Home Labirinto Il fotografo e la narrazione secondo Lina Pallotta

Il fotografo e la narrazione secondo Lina Pallotta

Lei è seduta sul divano in mezzo al giardino sotto al faro di Punta Secca. E’ un pomeriggio di settembre. Davanti a se una brocca di limonata e alcuni bicchieri poggiano su di un tavolino. Attorno a lei, teli distesi sull’erba accolgono coloro i quali, a gambe conserte, distese, a dorso reclinato, seduti, sono accorsi ad ascoltare il suo talk per Gazebook.

Formiche iniziano a gironzolare attorno, attraversandoli più e più volte, in un ritmo frenetico che sembra troppo casuale. Alberi e fiori attorno e un arredamento vintage si tiene in un equilibrio precario come a ricordare quanto la natura ci tenga a farci sentire ospiti, forse indesiderati.

Lina Pallotta inizia il suo intervento sulla fotografia con una immagine ben precisa e nel corso del suo intervento si rivolge spesso alla immaginazione e al senso, dandomi l’impressione di assistere a una delle lezioni di psicologia di alcuni anni fa. Invece parla di fotografia:

“Tutti abbiamo avuto una nonna che, quando siamo stati malati con un gran raffreddore, ci preparava la zuppa giusta per aiutarci a superare questo momento di difficoltà, raccontandoci magari la storiella locale della strega, del principe, a seconda degli stereotipi del momento e che con molta gioia e tranquillità riusciva a farci addormentare.

Allora io mi chiedo perché quando affrontiamo la fotografia, specialmente quella narrativa, cerchiamo sempre storie che sono lontane da noi? Che cosa ci spinge ad approfondire delle cose senza mai capire in fondo di cosa stiamo parlando?

E questa è la prima questione.

La seconda questione è: perché la foto bella è più importante della foto che ci racconta qualcosa. Perché la bellezza deve essere sempre astratta e non è mai legata a qualche cosa che ci riporta ad una nostra emozione profonda, a qualcosa che ci connette veramente con il mondo di fuori?

A partire da queste due cose mi viene da pensare: perché vediamo le immagini in maniera diversa dalle parole e quindi perché non usiamo la storia della scrittura come punto di riferimento per capire qual è la funzione del fotografo narrativo in questo momento storico? Momento che per me somiglia moltissimo alla rivoluzione di Gutenberg: nessuno scriveva, nessuno era in grado di leggere, esistevano i monaci amanuensi che copiavano i libri con tanti errori e interpretazioni personali e li trasmettevano con l’autorità di dire che quella era l’unica storia tramandata da sempre. Se questa sovrapproduzione di oggi è la rivoluzione di Gutenberg applicata alle immagini, e lo è, perché trent’anni fa non tutti erano in grado di produrre immagini come invece succede oggi quotidianamente, questo significa automaticamente che vi è una sovrapproduzione di storie?

La mia impressione è il contrario. Si è allargata la capacità di produrre immagini e si è ristretta quella di personalizzare le storie, in parte perché il mercato si è ristretto, per cui molte persone pensano che riprodurre quello che è già stato visto diventa la sicurezza per poter magari vendere. In realtà se riflettiamo su quali sono le storie e le persone che riescono a sfondare ci accorgiamo che sono state in grado di portare le immagini, le regole della fotografia, in una maniera libera e creativa.

Come fotografi che vogliono narrare delle cose, dovremmo innanzitutto cercare di capire di cosa vogliamo parlare. Perché se per me il contenuto è essenziale, la forma è solamente lo strumento per rendere accessibile o chiaro quello che vogliamo dire.

Lina Pallotta (a destra)in un momento di informalità assoluta
Lina Pallotta (a destra) in un momento di informalità assoluta

Il vero obiettivo della fotografia è quello di comunicare un contenuto ma dietro a questo c’è la connessione personale con quello che stai facendo, che non significa identificazione ma empatia: “personale” non significa essere al centro del mondo, ma trovare la connessione tra quello che fai, tra quello che vuoi dire e il resto delle persone. Significa incontrarsi ed incontrare.

Questo per dire che di storie personali ve ne sono veramente poche e il loro momento magico è stato negli anni ’90. Adesso c’è una ripetizione di quel momento di grossa rottura rispetto alle narrative fondamentalmente editoriali ma in realtà la maggior parte delle cosiddette storie personali sono una ripetizione di ciò che abbiamo già visto.

L’altra cosa che mi colpisce quando vedo i lavori dei ragazzi che mi scelgono come interlocutore è il fatto che è difficile a volte per me, a volte per loro, mettersi da parte senza perdere la capacità di essere presente. Significa mettere da parte l’Ego, l’arroganza di pensare che siamo gli unici depositari di una verità.

Penso che lo stacco tra tutti quelli che scattano fotografie e il fotografo che vuole raccontare qualcosa, lo trovi nella capacità di costruire la storia, d’introdurre elementi che fanno conoscere il mondo, un determinato periodo storico, e quindi i vari livelli di comprensione della realtà che, introdotti nella storia, fanno pensare che hai capito il potere ambiguo dell’immagine. Per questo la singola foto bella, oggi, non significa più niente, almeno per me.

Ma nell’ambiguità del potere delle immagini si possono introdurre i vari elementi di interpretazione della storia stessa. Più livelli riesci a introdurre e più possibilità di letture lasci al fruitore.

L’altro interrogativo riguarda l’opportunità o meno di continuare a parlare di narrazioni, pensare di dover sempre raccontare una storia e che questa debba avere delle scansioni razionali. Come si fa a narrare qualcosa senza avere un tema? E perché il tema non è necessariamente essenziale?

Perché anche quando non c’è un tema, c’è la tua relazione con il mondo e la tua relazione con il mondo è di per se una storia, il tuo passaggio attraverso le cose che vuoi incontrare. E perché anche se vuoi evitare l’astrazione emozionale o l’astrazione intellettualistica, comunque la fotografia t’impone di avere qualcosa da fotografare, anche quando vai a costruire un set, qualcosa di specifico. Quindi nella sua ambiguità e nella sua astrazione, la fotografia è uno dei media più specifici, ancora più del cinema, proprio perché taglia profondamente la realtà, perché il tempo viene frazionato e nel frazionare il tempo tu devi incontrare qualcosa di estremamente specifico ed è la specificità del tuo incontro che renderà il tuo lavoro personale.

Se io parlo di una persona che vive per strada o che fugge dalla Siria per venire da noi, come faccio a rendere personale quella storia e perché è importante renderla personale? Perché noi lavoriamo su stereotipi. Il senzatetto o l’immigrato è sempre presentato in una forma tale per cui non ho assolutamente idea di chi questa persona veramente sia, quindi l’incontro con questa persona o situazione dovrebbe portarmi a raccontare di più della sua storia perché solo nel momento in cui io conosco di più mi rendo conto della varietà del fenomeno: solo quando io so in maniera precisa il sentimento di questa persona in quella situazione, ho tirato fuori questa persona dallo stereotipo che serve sempre a qualcuno e non alla persona.

E per quanto mi riguarda, tirare fuori degli elementi estremamente specifici che distruggono lo stereotipo che stiamo affrontando è l’unico atto di responsabilità e di presenza del fotografo rispetto a se stesso e agli altri. Perché la rappresentazione che noi proponiamo al mondo, è molto più invasiva e potente di qualsiasi parola. Le immagini hanno il potere di arrivare alle persone, e questo la pubblicità lo sa benissimo, attraverso dei canali inconsci. Qualsiasi cosa noi mandiamo nel mondo per rappresentare dei problemi estremamente gravi, avrà degli effetti di cui noi non vogliamo o non siamo in grado di renderci conto. Perché le immagini non sono neutre, piuttosto la forma della schiavitù mentale moderna.

E’ attraverso le immagini che noi siamo allineati, così come l’immagine religiosa allineava un tempo le nostre coscienze e in alcuni casi probabilmente lo fa ancora adesso, adesso sono le immagini cosiddette laiche. Quindi come le guardiamo queste immagini e come le usiamo per costruire le storie? Attraverso l’iconografia? E chi ha deciso cosa è iconografico e cosa no? Chi che la semplicità della vita quotidiana non possa raccontare meglio la nostra società?

Ho iniziato a fotografare non perché amavo le fotografie. Ho iniziato a fare fotografie perché non mi piaceva la rappresentazione fotografica, visiva, di tutta una serie di situazioni e perché pensavo che le immagini avevano la funzione di manipolare l’inconscio delle persone. E a prescindere dalla qualità, l’estetica, o qualsiasi cosa, io ho fotografato a partire da quello che secondo me era giusto rappresentare con un’adesione personale e con la ricerca di un incontro con le persone che all’inizio della mia carriera, quando fotografavo, era essenziale.

Per me le storie, le situazioni, le fotografie interessanti, sono quelle che mi portano qualcosa che non conosco o qualcosa che mi spinge a pormi delle domande. Più domande ci sono e più la storia funziona per me; troppe risposte mi fanno rifiutare la storia perché mi sento violentata nella mia capacità di chiedermi altre cose e perché per me la realtà è fluida, risposte certe non è ho, perché Dio è morto e io no.

La singola immagine che non ho ancora visto non mi basta, ho bisogno della continuità: varie immagini messe insieme in maniera particolare, personale, dove si tirano fuori degli elementi rispetto alla storia, su cui io non ho riflettuto prima perché non l’ho fatta io quella storia ma un’altra persona che mi sta portando un punto di vista diverso.

E’ solo la capacità di mettere assieme una narrativa lineare o no che mi porta il senso della serietà, che da dignità al lavoro, perché il fotografo per me deve essere una persona in grado di mettere insieme un numero di fotografie che mi accompagnino attraverso la visione di questo lavoro, che abbiano un flusso tale per cui non fuggo dalle immagini ma voglio continuare ad entrarci. E più questo flusso si avvicina al caos della realtà e più per me funziona. Tutto ciò che è troppo semplice, pulito, a me personalmente non soddisfa, preferisco le immagini sporche, sbagliate che facciano vivere momenti che personalmente non abbiamo vissuto ma che conosciamo tramite un altro che ce le racconta, con un certo tipo di costruzione formale e contenutistica, facendoci sentire qualcosa che ci fa comprendere di più o magari, perdere di più.

Ci sono dei lavori dove ti ci perdi e io personalmente mi ci perdo perché vedo tante cose che non avevo considerato o semplicemente perché m’immagino qualcosa che non ho vissuto.

Per me il filo rosso è la capacità di mettere vari livelli d realtà perché la realtà ce ne ha tanti.

Infatti che cos’è la realtà? Nessuno la può definire. Per ognuno di noi è qualcosa di diverso, ma la trasversalità che l’immagine può dare è molto più forte di quella che da la parola. Forma e contenuto sono due cose che in teoria dovrebbero andare insieme poi a volte litigano e quando trovano un equilibrio, funzionano.

Quando riesci a capire qual è il filo rosso delle tue foto, a prescindere dal tema, puoi iniziare a parlare di essere fotografo”.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments