un’attrazione turistica e una fucina di idee: una cooperativa di comunità.

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Sebbene a prima vista, per approssimazione, poteva esser catalogata come forma di imprenditorialità culturale, io la vedevo più poetica. All’università avevo sentito parlare di empowerment e questa realtà mi sembrava rendesse concreta e rispondesse alla naturale propensione di un gruppo, messo difronte a dei propulsori, a crescere e tirar fuori le risorse migliori.

M’incuriosiva parlarne con chi stava mettendo al servizio degli altri delle risorse e del tempo e contava di fare qualcosa di bello. Non restava che incontrare Florinda Saieva che di tutto questo chiamato: “Farm Cultural Park” sito a Favara, è ideatrice assieme al marito, Andrea Bartoli. L’appuntamento al Cortile Bentivegna riservava inoltre la prima serata del Farm Film Festival, il Festival Internazionale di Cortometraggi, Documentari e Music Video degli artisti indipendenti ideato da Marco Gallo: 42 pellicole, su 400, provenienti da tutto il mondo, proiettate per i primi quattro giorni di settembre.

Ennesimo appuntamento estivo preceduto da altri come riportati sul sito della Farm: “Mesi intensissimi, pieni di studenti di tutto il mondo, di tantissime attività per giovani e per bambini, di tante tappe estere come Madrid, Malta, Lussemburgo e Vienna, con i primi Urban Farmer Spagnoli, il Politecnico di Milano e il mitico Professore Marco Imperadori vincitore del premio The Beautiful Mind 2015 per l’impegno profuso nel promuovere Farm, l’Academie Royale di Bruxelles con gli studenti e i professori della divisione Arte nello spazio pubblico, Fabbricatori di Sogni il film di Juraj Horniak che parla di Farm e del Sud Italia, KITAGAWARA URBAN BYOBU una porzione del Padiglione Giapponese dell’EXPO di Milano, progettato dall’Architetto Atsushi Kitagawara, che vive una seconda vita grazie alla generosità della Galoppini Legnami, e la massiccia presenza a Venezia con Gangcity e il Politecnico di Torino, Move! Do Something con D’Arch Palermo e BIAS e infine ospiti del Padiglione Italia della Biennale di Architettura con TAKING CARE a cura di StudioTamassociati”.

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Tutto questo era già accaduto e faceva parte della storia di questo posto, altre ancora accadevano come la ristrutturazione di un palazzo da destinare ai bambini per un Children’s Museum: piccolo teatro, laboratori che consentono di sperimentare, conoscere e ideare.

Prima di iniziare la mia chiacchierata con Florinda, Alvise Armellini si unisce a noi. Romano, corrispondente di un’agenzia di stampa tedesca: la Deutsche Presse Agentur, si trova in Sicilia e stasera ci troviamo tutti e due a Favara. Uniamo le nostre curiosità e ne viene fuori un dialogo a tre.

Lidia: Cosa è oggi per te la Farm, come si è trasformata strada facendo?

“In realtà è esattamente ciò che volevamo, forse qualcosa in più. Quando è nato questo posto l’intento era di stare a Favara e starci bene.”

Alvise: Vi funziona tutto l’anno?

“Si tranne il lunedì per ciò che concerne le attività culturali mentre in inverno non trovi le attività ristorative. La cosa bella di questo posto è che ti capita di incontrare sempre gente straordinaria e non sai mai chi può arrivare da un momento all’altro. Spesso sono persone con cui puoi scambiare valori, conoscenze e tant’altro. Siamo curiosi e sempre alla ricerca di qualcosa che ci entusiasma. Quest’anno abbiamo avuto un’impennata mixando l’arte contemporanea con le arti performative, avvalendoci di professionisti: lo ScenarioFarm é stato adibito a residenza per la Compagnia Zappalà Danza, uno dei tre centri di produzione di danza in Italia riconosciuti dal Ministero, che fino alla scorsa settimana ha fatto performance one to one: un danzatore-uno spettatore, regalando ai ragazzi della città dei workshop gratuiti, a numero chiuso, concordati con le scuole di danza. Un momento di crescita per il territorio e non solo per noi”.

Lidia: Quindi c’è uno scambio spontaneo che nasce da personalità e gruppi che trovano in questa realtà, in qualche modo, un riflesso di un certo modo di fare arte…

Lo scambio avviene anche con le università, sono state queste a cercarci. Ogni anno abbiamo tantissimi ragazzi che vengono qui a fare stage, volontariato. E poi i creativi cui chiediamo una proposta e diamo una residenza, devono parlare il nostro stesso linguaggio: ironico, di rottura, talvolta pungente. Chiediamo che interagiscano con la città, il territorio e le persone. Difficilmente importiamo dei lavori già presentati perché i processi creati sono più importanti del prodotto stesso. L’arte diviene uno strumento non il fine ultimo.”

La Farm ha ospitato architetti, designer, artisti. Ci sono istallazioni, mostre, spettacoli, musica, teatro, letteratura, cinema.

Lidia: Lavorate su ciò che non si vede, il cambiamento di cultura che è la cosa più difficile.

“Io dico che chi arriva a Favara oggi trova una situazione di pseudo-normalità, per chi la conosceva da prima è difficile non cogliere questo cambiamento”.

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Alvise: E’ un lavoro a tempo pieno?

“Si, sebbene io e mio marito siamo impegnati in altri lavori. A chi a volte mi ha chiesto perché faccio questo ho risposto che anziché lasciare alle mie figlie la casa al mare o in città preferisco dar loro ogni giorno, nel quotidiano, delle esperienze.

La scelta di rimanere qui in Sicilia è stata mia, venuta dopo aver vissuto per un paio d’anni a Parigi e dopo che si è resa necessaria l’iscrizione della piccola a scuola. Abbiamo iniziato ad acquistare questi immobili pensando nel 2012 di partire con questo progetto. A gennaio 2010 c’è stata una tragedia in una palazzina occupata nel centro storico con problemi di stabilità e un avviso di sfratto alla famiglia. Sono morte due bambine. Sono partiti gli avvisi di garanzia e gli abbattimenti al suolo del centro storico. Abbiamo deciso subito, a giugno 2010, di ristrutturare i primi due spazi e ne abbiamo poi preso altri in affitto. Questo qui che vedete era abitato dalle signore che ci stanno tutt’ora. All’inizio era un posto di spaccio e malavita che le costringeva a stare a casa chiuse dalle cinque del pomeriggio.”

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Alvise: All’inizio vi è stata una certa distanza da parte della città che adesso si sta in qualche modo ricucendo?

“La città ci ha snobbato almeno inizialmente. Dopo qualche articolo e qualche intervista tv, in cui Farm si è resa visibile, un po meno. Siamo alla seconda Biennale di Architettura dentro il padiglione Italia, abbiamo ricevuto il permesso di tenere qui un pezzo del padiglione giapponese di Expo, l’altro pezzo sopravvissuto si trova al Politecnico di Milano così come ci arriveranno le scritte del padiglione della Santa Sede: quella cinese, araba e greco antico”. Questa realtà è diventata conosciuta al territorio.

Alvise: Per voi è un modello replicabile questo?

“Parlare di modello è un po troppo presto, non abbiamo raggiunto la modellizzazione, ha bisogno ancora di assestarsi e fortificarsi. Io personalmente credo che sia un esempio per altre città: arte e cultura sono strumenti di valorizzazione, riqualificazione e rivitalizzazione di alcuni centri storici. E’ anche vero che queste cose hanno più appeal in posti degradati perché comunque c’è più sete di cambiamento e desiderio di riappropriarsi del proprio territorio”.

Alvise: Cos’era Favara prima di questo progetto?

“Favara è un grosso centro con tante belle persone con una forte propensione all’imprenditoria ma che non ha mai creduto nel proprio luogo. Alcuni soffrono la presenza di Farm perché gli imprenditori che avevano investito su Agrigento stanno tornando a investire su Favara”.

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Alvise: Si può descrivere come una città satellite di Agrigento?

“Considerate che a Favara fino a sei anni fa c’era una sola pizzeria per 33 mila abitanti. Non c’era un locale dove la sera potevi uscire se non il bar di paese. Adesso ha cinquantamila turisti l’anno stimati da noi e dalle presenze alberghiere, da nove è passato a 250 posti letto, vi è stata una crescita della città e una crescita economica”.

Alvise: La settimana scorsa m’è capitato di lavorare sul terremoto ad Amatrice e sui discorsi fatti sulla ricostruzione. C’è qualcuno che dice che in fondo ci sono certi centri storici, posti un po fuori zona che non ha senso ricostruire. Quanto è importante tenere vivi questi posti di provincia?

Io credo che chi dica queste cosa ha un serio problema di identità. Se chiedi oggi alle mie figlie qual è il posto più bello al mondo, ti rispondono Favara, non per la Farm ma per una questione di appartenenza, di valori, di persone, di storie che noi trasmettiamo. E l’Italia è un paese fatto da tante piccole identità, tante piccole eccellenze. Pecchiamo nel non farle mettere in connessione esaltando le specificità di ciascun territorio. Quando si parla di ricostruzione, se tutto deve essere “business oriented” allora ha senso dire “no” alla ricostruzione di alcuni posti”.

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Lidia: Rispetto alle altre realtà culturali isolane, c’è qualcuna con la quale avete intrapreso scambi?

“Abbiamo ottime relazioni con chi ci chiede e a cui chiediamo collaborazioni. In realtà in Sicilia manca un organismo con cui dialogare ma soprattutto qualcuno che metta tutti in rete e coordini queste realtà”.

La lasciamo ai suoi impegni e ai suoi incontri. Avrei voluto chiederle quanto di lei aveva sacrificato per tutto questo e come tutto questo l’aveva trasformata; cosa dell’idea di rimanere in un posto quando puoi andare altrove l’aveva convinta e come la parte di speranza che c’era voluta s’era mischiata in perfetta combinazione con le risorse e le possibilità, generando un nuovo modo di fare comunità.

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