Home Cultura L’imperfetta meraviglia di Andrea De Carlo

L’imperfetta meraviglia di Andrea De Carlo

Palermo. Una mattinata d’ottobre sembra non voler lasciare spazio all’autunno incombente.

Il clima è mite e i raggi trasversali, non troppo netti, fanno venir voglia di stare a passeggiare lento e a lungo. Dalla quantità di posteggi liberi in giro e dal pochissimo traffico stradale é come se i palermitani avessero fatto un tacito accordo: evitare quanto più possibile di stressarsi vicendevolmente.

Andrea De Carlo ci aspetta già dentro alla libreria Modusvivendi assieme a Valentina Cucinella sua interlocutrice e lettrice di lungo corso che così inizia a chiedergli:

Sei trent’anni sul campo e in questo tempo hai scritto diciannove libri. Mi sono chiesta cosa mi sarei potuta aspettare ancora sfogliando questo ultimo. Ho aperto la prima pagina e ho incontrato subito Milena, artista, gelataia che cerca dei sapori veri e non scende a compromessi. Mi piacerebbe che ce la facessi conoscere e che ci facessi conoscere Nick che la incontra. Vorrei che ci facessi entrare nel loro mondo.

“E’ da un pò che scrivo romanzi con più punti di vista. Mi affascina molto raccontare degli altri. Mi è interessato sempre meno raccontare di me cioè avere un alter ego come protagonista e sempre più avere dei protagonisti molto diversi. Poi, scrivendo di loro, dentro i loro pensieri e le loro emozioni, succede che trovi delle parti di te, come quando leggi. Leggendo scatta quel meccanismo d’identificazione, non importa quanto tu sia in apparenza distante. Qui la storia è raccontata da due punti di vista diversi, due mondi in apparenza contrastanti. Si svolge tutta nel sud della Francia, in una zona che conosco ormai da molti anni, una Provenza un po defilata, non è quella di Aix-en-Provence ne tantomeno la Costa Azzurra che non è lontana ma un altro mondo, ma è la zona più interna, questo Canton de Fayence dove ci sono i cosiddetti Village Pérches, arrampicati su queste colline ormai quasi montagnose e lei, Milena, proprio a Fayence, apre questa bottega. Lui, Nick è il frontman di questa band ormai famosa da decenni, i Bebonkers e lì vicino, ha una delle molte residenze, uno dei luoghi in cui lui cerca di sottrarsi alla sua vita normale.

L’idea era di creare sincronicità, quegli allineamenti che succedono a volte nella vita in cui due persone che non dovrebbero incontrarsi mai, invece si incontrano”.

Entrambi stanno affrontando delle scelte importanti dalle quali non si può tornare indietro. Entrambi sono sicuri di queste scelte fino a quando non restano travolti da questa meraviglia. Sappiamo che la meraviglia in età adulta si accompagna alla consapevolezza, il che genera un conflitto tra istinto e ragione, però Nick e Milena sembra che vogliano dirci di lasciarci andare. Come unica cosa che può salvarci. Queste scelte le fanno con consapevolezza, Nick deve sposarsi e Milena deve andare incontro ad una gravidanza. Poi arriva la meraviglia…

Questa è una storia di sorprese, della meraviglia dell’inatteso, di ciò che ti scombina i programmi che hai fatto. Perché questo succeda bisogna però essere aperti alla possibilità: tutto è frutto di una serie di coincidenze e bisogna riuscire a mantenere il senso del miracolo, delle cose belle e anche dell’imperfezione del miracolo, del fatto che comunque non dura.

Al liceo, mi ricordo, ero immerso in quei ritmi ciclici dove ti sembra che tutto sia eterno: le lezioni, le mattinate; avevo quel senso che tanto, comunque, perdere un’occasione non sarebbe stato così grave perché sarebbe ritornata. Tutto girava come su una sua orbita. Poi, quando quel periodo è finito, mi sono reso conto che non è così, la stessa occasione non ti si presenta mai due volte e la meraviglia, quella meraviglia, se la perdi, l’hai persa.

A volte si decide intenzionalmente di trascurarla dicendo: “No. E’ troppo, non ho voglia”. Come esseri umani siamo sempre oscillanti tra due dimensioni: una che ci fa apprezzare l’unicità del momento, l’altra che ci spinge verso la sicurezza che poi si rivela completamente illusoria perché comunque per quanto uno si possa rinchiudere in una vita protetta, quella finisce. E’ per definizione una condizione non permanente. Ma una parte di noi ha bisogno di attaccarsi a quel senso di permanenza, al “per sempre”. E allora anche la meraviglia è una dimensione che va nutrita, non solo colta, e su cui investire creativamente finché c’è perché quando è passata, è passata”.

I tuoi libri raccontano sempre di attualità. Il mondo è cambiato e tu l’hai sempre raccontato come un fotografo che trasforma i suoi scatti in pagine e poi le accompagna con delle colonne sonore. In quest’ultimo i temi sono: la fecondazione assistita, l’amore omosessuale, la paura di una donna di diventare madre e magari anche il desiderio di non volerlo diventare ma per questo sicuramente condannata dalla società. E poi la diffidenza che nasce da fatti tragici come la violenza del terrorismo. Tutto questo lo racconti senza pregiudizi o preconcetti, lo fai vivere ai tuoi personaggi. 

“Quello che succede quando scrivo un romanzo è che ho delle domande, delle osservazioni, dei pensieri che mi girano nella testa e che sono poi legati alla mia vita e alla vita di quello che c’è intorno a me. Credo che una persona che scrive romanzi sia una testimone del tempo che vive. Una delle cose che voglio fare scrivendo è condividere delle domande. Un romanzo è una forma di dialogo e la qualità della scrittura è uno strumento. Questo, in particolare, è un romanzo pieno di domande, di punti interrogativi sul senso ultimo delle cose che facciamo, su come un rapporto è e su come potrebbe essere, sulla distanza che c’è tra quello che sognavamo di diventare e quello che siamo, che è una cosa su cui ci interroghiamo di continuo.

E molto spesso queste domande non le condividiamo nemmeno con le persone con sui siamo più intimi perché in un certo senso, ne abbiamo un po paura o pudore o ci destabilizzano per cui diciamo: “No, no, va tutto bene”. Ma a volte, non va affatto tutto bene e abbiamo dubbi seri sul rapporto che stiamo vivendo, sul lavoro che facciamo, sul luogo dove viviamo, sul futuro immediato che ci possiamo prospettare.

Credo che la dimensione del romanzo sia in un certo senso come un territorio libero in cui una persona può concedersi di dire, di confessare a se stessa delle cose che altrimenti non confesserebbe, per cui sia chi lo scrive che chi lo legge, in questo territorio libero può riflettere. Intanto perché il romanzo richiede tempo. Non è una qualcosa che qualcuno può fare, facendone altre. Se leggi un romanzo, sei lì dentro, devi prestare le tue emozioni, sensazioni, sogni, i tuoi pensieri perché poi se un romanzo ha un senso per te, ti ritorna, ti rimane, ci convivi. A me succede, da lettore, di conviverci a lungo, in certi casi di continuare a conviverci. Questo trasporto romantico, questa immaginazione incendiaria diventano compagni di viaggio ed è questa una delle meraviglie che ci sono dentro ad un romanzo”.

Hai detto da qualche parte: “La leggerezza è la mia meta”. 

La leggerezza è proprio quella che teorizzava Italo Calvino nelle sue Lezioni americane. Calvino è stato fondamentale per me perché mi ha pubblicato, colonna della casa editrice Einaudi, scrivendo una meravigliosa quarta di copertina: “Treno di Panna” e prima ancora perché ha deciso di pubblicare quel romanzo che gli sembrava interessante.

Una delle volte in cui l’ho visto, a Roma, è stato in una bella casa dietro Piazza del Pantheon, con due terrazze; lui era figlio di due creatori di giardini, due botanici molto sofisticati, avevan fatto crescere delle bellissime pergole di gelsomino, un angolo di Roma incredibile, e lui mi ha fatto vedere una pagina di un suo dattiloscritto, testo che aveva scritto prima a mano e che aveva dato da battere ad una sua segretaria e poi su quello aveva cominciato ad intessere una specie di micro arazzo, di annotazioni di cambiamenti, di spostamenti di punteggiatura, di inserzioni di secondi pensieri, di sostituzioni di aggettivi, un lavoro infinitamente minuzioso che poi però produceva una pagina meravigliosamente leggera ma, densa, carica di significato. Credo che sia quello, per me, l’obiettivo ultimo: costruire una pagina che ha il massimo della trasparenza e semplicità ma nello stesso tempo è veicolo di contenuti, di significati, di densità. Trovo che sia molto più facile scrivere una pagina opaca, pesante, ridondante, oscura e poi spacciarla per una cosa profonda. Io credo molto nella semplicità come veicolo della complessità”.

Nick, come Milena, ha tradito se stesso per non deludere gli altri. E adesso, per non continuare a tradire se stesso sa che dovrà deludere tutti. Parlaci, in particolare di questo “dietro le quinte” della musica, nelle vicende di questo musicista e del conflitto che possiamo scorgere anche nelle nostre vite: fare pace con se stessi quando si deve tradire l’altro. 

“Il dietro le quinte nasce dalla passione per la musica rock che ho da sempre. Le prime canzoni dei Beatles, dei Rolling Stones, di Bob Dylan, mi hanno aperto mondi di fascino infinito, e hanno portato luce, colore, ritmo, musica, evocazioni dentro alla mia vita allora assai felice di studente milanese prigioniero di un vecchio museo che era per me la scuola di allora. Questo senso di gioia, ribellione, di rottura di un mondo che mi stava stretto. Poi, quello che succede è che molti di questi musicisti, ad un certo punto, si sono trovati imprigionati in quello che avevano creato che all’inizio era così dirompente, contro la corrente di quello che era il mondo. Ad un certo punto però trovano una formula, il cosiddetto “sound”, il suono di un gruppo per cui li si riconosce. Questo comporta la necessità di confrontarsi col fatto che il pubblico più affezionato vuole riconoscere quei suoni. Credo che sia un dilemma che si pone a chiunque si esprima attraverso una forma artistica, riguarda anche me: ogni volta che incomincio un romanzo non ho voglia di riscriverne uno scritto prima, ogni volta cerco un’angolazione diversa, una variazione del modo di raccontare, dello stile, per entrare in contatto”.

C’è una scena meravigliosa nel libro in cui Nick e Milena sperimentano un abbraccio tra estranei e le sensazioni che questo può produrre.

“Per Nick il contatto è un grossissimo problema. Mentre all’inizio della sua carriera suonava senza guardia del corpo coi fan che cercavano di saltare sul palco per strappargli pezzi di vestiti, adesso il sistema di sicurezza è alto e rimpiange quasi quell’assenza di contatto fisico. E’ un altro dei rischi che ha una persona che ha un rapporto con molte altre persone”.

Inizia a leggere un passo del suo libro, proprio quello in cui Nick esce di casa e ha in mente tutto quello che lo aspetta con la sua futura moglie, imbattendosi, per caso, in un gruppo di estranei ai quali si avvicinerà progressivamente sempre più fino a condividere uno dei momenti di imperfetta meraviglia.

 

 

 

 

 

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments