Home Attualità Giuseppe Zerillo: il suo racconto tra le macerie del terremoto

Giuseppe Zerillo: il suo racconto tra le macerie del terremoto

“Non ha confini il coraggio che nasce dall’amore e per amore si realizza. Non tiene conto di alcun pericolo, non ascolta nessuna forma di raziocinio. Pretende di muovere le montagne e spesso le muove.”

Mi è venuta in mente questa frase di Oriana Fallaci per raccontare una storia. Grazie ai tg e ai giornali sappiamo tutti ciò che è successo il 24 agosto 2016, la terra dell’Appennino ha tremato nuovamente e ancora una volta sono crollate intere case e quartieri soprattutto nelle provincie di Rieti, Ascoli Piceno e Perugia. Abbiamo sentito parecchie storie, le cronache zampillano di interventi sovrumani, soccorritori coraggiosi, volontari commoventi, sfogliamo i giornali, ci indigniamo, ci dispiacciamo e poi andiamo a dormire.

Per un nostro compaesano, Giuseppe Zerillo, quella notte è stata un po’ diversa. Giuseppe è un ragazzo di 26 anni con un’attività di animazione per ragazzi e bambini ben avviata e conosciuta in paese, lo incontro e mi racconta ciò che è successo dal 24 agosto. “Quella sera tornando da un matrimonio come tutti ho sentito le prime notizie del terremoto dal tg, chiamai il mio amico Polpetta, Salvatore Maniaci, e al telefono scoppiammo a piangere alla visione di quelle immagini e al pensiero di quei bambini nelle macerie. Andai a letto e in sogno mi venne mio padre che mi spingeva a partire, non mi sarebbe successo nulla ma dovevo partire”.

E così ha fatto, l’indomani si è impegnato a partire. Non è stato per niente facile, ha chiamato i vertici di tutte le associazioni: Protezione Civile, Croce Rossa e tanti numeri che aveva recuperato da internet, persino la Croce Rossa di Malta, chi per motivi di sicurezza o di organizzazione, avevano tutte risposto di no. “Ma la forza fu talmente tanta che partimmo lo stesso”. Il 3 settembre sono partiti: aereo per Roma e poi pullman fino a Rieti dove vi è il centro operativo.

Arrivati lì chiedono alla Protezione Civile nuovamente di raggiungere le frazioni colpite, la risposta è sempre negativa. Giuseppe prova l’ultimo numero, la Caritas, che fino a quel momento non si era ancora mobilitata sul territorio. Tramite Don Felice, il segretario del vescovo di Rieti, che se ne prende la responsabilità ospitandoli in canonica, e grazie ad Umberto, uno psicologo volontario Caritas, riescono nel loro obiettivo.

Polpetta è assegnato al centro smistamento di Rieti mentre Giuseppe, per conto della Caritas, al censimento, per individuare tutto ciò che serviva di cibo o quant’altro nelle frazioni, e visitare tutti quei piccoli centri colpiti. Ci racconta che è arrvato in tutte le frazioni, da Amatrice (città simbolo di questo terremoto) a scendere.

Lo scenario è apocalittico, ovunque macerie, cumuli, case in pezzi; il vuoto e il silenzio assordante dilagano. D’altro canto mi descrive la gioia dei bambini quando, dopo aver preso 8 biciclette dal centro di smistamento le ha regalate ai bambini che ha incontrato. “I bambini la possono vedere anche con occhi diversi, come un’avventura, come un campo estivo speciale, dicevo loro”.

Mi racconta altri episodi: arrivati in una frazione di Accumoli, c’era una signora anziana in una casa non agibile che non rispondeva “Signora sono Giuseppe vengo da Palermo, sono della Caritas. – le aveva urlato – La signora mi guarda, scoppia in lacrime e mi abbraccia. Là mi sono sentito italiano, la signora anche se spaventata si è fidata di me. L’Italia è davvero unita quando le cose si mettono male. E dalla mia esperienza ho visto che il cuore dell’Italia è al Sud. In una settimana abbiamo scaricato una media di 70, 80  camion e nemmeno uno che venisse dal Nord”.

Mentre erano là vi è stata una scossa, non troppo forte ma che ha riacceso la paura. Paura che non sempre hanno vinto, come per una signora che non sono riusciti a convincere a lasciare la sua casa pericolante perché là era morto suo marito e là sarebbe rimasta.

“Mi ha colpito la disorganizzazione ad Amatrice, come città maggiormente colpita ti aspetti che tutto sia ben organizzato, invece no, ho trovato le frazioni dell’Umbria meglio gestite, erano recintate e i terremotati vi accedevano tramite una tessera magnetica, e i campi erano forniti di tende, riscaldamenti, cucina. Ad Amatrice gli aiuti venivano messi in un grande giardino e ognuno scaricava ma senza un effettivo controllo, anzi tutti potevano entrare e portar via qualcosa. Ci hanno dato un’immagine di un’Italia ben organizzata in realtà non è proprio così”.

La domanda sorge spontanea, tu che hai toccato con mano la situazione, nel nostro piccola cosa si può fare?

Aspettare che la situazione si ridimensioni e mandare degli aiuti mirati, quello che realmente serve. Queste persone devono essere trattate con rispetto, non inviare vestiti usati e logori, è mortificante per una persona che ha avuto una perdita, le venga dato una camicia usurata. Beneficienza si ma non uno svuota cantine, ad esempio, un giorno abbiamo scaricato 5 furgoni provenienti da Napoli e abbiamo trovato solo uno scatolone da mandare, tutto il resto al macero. Bisogna capire che in questa situazione al posto loro, potevamo esserci noi.”

Che percezione hai avuto dalla gente al tuo ritorno?

“Io non mi aspettavo nulla ma sono rimasto molto sorpreso anche da parte del sindaco Giangiacomo Palazzolo che mi ha consegnato un attestato di benemerenza e dai molti commenti e chiamate delle persone, anche di ex insegnanti, per sapere come stavo. Non so come le persone possano averla presa. Possono pensare che mi sono messo troppo in mostra anche se io, tramite i social, ho cercato di dare informazioni sane, pure, senza filtri, con gli occhi di un semplice volontario. Io ci tenevo tanto, naturalmente ognuno fa le cose in maniera personale, io l’ho fatto con il cuore, l’ho fatto come Giuseppe Zerillo.”

Giuseppe l’ha fatto a suo modo, e nel suo piccolo le montagne le ha smosse.

 

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments