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La costola di Eva di Fabrizia Sala, il racconto di una presentazione corale e al femminile

Giorno 2 dicembre 2016 è stato presentato a Cinisi, quasi a conclusione della “Settimana della Cultura”, il libro della psicoterapeuta e scrittrice Fabrizia Sala intitolato “La costola di Eva” (ed. Simposium).

Una settimana dedicata alla cultura, quella di Cinisi, che in molti casi ha visto come protagoniste proprio le donne. Anche in questo caso è la donna la protagonista principale di un libro che è un autoritratto in cui l’autrice racconta se stessa in un continuo divenire, alla ricerca di una relazione armoniosa tra maschile e femminile.

La presentazione del libro, promossa da Caterina Vitale con la collaborazione di Vanessa Leone, Rosalba Pizzo, Giuseppina Billone, Maria Antonietta Mangiapane ed Alice Iacopelli è stata una presentazione corale e declinata al femminile. Il tentativo è stato quello di mettere a confronto donne di generazioni, vissuti ed esperienze differenti, a partire dalla lettura di un testo che ha il dono di suggerire vari spunti di riflessione e differenti interpretazioni, perché pur raccontando un vissuto personale, scandaglia tematiche universali dove per molti e, soprattutto, per le donne è possibile riconoscersi.

In questo progetto di presentazione de: “La costola di Eva” sono stata personalmente coinvolta da Caterina Vitale, che mi ha chiesto di esporre, durante l’evento, alcuni ritratti di donna che ho dipinto in questi anni e di realizzarne uno nuovo ispirandomi alla lettura del libro.

L’incontro coordinato da Vanessa Leone è cominciato con i saluti dell’editrice che ha raccontato il suo primo appuntamento con l’autrice, in parallelo ad un episodio raccontato nel libro. Alcune le similitudini, ma se nel libro l’autrice descrive, con una certa ironia, il dialogo con un editore un po’ cinico, a simboleggiare l’editoria in crisi, l’incontro con Pina Billone è stato invece prolifico e ha dato vita ad una sinergia positiva che ha portato alla pubblicazione di questo libro.

La presentazione ha visto l’alternarsi di alcune letture di brani tratti dal libro con i differenti punti di vista delle relatrici in dialogo tra loro e con la scrittrice.

Caterina Vitale, ha aperto la carrellata di interpretazioni, mettendo in risalto come al centro del libro ci sia una donna alla ricerca di sé e della propria consapevolezza, una donna che entra in dialogo con un uomo in una fase della vita, quella della senilità, in cui subentrano nuovi tipi di disagio. La naturalezza con cui è affrontato questo momento della vita ha risvolti sia nella vita interiore, che a livello morale e sociale. La consapevolezza della dipartita, ad esempio, cambia lo sguardo sulle cose e può trasformare lo stile di vita.

Caterina Vitale definisce “scrittura incarnata” la travolgente scrittura dell’ autrice, ogni parola trasmette una tempesta di emozioni dalle differenti sfumature. Un mosaico unitario, dove a volte compare un io, altre un tu, che si incontrano creando in questa relazione un noi. L’autrice esce dal sé per andare verso l’altro e torna di nuovo a sé come una persona nuova, grazie alla sua ironia e sensibilità. La relatrice mette in risalto il tema della maternità mancata, una donna può comunque avere un ruolo materno nella società: “posso sentirmi mamma di tante costole impazzite”.

Di solito siamo abituati a parlare della costola di Adamo, in questo libro si ribalta la prospettiva, è un voler riappropriarsi della propria costola per metterla in relazione con la costola di Adamo, in un confronto alla pari. Questo intervento apre il dialogo con l’autrice a cui vengono poste alcune domande: “Cosa intendi quando parli di costole impazzite? Perché definisci le donne che scrivono “costole di Eva”? Cosa è veramente la costola di Eva? Cosa vuoi comunicare alle Eva di oggi?”.

Interviene Fabrizia Sala partendo dal titolo del suo libro, che nasce quando comincia a sentire che le donne sono protagoniste in ogni epoca e situazione, differentemente da quello che raccontano le invenzioni delle storie bibliche, sociali, geografiche etc. Il disagio delle donne che ha riscontrato nel suo lavoro di terapeuta è cambiato. Fino a 20 anni fa le donne le chiedevano di essere aiutate a rompere gli schemi ed i modelli tradizionali entro cui si sentivano schiavizzate. Oggi la richiesta è: “sono confusa, non so come realizzare la mia libertà e che farne”. La società oggi dà permessi, ma disorienta.

Molte donne vogliono un uomo capace di comprendere i cambiamenti e l’evoluzione della donna.  C’è una Eva che si è riappropriata della propria costola e un Adamo che non sa come rapportarsi a questa costola. Le “vecchie” storie, dove i ruoli erano ben definiti, rassicuravano. Nel momento in cui dobbiamo mettere in discussione questi ruoli stiamo molto male. Le donne stanno male perché vorrebbero un Adamo che somigliasse loro, un narcisismo puro in cui la donna riconosce se stessa, ma non riesce a vedere l’altro. Non si può volere schiavizzare Adamo, come prima Adamo schiavizzava Eva. Si cerca di somigliare all’uomo solo perché è lì che si pensa di trovare la libertà di espressione, la forza e il coraggio. Le donne possono invece essere forti senza sminuire la propria femminilità.

Maria Antonietta Mangiapane nel suo intervento mette al centro la ricchezza di emozioni ed esperienze che emergono dal libro, che considera una sorta di viaggio sentimentale. Ci dice: “Non è un romanzo, un saggio, o un manuale di psicologia, ma un po’ di tutto questo” è un libro raccontato con grande onestà intellettuale, dove l’autrice si mette a nudo. Ci descrive lo stile scorrevole, vero ed autentico, ma non facile, perché necessita di costanti riflessioni. Un testo dove le parole non sono scritte a caso. La direttrice della biblioteca di Cinisi e grande animatrice di queste giornate culturali a Cinisi ci dice: “E’ un tuffo nella nostra interiorità”. Ha provato una tale empatia tanto da sentire come propri alcuni paragrafi. Un libro che rimanda ad altre autrici donne, come Dacia Maraini, con la quale l’accomuna il ritmo nella scrittura. Contenuto e forma sono in equilibrio tra loro. Se è vero che la lettura è terapeutica, la domanda che rivolge all’autrice è se in questo caso la scrittura sia stata terapeutica per lei, psicoterapeuta che ha analizzato se stessa piuttosto che gli altri.

L’autrice risponde che la scrittura è sempre terapeutica. Racconta il cambiamento avvenuto nella propria “storia” di scrittrice. Prima parlava di personaggi inventati rifiutando l’autobiografico, con l’idea di non svelarsi di fronte alle persone che la consultavano in qualità di psicoterapeuta. Aveva messo quindi in disparte la propria autobiografia, divertendosi a inventare storie ed immaginando il mondo per come lo voleva, un modo questo anche di controllarlo meglio. Ad un certo punto si è resa conto che poteva raccontarsi e che i suoi pazienti potevano trovare nel suo racconto una rassicurazione, riconoscersi nelle comuni fragilità, in una relazione terapeutica non asettica, ma intesa come un incontro tra due persone, allargato fino all’umanità. Quando la scrittura raggiunge l’universale, descrive un mondo che appartiene all’umanità tutta. Scendere dai ruoli spaventa. Ci creiamo ruoli, schemi, forme quando abbiamo paura e non comprendiamo che il nostro umanesimo è uguale agli altri.

Vanessa Leone ha raccontato il suo approccio con il libro, che aveva ipotizzato come veloce ed immediato ed invece l’ha lasciata “fossilizzata”. Aveva una difficoltà positiva nel leggerlo, perché doveva fermarsi a riflettere, riscontrando anche una interessante teatralità in alcuni episodi narrati nel libro, che potevano essere immaginati come rappresentati sopra un palcoscenico.

Interessante la visione della studentessa universitaria Alice Iacopelli, la più giovane del gruppo. Ci racconta che questa lettura l’ha spinta a riflettere su temi a cui prima non aveva dato attenzione. Affrontando il tema principale del libro, il rapporto tra uomo e donna, si è soffermata non sull’uomo e il suo possibile atteggiamento oppressivo, o sulla la donna considerata come vittima, ma sul rovesciamento di questa medaglia. Ci racconta di come spesso le donne, anche le giovani donne tendano, nel rapporto con l’uomo, a non esporsi troppo, ad essere quasi fredde, per manifestare agli altri e soprattutto a se stesse di essere forti, indipendenti e di non aver bisogno di una spalla. Di essere complete.  Se prima riteneva questo un punto di forza, ha riflettuto su quanto sia invece una debolezza, la paura di non far vedere agli altri la propria fragilità. Noi donne, ha affermato: “tendiamo ad essere contemporaneamente donne e uomini, come se essere donna non fosse abbastanza”. “Dovremmo capire che siamo diversi ma che ci completiamo, riconoscere la bellezza della diversità, che è ricchezza e non inferiorità. Se essere duri ci porta ad una infelicità, allora perché non aprirsi e cercare la felicità con l’altro?”. Queste le domande poste all’autrice: “Perché la costola dolente ad un certo punto si riconsegna ad Adamo? E’ una sottomissione? Come nasce il parallelismo tra la donna e la luna che emerge da alcuni brani del libro? Riguardo allo scrivere è stato detto che la narrazione intrappola, perché allora scrivere, se poi ciò su cui si è scritto cambia?

Fabrizia Sala risponde che si scrive per non restare intrappolati, l’uomo è mutevole, le verità sono mutevoli, credere a una sola verità ci intrappola, la scrittura permette di fermare la verità di un momento, ma di non aderire a quella verità. Quando si usano gli avverbi temporali “sempre” e “mai” si rimane intrappolati. Se si dice ad esempio ad un uomo: “io ti amerò per sempre” in quel momento si sta mentendo.

La verità è nel qui ed ora: “Ti amo adesso, in questo momento. Quello che posso fare è sperare, desiderare di continuare ad amarti come adesso, amarti per sempre è impossibile”. Le verità che abbiamo preso e calato dentro di noi rendono infelici, perché negano i cambiamenti. Dobbiamo arrivare alle verità mettendole in discussione, è la certezza che ci inchioda.

Scrivere significa identificarci con una verità, ma immediatamente vedere le altre verità che ci passano davanti. L’altro avverbio a cui stare attenti è “mai”, affermiamo spesso: “io non sarò mai così”, il tempo ci riserverà tante sorprese. Riguardo il nesso tra donna e luna, ci dice che la donna è in una relazione ancestrale con la natura e con la luna. Nel passato le donne che si affidavano alla natura e al mistero erano considerate streghe. La luna è invece poesia, luce e zona d’ombra che si illumina del sole. Quando c’è la luna non c’è il sole e viceversa, ma questi sono legati tra loro, c’è molto di maschile e femminile. La donna si dice lunatica perché è soggetta ai cambiamenti di umore, ma è l’umore con i suoi mutamenti che cambia la dimensione dell’emozione, della sensibilità, della percezione.

La psichiatria ha fatto un grave danno quando ha diagnosticato uno stato d’animo: donne definite isteriche o lunatiche da una società maschilista che schiacciava il desiderio di manifestare la propria spiritualità. Le donne prima non potevano scrivere, recitare.

Le donne che cercavano di portare avanti la loro spiritualità erano penalizzate, la psichiatria ne ha fatto strumento di classificazione, cura, internamento. Ci sono pagine di letteratura memorabili scritte da donne ricoverate che non sono mai più uscite, classificate come pazze perché erano fuori dalla materialità che le voleva prigioniere di ruoli.  L’autrice ci dice poi che quando scrive che “la costola dolente si riconsegna ad Adamo” lo fa metaforicamente per spiegare che quando stiamo male ci riconsegniamo all’origine e la nostra origine è la presenza di questo maschile che ci rassicura nella forza e nella volontà, che sa ricompattare le emozioni impazzite che le donne sentono, in questo è come se perdessero tutta la loro coscienza, le emozioni, il viaggio nella conoscenza, ma ciò non dura molto, la conoscenza ritorna, riemerge.  Siamo autonome e possiamo stare accanto agli uomini, perché il percorso è uguale sia nell’uno che nell’altro.

Sono infine stata invitata a parlare dei miei quadri e di quello in particolare ispiratomi dalla lettura del libro.  Fare una recensione dipinta di un libro mi è sembrata una sfida interessante anche se difficile. La mia lettura de “La costola di Eva è stata travolgente perché mi sono immedesimata in tante parti di questo libro che delinea un ritratto personale, ma al contempo universale, perché è il ritratto di una donna che non si dipinge come un’eroina, ma che ha tante fragilità e contraddizioni. Alla fine della lettura ho dipinto una donna che realizza un autoritratto, disegnato ed a colori. Ho introdotto degli elementi ricorrenti nei miei quadri, ma in questo caso mi sembravano determinanti, alcuni “centrini” all’uncinetto che per me rappresentano la memoria, l’autrice dà infatti un ruolo importante alla memoria: nell’eredità, nell’amore, nello scrivere c’è sempre un bisogno di lasciare qualcosa, un bisogno di mantenere viva la memoria.

L’incontro si è concluso con i saluti dell’assessore Rosalba Pizzo ed alcuni interventi dal pubblico che hanno suggerito spunti di riflessione sulla violenza di genere, lasciando in tutti i presenti una maggiore consapevolezza, molte domande e soprattutto la voglia di condividerle insieme. Sarà possibile parlarne ancora con l’autrice domenica 11 dicembre a Terrasini presso Labirinti ideali in via Palermo 76.