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Festival del Fotolibro a Punta Secca: Gazebook 2016

All’indomani della chiusura dei lavori del Festival Internazionale del Fotolibro tenutosi a casa del Montalbano di Camilleri, abbiamo incontrato Simone Sapienza, laureato in fotografia a Newport, Galles, che di questo progetto è stato uno dei tre ideatori assieme a Melissa Carnemolla e Teresa Bellina.

Il confronto nasceva da un lato come sorta di rendicontazione fresca sull’appena accaduto quando, come si sa, hai ancora tutti i contenuti dell’esperienza che ti frullano nel cervello, diecimila sensazioni contrastanti e un sottofondo emotivo così vario che è interessante registrare, dall’altro come tentativo di “tiraggio di somme” su un argomento, la fotografia, che in Sicilia si avvicina al tabù. Una mente fresca, creativa e, ad occhio e croce libera, poteva darmi probabilmente qualche risposta.

Si è appena concluso Gazebook. Che somme trai rispetto alle aspettative? Cosa è stato in più, cosa diverso?

“Rispetto allo scorso anno abbiamo avuto molta più affluenza. Si parla del doppio. Quindi le aspettative erano altissime. La seconda edizione è sempre la più difficile. Di solito ci si immagina una organizzazione più semplice rispetto all’anno di esordio perché ci si arriva più preparati. Invece abbiamo raddoppiato gli eventi, raddoppiato gli impegni, le offerte, i contenuti e anche le persone. Quindi si è alzata anche l’ansia e la pressione, ma alla fine è andata alla grande, soprattutto secondo i feedback della gente. Dall’interno non capisci mai quanto la gente sia rilassata e quanto si stia godendo davvero il festival sia come contenuti che come location”.

gazebook

Quali sono stati i canali principali dai quali hai tratto questo feedback?

“La maggior parte tramite commenti personali. La gente ti ferma, ti saluta, ti abbraccia in maniera affettuosa, contenta. Quasi non ci credono che questo festival sia riuscito. Gente che magari lo scorso anno non è venuta ma ne ha sentito parlare, quest’anno ha deciso di passare tre giorni qui. Il passaparola funziona sempre, è la migliore pubblicità. Fino a quando giochi con la comunicazione sui social va bene, magari puoi essere bravo e basta, il passaparola invece è più importante; ti fidi dell’amico che l’anno scorso ha partecipato e te ne parla bene. Come lo scorso anno, abbiamo mantenuto lo stile informale, tranquillo, raddoppiando però le persone e senza farlo diventare un format chiuso e prestabilito”.

Giorgio Scalici e Martin Parr
Giorgio Scalici e Martin Parr

Siamo solo alla seconda edizione e già era presente Martin Parr, un membro storico del direttivo della più importante agenzia fotografica al mondo: “Magnum”. Dove volete arrivare?

“Vogliamo che altri eventi, altre organizzazioni, prendano spunto e organizzino altri festival, incontri o mostre in altre parti della Sicilia. Non è tanto il nome che a noi interessa quanto i contenuti. Sicuramente Martin Parr ha senso perché nel fotolibro ha il suo ruolo ed ha uno stile perfetto rispetto al festival e ai suoi contenuti, basti guardare ai suoi progetti sulle spiagge, Punta Secca diventa il luogo ideale per i suoi talk. Così come la mostra “Stranger” di Olivia Arthur su Dubai si abbina benissimo al lungomare di Punta Secca”.

Martin Parr e Colin Pantall
Martin Parr e Colin Pantall. Ph:Giuseppe Iannello

La scorsa settimana abbiamo incontrato Florinda Saieva di Farm Cultural Park e capito che qualcosa in Sicilia si muove rispetto al passato. Tu hai mai pensato di creare una sorta di rete con le altre realtà sparse in Sicilia, con altri soggetti che fanno cultura e che possono fare qualcosa insieme? La Saieva mi diceva che non c’è in questo momento chi si occupi di questo aspetto, ci sono tante realtà ma tutte separate. Questa cosa vi potrebbe interessare?

“Sicuramente sì. Sia direttamente che indirettamente. Spero che il festival dia il coraggio ad altre persone e l’entusiasmo per iniziare altre robe. E’ chiaro che se poi non fai rete con altri partner culturali fai il doppio della fatica. In Sicilia tutto è più difficile ma è molto più bello. Se non ci si aiuta tra di noi che lottiamo contro la mancanza di fondi economici, la mancanza di strutture, è una battaglia persa. Quindi i festival dovrebbero collaborare anziché farsi concorrenza, soprattutto in ambito locale. Non è una gara a chi realizza il festival migliore, lo sponsor più importante, piuttosto si dovrebbe dialogare in maniera collaborativa. E questo purtroppo nel territorio non avviene.

Quindi fare rete è una ottima soluzione. Ma già qualcosa sta accadendo. In questo festival c’è un’ottima collaborazione culturale con Minimum, un centro dedicato alla fotografia a Palermo che si è occupato sia della parte tecnica, curando la stampa delle mostre, sia dei contenuti, infatti ha realizzato un workshop con Adam Broomberg, uno degli esponenti più importanti della fotografia internazionale contemporanea. In questo modo loro hanno curato questo aspetto e hanno portato un contenuto. Questa collaborazione potrà avvenire nuovamente in futuro, magari durante l’anno potremmo proporre qualcosa noi a Palermo presso la loro sede. Allo stesso modo questi scambi culturali potrebbero nascere con altre realtà siciliane presenti sul territorio o che nasceranno in futuro. Ma non solo in Sicilia, anche al Sud”.

Giuseppe Iannello: Un po’ come la collaborazione durante il festival con Photobook Bristol Dummies

“Esatto. Questa collaborazione ha portato allo spazio espositivo di Gazebook i loro libri in viaggio per il mondo”.

Letture portfolio
Letture portfolio.

Rispetto alla direzione che sta prendendo la fotografia, tra la generazione di Martin Parr e la tua c’è un divario nato dall’avvento della tecnologia e dai social media. Secondo te la fotografia può riuscire a raggiungere più persone invece che rimanere un’arte di nicchia? Tu pensi che questi strumenti possano in qualche modo allargare la possibilità di accesso o pensi che, al contrario, il fatto che tutti scattino fotografie, possa ancora di più arroccare i professionisti?

“Tutto è relativo. Sicuramente il digitale ha permesso a tante persone di avvicinarsi alla fotografia sia dal punto di vista artistico che nel quotidiano, parliamo di smartphone, di selfie, di documentazione sia in ambito di vita quotidiana che da un punto di vista giornalistico. L’accesso c’è sempre stato dal punto di vista economico, basti pensare alle macchinette usa e getta di quando eri piccolo, in vacanza usavi quella. Adesso si usa lo smartphone. Il passaggio al digitale può solo migliorare i contenuti. E’ vero che ci sono miliardi e miliardi di fotografie in più, si sta quasi saturando il mondo della fotografia ma alla fine vince sempre il progetto che ha dei contenuti. C’è sempre una selezione naturale, darwiniana”.

Klaus Pichler
Klaus Pichler

Giuseppe Iannello: Questa riflessione è stata fatta anche da Colin Pantall durante il talk di venerdì con Martin Parr, quando ha detto che ormai non è più importante fare solo belle fotografie ma è importante quello che tu vuoi comunicare. E che quello colpisca anche il fruitore di quell’immagine.

“Certo, anzi il fatto che ci sia concorrenza, stimola la creatività. Magari venti anni fa ti cullavi sugli allori perché c’era uno stile, ti adattavi, ed era già una professione; adesso devi studiare molto di più, c’è molta più ricerca. Il digitale ha aiutato e non è poi così negativo come si pensa, inoltre Gazebook nasce e ha successo proprio grazie alla comunicazione sui social media, diventato il modo principale per documentare un festival e arrivare alle persone. Tra l’altro è uno strumento che se si utilizza bene può essere utile sia in ambito organizzativo che sociale per creare contatti, per diffondere i propri progetti, le mostre, fare rete tra i festival stessi.

Ritornando al digitale, il festival abbraccia diversi stili, contemporaneo non vuol dire necessariamente digitale. Ieri, ad esempio, c’è stato un talk sull’archivio. Oggi lavorare con gli archivi è considerato molto contemporaneo, nonostante si utilizzino fotografie non tue e di tanti anni fa. Questo dimostra come in fotografia non esistono regole. Essere contemporaneo vuol dire avere un punto di vista originale, non conta il modo con cui lo fai, lo puoi pure fare con una macchinetta da quattro soldi a pellicola, conta il processo creativo che c’è alle spalle”.

Giuseppe Iannello: Non credi che l’utilizzo in fotografia degli archivi sia una necessità per i fotografi per il semplice fatto che ormai il mondo è saturo di immagini e l’utilizzo di immagini di archivio sia una sorta di escamotage per creare una differenza con quello che è stato fatto fino ad ora?

“Secondo me parlare di necessità non è esatto, nel senso che non lo fai per seguire una moda o perché pensi che debba essere fatto. Contemporaneo vuol dire tutto e niente, a volte è un parolone. Che vuol dire essere contemporanei? Vuol dire essere al passo con i tempi. Chiara Oggioni Tiepolo diceva ieri che l’archivio ha questa capacità di ricostruire la memoria, e forse in questo senso potrebbe essere utile l’utilizzo dei libri in ambito didattico. Quanti di noi al liceo hanno studiato gli Anni di Piombo in Italia? Nessuno. Perché gli schemi solo quelli. Quante persone della mia generazione del ’90 conoscono quel periodo? Pochissimi. Perché in televisione non se ne parla più, perché non fa più notizia, a scuola non li studi. E in questo senso si inserisce il festival, nel senso che in questo periodo di saturazione culturale devi puntare sulle prossime generazione. L’altra volta parlavo con Andrea Bartoli di Farm Cultural Park e mi diceva che questa generazione si deve tartassare di eventi culturali e sperare nella prossima. I bambini di quattro, cinque anni devono essere circondati di cultura, bellezza. Le scuole in Italia non aiutano troppo, quindi devi spingere sugli eventi. Che sia fotografia, libro o arte contemporanea, è importante “il bello”. Il fatto stesso che durante questo festival hanno denunciato una fotografia di nudo dell’800 di una donna di spalle, ti dice tutto”.

Denunciato in che senso?

“Hanno chiamato i vigili urbani dicendo che c’era una fotografia pornografica esposta in spiaggia qui a Punta Secca. Tra l’altro considera che riprende lo studio dell’anatomia di due donne di Eadweard Muybridge del 1800 conosciuto come l’inventore del movimento in fotografia su cui ha lavorato Francesca Seravalle. L’immagine è stata persino approvata dalla regina Vittoria all’epoca ma ha creato scandalo qui, ieri. C’è ancora questo tabù del corpo nudo che è diseducativo e fuorviante. Ci sono certi paletti da rompere. Si dovrebbe parlare di educazione sessuale che manca nelle scuole”.

Eadweard Muybridge, 1878
Eadweard Muybridge, 1878

Il prossimo anno?

“Sicuramente c’è l’intenzione di fare il festival il prossimo anno, col supporto economico degli sponsor e del Comune. Abbiamo già delle idee che possono rinnovarlo. La durata non è un valore aggiunto. Un festival può durare vent’anni ma non portare più contenuti. Per esempio, questa zona qui è cresciuta parecchio in questi anni grazie alla serie del commissario Montalbano. Adesso dovrebbero puntare a rinnovare l’offerta culturale, creare nuovi eventi collaterali che facciano vivere la zona del ragusano, che comunque è già molto più attiva da un punto di vista culturale rispetto alle altre province siciliane. Non solo in fotografia ma anche in street art, musica, letteratura e altro”.

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